Arte e società

 

 

"...la prima notte ho rifiutato, ma la seconda notte mi hanno detto "o ti arrendi o ti ammazziamo"

B., 16 anni

Where are the girls?
120 mila bambine soldato nel mondo

nadiamagnaboscon.m.

di Nadia Magnabosco

Uno degli effetti positivi delle manifestazioni che quest'anno sono state organizzate per il 25 novembre - giornata internazionale contro la violenza alle donne - è stato quello di riportare l'attenzione mediatica su problemi già conosciuti ma sempre velocemente accantonati, come quello delle-dei bambine-i soldato. Infatti in questi giorni la stampa ha finalmente prestato attenzione agli allarmi ripetutamente lanciati da Save the Children su questo disperato e dimenticato mondo: più di 300.000 bambini combattenti in 35 paesi, di cui circa 120.000 femmine, le più vulnerabili e abusate, spesso usate anche come moneta di pagamento fra combattenti. «Quando la gente pensa a un conflitto armato - spiega Mike Aaronson, responsabile di Save the Children in Gran Bretagna - si immagina sempre uomini impegnati in sanguinosi combattimenti, ma sono le ragazzine la faccia orribile e nascosta della guerra». Un allarme lanciato nel 2005 attraverso il rapporto 'Forgotten Causalities of Wars: Girls in armed conflicts' , che dimostra come su queste piccole vittime si perpetra una doppia violenza "come bambine e come donne". Queste erano anche le conclusioni dello studio "Where are the girls?" condotto dall'organizzazione canadese Rights & democracy sul ruolo delle bambine soldato pubblicato nel 2004.

Il reclutamento avviene generalmente con il rapimento, oppure in seguito a violenze subite, qualche volta per bisogno e necessità di sopravvivenza. I paesi dove maggiormente vengono arruolate bambine sono il Sri Lanka e la Repubblica Democratica del Congo. Nello Sri Lanka il 43 per cento dei 51mila minorenni coinvolti nella guerra delle Tigri Tamil contro il governo centrale sono giovani donne, mentre in Congo le schiave sono almeno 12mila. Il fenomeno raggiunge dei numeri impressionanti in Uganda, dove si stima ci siano circa 6.500 bambine soldato, rapite dai ribelli del Lord Resistance Army.

Le bambine “sono utilizzate come combattenti o portatori, per fare le pulizie o cucinare, o come schiave del sesso” ma “sono meno visibili dei ragazzi, una sorta di esercito ombra”. Un esercito di 120.000 bambine a volte di soli 7 o 8 anni. Hawa ha otto anni quando i ribelli la portano via dal suo villaggio, nella Sierra Leone. Per otto mesi diventa «la moglie» di uno dei soldati. «Non mi sentivo bene - racconta - mi faceva male la pancia, sempre. Forse perché ero piccola, non avevo ancora le mestruazioni».

Molte muoiono nei combattimenti, quasi tutti vengono stuprate e sessualmente abusate, altre ancora restano disabili per sempre. I loro ruoli variano in base al paese a cui appartengono: non tutte partecipano ai combattimenti ma sono utilizzate come sguattere o raccoglitrici di legna e acqua e sempre destinate al soddisfacimento delle voglie sessuali dei guerriglieri.

Aimerance, 14 anni, viene convinta da un’amica a unirsi a un gruppo armato della Repubblica democratica del Congo. Di giorno combatte, di notte viene stuprata dai soldati: «Ogni volta che volevano, venivano e facevano sesso con noi. Gli uomini erano così tanti. Arrivavano uno dopo l’altro. Noi eravamo lì solo per fare quello che volevano. Anche se ti rifiutavi, ti prendevano lo stesso».

Spesso rimangono incinte, ma questo non modifica il loro ruolo.
Per quelle che non muoiono nei combattimenti e riescono a tornare a casa, il ritorno può essere deprimente come la loro partenza, perchè considerate dalle loro famiglie e dalla loro comunità come prostitute, comunque "perdute".

Zaina, 14 anni, viene violentata da un soldato congolese mentre sta andando a scuola. Torna a casa in lacrime e la famiglia la caccia di casa: «Mi chiesero come avevo potuto accettare quello che mi era successo».
«La gente del mio villaggio -
racconta Rose, liberiana - ha reso la mia vita molto difficile quando sono tornata a casa. Non posso stare con le persone della mia età. Mi trattano male perché ho un bambino. Per loro sono una prostituta e temono che possa incoraggiare le loro figlie. Nessuno mi parla».

La situazione è ancora peggiore se sono incinte o hanno figli, i figli della colpa e del peccato (loro ovviamente).

Anche quando vengono riaccettate dalle loro famiglie non hanno supporti o mezzi di sussistenza e spesso, semplicemente, "spariscono". «La maggior parte delle ragazze che riesce a scappare - spiega Aaronson - non trova la giusta assistenza perché non ci sono programmi pensati per le bambine. Quelle che ce la fanno a tornare a casa vengono spesso emarginate dalla famiglia e dalla comunità perché sporche, impure, immorali».

Solo dei programmi internazionali di re-integrazione potrebbero aiutare queste ragazze - sottolinea Save the Children - a ritrovare la via di una vita civile che non le isoli. L'attuale programma di «disarmo, rilascio e reinserimento», coordinato dall'UNDP (il programma di sviluppo delle Nazioni Unite), dalla Banca Mondiale e dall'UNDPKO (il dipartimento per il mantenimento della pace delle Nazioni Unite) punta infatti soprattutto al recupero delle armi e al rilascio dei ragazzi rapiti, mentre la fase di reinserimento viene affidata all’Unicef o a delle Ong che, però, non hanno i fondi necessari. Il risultato è che le bambine rimangono tagliate fuori. Inoltre, le parti in lotta nei vai Paesi di solito negano l'utilizzo delle bambine soldato e ciò comporta la difficoltà a reperire informazioni sui numeri e sul dislocamento delle ragazze interessate. Inoltre, succede spesso che al raggiungimento della tregua molte delle ragazze vengano considerate come “mogli” dei combattenti, e quindi non riconosciute come parte lesa dalla guerra e non coinvolte nei successivi programmi di e reintegrazione. Le bambine inserite nei programmi di recupero nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, sono state solo il 2% del totale dei bambini combattenti, mentre in Sierra Leone, su una stima di 12.500 bambine che avrebbero fatto parte dei diversi gruppi armati, solo 506 (il 4,2%) hanno usufruito di un programma di reinserimento sociale.

Esistono anche esperienze positive di volontari e missionari che operano per questi recuperi, ma sono assolutamente insufficienti. Fra queste esperienze abbiamo in passato citato anche il lodevole lavoro che l'artista israeliana Meira Asher ha fatto con le donne ex-combattenti della Sierra Leone e che si basa tutto sulla necessità del recupero psicologico e sociale di queste ex-bambine soldato che, oltre ai loro traumi, devono affrontare il problema dell'Aids e delle altre malattie trasmesse sessualmente e, se va bene, del mantenimento loro e dei figli.

Save the Children raccomanda una serie di interventi a lungo termine, volti a supportare le bambine reinserirsi nelle comunità d’origine, e in particolare:
• compiere un’azione di mediazione con le famiglie e le comunità, per aiutare queste ultime a comprendere la coercizione a cui le bambine sono state sottoposte e quindi a non condannarle;
• aiutarle a trovare mezzi di sostentamento duraturi;
• dare loro accesso all’educazione e alla formazione professionale;
• supportarle psicologicamente per superari i traumi subiti;
• fornire loro assistenza medica, soprattutto correlata ad eventuali malattie a trasmissione sessuale come l’Aids

Le bambine-soldato chiedono insomma l'aiuto della comunità internazionale.



12 dicembre 2006