Arte e società

 

 

da il manifesto del 8 Aprile 2007


Ragazze in prestito nella Corea degli anni '60


Alla pratica di affidare le bambine a famiglie benestanti in cambio del loro lavoro, assai frequente nel paese asiatico all'indomani della guerra civile, fa riferimento il romanzo «Come una sorella» di Gong Ji-young, da poco uscito per Baldini Castoldi Dalai


di Maurizio Riotto


Nella Corea degli anni Cinquanta e Sessanta un numero incalcolabile di bambini, e soprattutto di bambine, andarono incontro a una esperienza drammatica, che avrebbe in qualche modo segnato tutta la loro vita. In un paese ancora ferito dal trauma della recente guerra civile e devastato dalla miseria, furono infatti tantissimi i piccoli orfani dati in affidamento a famiglie più o meno benestanti. Unica alternativa nella maggior parte dei casi al brefotrofio, questa ospitalità - offerta in cambio di una prestazione di lavoro - era ben lontana dal rappresentare una vera adozione: la bambina, che di solito aveva almeno sette o otto anni, così da poter essere di aiuto nelle faccende domestiche, si trasferiva nella nuova famiglia la quale generalmente non le concedeva il cognome o lo status parentale, ma provvedeva al suo sostentamento per alcuni anni, occupandosi poi di procurarle un partito più o meno buono e ponendo così termine al rapporto «pattuito».
Il tipo di relazione che la ragazza intratteneva con i genitori «adottivi» era dunque assai particolare, a metà fra la figlia e la donna di servizio. E per quanto in molti casi la vicenda si concludesse positivamente, e la giovane - anche dopo il matrimonio - continuasse a mantenere buone relazioni con la famiglia affidataria, accadeva però talvolta che gli eventi prendessero una piega diversa, soprattutto quando la sensibilità dell'adottata veniva ferita da quelle disparità di trattamento rispetto ai figli naturali che prima o poi si verificavano in seno alla famiglia.
A questa esperienza fa riferimento Ji-young Gong o, per dirlo alla coreana, Gong Ji-young (con il cognome che precede il nome) nel suo Come una sorella (Baldini Castoldi Dalai, traduzione dall'inglese di Ombretta Marchetti, pp. 181, euro 14,50), romanzo del 1998 il cui titolo originale suona Pongsuni onni («Pongsun, sorella maggiore»), che l'autrice ha scritto in forma diaristica, secondo una tecnica narrativa molto cara alle donne colte dell'Estremo Oriente (e non solo).
Pongsun, la protagonista del romanzo, è infatti proprio una di queste ragazze: il suo disagio e la coscienza della sua «diversità» crescono di pari passo con il benessere della famiglia che l'ha ospitata e l'unico rapporto vero rimane presto quello con la figlia minore dei suoi «padroni» (l'io narrante del romanzo), per la quale lei è una vera e propria sorella più grande. Nonostante questo legame, la giovane deciderà di scappare di casa, rimarrà incinta, ritornerà, verrà costretta ad abortire e a sposarsi per rimanere presto vedova. Infine, perderà ogni contatto con la famiglia adottiva e andrà a ingrossare le file dei disperati che affollano le bidonvilles alla periferia di Seoul.
Nata nella capitale sudcoreana nel 1963, Gong Ji-young ha esordito nel mondo della letteratura - dopo la laurea in inglese conseguita presso la locale università Yonsei - pubblicando nel 1988 sulla rivista Ch'angjak-kwa pip'yong (Narrativa e critica letteraria) il racconto Tongt'unun saebyok (Lo spuntar dell'alba). Negli anni successivi ha dato luogo a una ampia produzione di romanzi e racconti che l'hanno portata a godere di un discreto successo, specialmente per i temi trattati, grazie ai quali si è conquistata l'alone di scrittrice «militante» e «impegnata». Non a caso infatti tutte le sue opere sembrano ruotare intorno a un unico argomento, la discrepanza fra una società ancora legata alle tradizioni e i nuovi tempi, una discrepanza che viene osservata in particolare dal punto di vista dalla sfera privata e che trova esempio tanto nelle rivendicazioni e nei dolori della gioventù coreana degli anni Ottanta (fra l'altro in romanzi come Lo sgombro, E ancora quel loro fantastico inizio...), quanto nella condizione della donna nella Corea contemporanea (La brava donna).
A quest'ultimo filone appartiene appunto Come una sorella: caratterizzato da una prosa volutamente fanciullesca, assai gradevole e a tratti delicata, il romanzo è pervaso (così come tutta la produzione letteraria recente della Gong) da un'intima simpatia per l'universo femminile che rischia tuttavia di assumere in alcune pagine tratti stereotipati e di maniera, tratti che accoumunano il testo agli scritti delle letterate della Corea classica e che non sembrano affatto «al passo con i tempi», come sarebbe invece nelle intenzioni della scrittrice.
In realtà, le contraddizioni fra i tempi nuovi e la società tradizionale che la Gong non si stanca di denunciare sono al tempo stesso qualcosa di relativo e di inevitabile, ma soprattutto vanno valutate nel loro complesso, non dimenticandone anche gli eventuali aspetti positivi. Proprio l'adozione temporanea, che può sembrare bizzarra a cavallo fra ventesimo e ventunesimo secolo, ha permesso in passato di salvare in Corea molte vite, tanto che ancora oggi i coreani rivendicano fieramente di avere agito in maniera ben diversa dai giapponesi, che nei tempi difficili uccidevano i loro ultimi nati.
Allo stesso modo la giusta critica della società patriarcale coreana non deve sottovalutare il ruolo centrale che le donne in Corea hanno avuto all'interno della casa e della famiglia. Per portare la società coreana «al passo con i tempi», insomma, perseguire l'idea immutabile di un universo rigidamente diviso in due metà - una maschile e una femminile - capaci solo di interferire al momento di procreare o di far sesso, rischia di essere una strategia ben poco efficace.