Arte e società

 

 

Bambine senza parola: riscriviamo il futuro.

nadia_magnaboscon.m.

di Nadia Magnabosco

 

Si intitola proprio così, "Bambine senza parola", il rapporto di "Save the children" (una delle più grandi organizzazioni internazionali per la tutela e la promozione dei diritti dei bambini nel mondo), presentato a Roma l'11 ottobre per rilanciare la campagna internazionale "Riscriviamo il futuro", partita un anno fa in 47 paesi del mondo con l'obbiettivo di portare a scuola entro il 2010 almeno 8 milioni di bambini che vivono in zone di guerra.
A causa della guerra infatti 10 milioni di bambini sono stati uccisi negli ultimi dieci anni, 6 milioni sono stati gravemente feriti, altri 20 milioni sono stati costretti ad abbandonare le loro case. E nei 28 paesi oggi ancora in guerra 39 milioni di bambini non vanno a scuola e il 57% di loro sono di genere femminile.
Come sempre, sono le bambine le prime ad essere escluse dall'istruzione: nel mondo una bambina su cinque non conclude l'istruzione primaria e nei paesi in guerra la percentuale sale talora sino al 92%.
Infatti le condizioni di disparità di genere si aggravano fortemente nelle aree di conflitto: "In tempo di guerra le bambine sono a rischio di gravissime violazioni dovute alle discriminazioni di genere e al ruolo che viene assegnato loro nella società". Così dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, e certo non esagera.
La violenza contro le donne, generata dalla guerra, non risparmia le bambine che devono affrontare lo sfollamento, la separazione dalle famiglie, la povertà e, come tutte le donne, sono vittime di omicidi, torture, sequestri, abusi sessuali e gravidanze forzate, specialmente se vengono messe in atto strategie di pulizia etnica. Le parti in conflitto infatti usano spesso lo stupro come un’arma di guerra per obbligare i membri di un certo gruppo etnico, culturale o religioso a lasciare le loro case. E quando le donne e le bambine fuggono dalla violenza della guerra rischiano di subire ulteriori violenze da parte di funzionari governativi, militari o contrabbandieri durante il cammino verso i campi profughi o all’interno dei campi stessi dove, spesso, sono addirittura presenti trafficanti di esseri umani che prediligono come vittime le pre-adolescenti e le bambine in quanto a rischio inferiore di Hiv/Aids. Nei campi profughi, inoltre, le gravi tensioni che si generano all’interno delle comunità a causa del crollo dei ruoli sociali ed economici, favoriscono il verificarsi di atti di violenza sessuale e di violenza domestica all’interno delle loro stesse famiglie.
Un inferno da copione horror che tuttavia non è fiction ma una realtà che si sta verificando anche in questo stesso momento in qualche parte del mondo.
Il Rapporto denuncia anche i risultati di altre ricerche, come per esempio quella di Save the Children UK7, che documenta gravi denunce di abusi sessuali e di sfruttamento di bambine e ragazze fra gli otto e i diciotto anni nei campi per rifugiati e sfollati in Liberia, che in cambio di prestazioni sessuali ottenevano cibo e denaro. Le bambine intervistate hanno dichiarato che in questo commercio erano coinvolti uomini benestanti e con posizioni di potere, fra i quali operatori umanitari, peacekeepers, uomini d’affari, impiegati pubblici e anche insegnanti.
Un altro rapporto di Human Rigths Watch sulla tratta di donne e ragazze in Bosnia Erzegovina dopo la fine del conflitto, fa invece emergere una responsabilità diretta della polizia locale, di proprietari dei bar e personale di stabilimenti in cui venivano tenute donne e ragazze, oltre che un coinvolgimento diretto del personale delle forze di monitoraggio delle Nazioni Unite e del contingente di pace guidato dalla Nato, sia come trafficanti che come clienti e acquirenti di donne.

E l'orrore non termina qui. Il Rapporto rileva anche i danni successivi al termine delle guerre: quando le ragazze rientrano dall’esilio nei campi profughi incontrano una serie di difficoltà collegate al reintegrarsi nella comunità di origine, spesso completamente distrutta. Se hanno subito violenza e se hanno bambini nati a seguito di questa violenza, portano su di sé la vergogna della violenza stessa subita, come se la responsabilità di ciò che è accaduto fosse loro.
Anche donne e ragazze rifugiate o richiedenti asilo si trovano ad affrontare fenomeni di abuso e possono essere sottoposte a trattamenti di violenza o degrado nei Paesi di transito o di destinazione del loro viaggio di rifugiate.
Nonostante tutto ciò - sottolinea ancora il Rapporto - il tema della violenza basata sulla discriminazione di genere rischia troppo spesso di restare un elemento marginale nei processi di risoluzione dei conflitti e le tematiche relative alle donne e alle bambine sono spesso escluse dai trattati di pace.

In un contesto così devastante “la scuola può giocare un ruolo fondamentale per la protezione di ragazze e bambine da abusi e violazioni e rappresentare un luogo sicuro dove ripararsi" e "costituisce forse l’unica occasione, per milioni di bambine e bambini che vivono in aree instabili, conflittuali e povere, di garantire a sé e alle proprie comunità un futuro diverso e migliore”. Sono le parole dei rappresentanti di Save the Children che - voce poco ascoltata ma fortunatamente ripetuta - continua a fare pressione affinché il diritto all’istruzione per i 39 milioni di minori che vivono in paesi in guerra o reduci da conflitti, con particolare attenzione alle bambine, sia assunto come prioritario nelle agende politiche dei governi nazionali e internazionali. Lo stretto rapporto fra scolarizzazione femminile e maggiore benessere e sviluppo sociale è infatti dimostrato: un aumento dell’1% dell’istruzione femminile genera una crescita del Pil dello 0,37%; l’iscrizione alla scuola primaria delle bambine può produrre una riduzione della mortalità infantile del 4, 1 per mille; l’educazione può contribuire a prevenire circa 700.000 contagi da Hiv all’anno e a migliorare la salute materno-infantile.

Nel 2005 i paesi donatori, tra cui l'Italia, hanno assunto impegni in aiuti all'educazione primaria per 3 miliardi di dollari, ma ne hanno erogati circa la metà. L'Italia si colloca all'ultimo posto della lista destinando meno del 3% dei suoi aiuti all'educazione primaria. Al governo Save the Children chiede ora di aumentare i fondi per l'istruzione e di destinarne almeno il 50% alle nazioni colpite o reduci da guerre, cui oggi va solo il 38%. E’ possibile firmare online questa Petizione all’indirizzo: www.savethechildren.it/riscriviamoilfuturo . Altre firme saranno raccolte per le strade delle principali città con degli eventi in programma il 20 e 21 ottobre.

La versione integrale del Rapporto “Bambine senza parola” è scaricabile all’indirizzo: www.savethechildren.it/pubblicazioni

 

18 ottobre 2007