arte e società

 

 

"Bordertown"

Amnesty International con Jennifer Lopez contro il massacro di Juarez

di Nadia Magnabosco

 

E' in questi giorni in distribuzione il film "Bordertown" di Gregory Nava sul femminicidio di Ciudad Juarez, una cittadina messicana ai confini con gli Usa, di cui abbiamo già ampiamento scritto in "Ni una mas" . E' un film molto bello che vorremmo vedessero tutti ma non resterà a lungo nelle sale, perchè le gente tende ad allontanarsi dai drammi della realtà e le più di 400 donne che sono state barbaramente assassinate dal 1993 ad oggi a Ciudad Juarez e le altre 600 scomparse sono certamente un dramma, per quanto poco valga la vita delle donne in alcune parti del mondo.
Così non ha fatto la bravissima Jennifer Lopez, protagonista del film, che dichiara "Ho interpretato questo film per attirare l'attenzione mondiale su questa tragedia e per spingere il governo messicano ad assicurare alla giustizia i responsabili di questi orrendi crimini. Sono venuta a conoscenza di queste atrocità per la prima volta nel 1988, quando Gregory Nava mi propose il film. Da allora, ho cercato sempre di parlarne",
E se non ci fosse stata lei sui manifesti, probabilmente il film avrebbe avuto ancor meno spettatori, il che dispiace perchè pur essendo un coraggioso film di denuncia, il regista è riuscito a dargli il ritmo trascinante di un thriller e non ci si annoia neppure per un attimo.
E' la storia di una giornalista in carriera di Chicago che viene inviata, quasi di controvoglia, per un reportage a Ciudad Juarez, piccolo centro del Messico ai confini con gli Usa dove, in uno scenario deprimente di bidonville e quartieri a luci rosse, migliaia di giovani donne lavorano con salari da fame nelle maquiladoras, le fabbriche a sfruttamento intensivo sorte lungo i confini statunitensi in seguito al trattato Nafta (Norh American Free Trade Agreement).
Qui la giornalista viene coinvolta nella serie di violenze e omicidi di cui sono vittime numerose giovani ragazze aggredite mentre tornano a casa dal lavoro, e prende a cuore il dramma di Eva, una sedicenne scampata per errore alla morte dopo la violenza. La giornalista lotterà per riuscire a scoprire i violentatori, nonostante il degrado e la corruzione dilagante, l'indifferenza o la complicità delle autorità industriali e politiche e i drammi che colpiranno lei e chi la aiuterà in questa ricerca. Ma il lieto fine di questa storia vera non farà cessare le violenze e gli omicidi e le madri continueranno, sole, a cercare nel terreno i corpi delle loro figlie scomparse. Un film appassionante, verrebbe da dire, se fosse solo fiction, una tragedia inquietante invece, visto che è realtà ancora attuale.
Per questo il film è patrocinato da Amnesty International che ha anche conferito quest'anno il proprio premio Artists for Amnesty a Jennifer Lopez.
Infatti, dichiara il regista Gregory Nava: "Siamo in collaborazione con Amnesty International, il sito web del nostro film accoglie donazioni per tutte le donne vittime di abusi. Ma soprattutto vogliamo che questa storia si sappia. Io vivo al confine tra Messico e Usa, in questi chilometri dove si passa dal primo al terzo mondo in un attimo. Sono dieci anni che voglio fare un film su questo argomento. Non per farci soldi, ma perché ho pensato che dovevo fare qualcosa. E quello che io so fare è raccontare storie, al cinema. Questo è il mio modo di prendere posizione, di impegnarmi. E so che se non ci fosse stata Jennifer Lopez, questo film non si sarebbe fatto. Anche così, abbiamo tutti ricevuto minacce di morte, e non ci siamo potuti avvicinare a Juarez per girare. Ci hanno rubato la cinepresa e tutto l'attrezzatura, siamo stati costretti a ingaggiare uomini armati per proteggerci".
Anche la produttrice Barbara Martinez ha raccontato che, durante i sopraluoghi, "erano arrivate pesanti minacce per dissuaderci dal girare il film". "Soprattutto all'inizio - ha spiegato Riccardo Nouri, portavoce italiano di Amnesty International - c'era una chiara volontà politica ad insabbiare i fatti. In principio poteva forse trattarsi di criminalità comune. L'ampliarsi della scala e le resistenze a fare davvero chiarezza hanno poi dimostrato l'intervento di gruppi organizzati e interessi superiori. Snuff movies, traffico d'organi: le ipotesi sono tante, ma le certezze poche".
Julia Ester Cano, madre di una ragazza sequestrata e uccisa nel '95, che è intervenuta alla presentazione del film a nome dell'associazione di famigliari delle vittime «Rivogliamo le nostre figlie a casa», ha detto: «Nel caso di mia figlia il colpevole era legato al narcotraffico, ma le altre vittime sono state uccise da poliziotti o da persone potenti del posto. Adesso, le autorità assicurano che cambieranno le cose, ma finora continuiamo a subire minacce e non abbiamo visto risultati».
Anzi, denunciano numerose organizzazioni per i diritti umani, si sono spesso costruiti falsi colpevoli da dare in pasto all'opinione pubblica per coprire le responsabilità di colpevoli eccellenti, tanto, si sa, si tratta infine solo di donne là dove ce ne sono tante. Ma a noi importa e ci auguriamo che il film abbia successo per non far ritornare il silenzio su questo femminicidio.


24 marzo 2007