Arte e società

 


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MI PIACEVA L'OTTO MARZO....

di Nadia Magnabosco

 

Prima mi piaceva l'otto marzo: bello, tondo, morbido, giallo, profumava di primavera e di nuove possibilità, con quel numero dal segno così facilmente deformabile verso l'infinito, ritenuto anche simbolo di resurrezione. Lungo la strada del tempo ha però perso la sua voce e la sua luce, inzuppato dalla retorica e dall'involgarimento che i mercificatori di sentimenti hanno potuto creare intorno ad esso per trarne profitto. Ma le donne possono anche perdere una festa ma non la memoria e sanno guardare al mondo oltre il mazzetto delle belle mimose, come hanno recentemente dimostrato le donne italiane che si sono mobilitate in difesa della 194. Non dimenticano che all'origine della festa c'è la morte di 129 donne bruciate vive nello stabilimento della Cotton di New York nel 1908, chiuse a chiave dalla proprietà. Non possono dimenticarlo perchè succede ancora oggi, solo in zone diverse, come è avvenuto qualche giorno fa in Bangladesh dove sono bruciati in 65, in maggioranza donne, perchè bloccati dentro la Kts Textile Mills di Chittagong dal padrone. Non dimenticano i più di 100 milioni di donne che ogni anno spariscono dal mondo per aborti, infanticidi, fame o mancate cure mediche. Non dimenticano che ogni giorno 6000 bambine sono sottoposte a mutilazione genitale. Non dimenticano che 65 milioni di bambine sono escluse dall'istruzione. Non dimenticano che sono le donne che reggono il sud del mondo. Non dimenticano che in tutto il mondo sono le donne a curare i bambini e gli anziani. Non dimenticano che il diritto di voto alle donne è stata una conquista pagata cara da molte prima di noi.

Non dimenticano che nulla è stato donato al nostro genere e nulla è conquistato per sempre. E non dimenticano che la violenza contro le donne è dappertutto, comprese le nostre "sicure" case della società occidentale. Colpiscono le conclusioni dell'ultimo rapporto (8 febbraio 2006) di Amnesty International, sezione francese,

che dimostrano come la violenza verso le donne ha assunto tali dimensioni da essere considerata un affaire d'Etat, una questione nazionale in tutti i paesi occidentali. Nel mondo una donna su tre è stata picchiata, costretta ad avere rapporti sessuali o abusata, in genere da un membro della famiglia o da un conoscente. Lo denuncia il rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2005 messo a punto dall'Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione). La violenza contro donne e ragazze (sono 1,7 miliardi le donne tra i 15 e i 49 anni nel mondo) è «un'epidemia mondiale, silenziosa e di dimensioni allarmanti.».
Per questo vogliamo utilizzare i lavori della fotografa Lizzie Sadin per "celebrare", come sito che si occupa di arte delle donne, questo otto marzo 2006. Lizzie Sadin è una fotografa che privilegia le tematiche sociali: violenza coniugale, madri bambine, immigrazione clandestina, matrimoni precoci in Etiopia, lavoro minorile.

"La violenza coniugale è un grave problema della società, che tocca tutti i livelli sociali, tute le culture. E' inaccettabile. La cifra delle violenze coniugali è una cifra in nero. Le stime sembrano dire che circa 3 milioni di donne sono vittime della violenza coniugale, ossia una donna su sette conosce il suo aggressore. Abita in casa. Questa donna può essere la nostra amica, la nostra vicina, nostra sorella...

La violenza si sviluppa attraverso dei cicli la cui intensità e frequenza aumentano col tempo, sino a spingere la donna al suicidio o ad esporla all'omicidio. 400 donne muoiono ogni anno sotto i colpi di un marito violento. Più d'una ogni giorno. In un'epoca in cui pochi soggetti restano ancora tabù, mi è parso urgente testimoniare un problema delicato su cui si getta ancora troppo spesso un velo pudico. La famiglia è il luogo del privato per eccellenza. Nessun fotografo è autorizzato a fare delle foto, soprattutto questo genere di foto. Fotografare delle donne picchiate subito dopo il dramma nelle loro case o nei luoghi di accoglienza può sembrare voyeurismo.

Ma il mio cammino è esattamente l'inverso. Ho voluto denunciare ciò che raramente si vede. Ridare dignità a queste donne, combattere il silenzio in cui si trovano. Parlare della violenza coniugale infastidisce. Ma tacere è renderle vittime due volte. Ho sentito il bisogno di dare il mio contributo proponendo il mio sguardo di donna fotografa su questo grave problema. Sapevo che voler realizzare delle foto su un soggetto così sensibile poteva dar fastidio. Non ho cercato nè di stupire nè scioccare e ancor meno incoraggiare un qualsiasi voyeurismo. Ho voluto fotografare queste altre noi-stesse, trattenere con l'immagine questi momenti di vita dove non si parla più, dove solo gli occhi e il cuore si esprimono. Volevo che le mie foto mostrassero, denunciassero e permettessero di riflettere. La scommessa sarà per me vinta se, vedendo queste immagini, delle donne impareranno a uscire dal loro isolamento, a rompere il muro, a parlare..."

La stessa cosa pensiamo noi: parlare è necessario, prima di tutto per non dimenticare. Tanto meno il significato dell'otto marzo.