Arte e società

 

 

leggiamo e riportiamo l'articolo di Alessandra Galetto tratto da L'arena - Il giornale di Verona del 17 ottobre 2006


Le bambine cambogiane prostitute ne «Il silenzio dell’innocenza»
Gli angeli venduti agli orchi
Libro-denuncia di Somaly Mam, già candidata al Nobel



«Un sogno? Che le donne abbiano un po' più di potere. E che gli uomini capiscano le donne. Siamo come le ali e il corpo di una rondine, abbiamo bisogno le une degli altri». Parola di Somaly Mam (nella foto) la scrittrice cambogiana diventata internazionalmente nota per il suo impegno contro lo sfruttamento sessuale di donne e bambine, autrice di «Il silenzio dell'innocenza» (Corbaccio, pp.174, euro 13,60), romanzo-confessione della sua tragica esperienza di prostituta bambina e della sua lenta e difficile emancipazione, fino a diventare protagonista di una battaglia "da sopravvissuta".
«Il silenzio dell’innocenza» è anche in un certo modo un primo bilancio dell'attività che, a 35 anni, l'autrice si trova ad aver compiuto: candidata al premio Nobel per la Pace dalla regina di Spagna, da anni ormai è oggetto dell'attenzione internazionale, anche se Somaly è diventata davvero personaggio pubblico soprattutto da quando, con le Olimpiadi invernali di Torino, il 17 febbraio scorso, ha portato la bandiera olimpica insieme ad altre sette grandi donne, quali la keniota Wangari Maathai Kenia (Nobel per la pace 2004), la scrittrice cilena Isabelle Allende e l'attrice ambasciatrice dell'Unicef Susan Sharandon. Ma la sua storia comincia molto prima. Come spiega lei stessa proprio all'inizio del suo romanzo.
"Mi chiamo Somaly; o, per lo meno, così mi chiamo adesso. Come tutti, in Cambogia, di nomi ne ho avuti parecchi. Un nome deriva da una scelta provvisoria, lo si cambia come si cambia vita se la sfortuna si accanisce contro di noi, per esempio. Ma non mi ricordo bene dei nomi che ho avuto quando ero piccola. Del resto non ricordo quasi niente della mia prima infanzia; non so granché delle mie origini e ho ricostruito a posteriori, da vaghi ricordi, quel minimo di storia che sto per raccontarvi".
Scopriamo dunque che Somaly nasce nella poverissima campagna cambogiana dove i genitori arrivano a vendere i propri figli all'età di cinque, sei anni per pochi soldi: anche Somaly è venduta e ha vissuto parte dell'adolescenza in un bordello, in condizioni di schiavitù. E' stata violentata, picchiata e torturata, ma è riuscita a sottrarsi al suo destino e insieme al marito Pierre Legros ha creato nel 1997 un'associazione no-profit , la Afesip (Agir pour les femmes en situation précaire) che dalla Cambogia, dove ha la sua sede principale, si è rapidamente sviluppata in Tailandia, Vietnam e Laos. E nonostante abbia subito numerose minacce, fino ad oggi Somaly Mam è riuscita a salvare dalla prostituzione e dalla schiavitù oltre tremila giovani donne. Ed è proprio del futuro e non del passato che Somaly confessa di preferire parlare quando viene intervistata: un modo, anche questo, per sfuggire al dolore del ricordo, che affronta al contrario con coraggio nelle pagine di «Il silenzio dell'innocenza».
« Ho visto le mie compagne torturate a morte, mi hanno pestata tante volte, ogni volta che ci ripenso ci metto una o due settimane per uscirne», confessa. E aggiunge: «Se ce l'ho fatta io, possono farcela anche quelle bambine che sono prigioniere oggi». Perché oggi Somaly è sposata, mamma di tre bambini, ha occhi scintillanti e splendido volto, parla quattro lingue: fino a diciotto anni non aveva mai tenuto un libro in mano. E non ha peli sulla lingua: «Il problema principale è la corruzione. Prima di tutto dei giudici, che sono più corrotti dei poliziotti. Ma le cose cambieranno. Tra cento anni, però cambieranno. Voi potete aiutarci con una legge extraterritoriale che incastri i pedofili», grida infatti al mondo questa donna scomoda e coraggiosa. Questo libro, che è dedicato ad Emma Bonino (su sua segnalazione Somaly è stata insignita nel 1998 del Premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale: la Bonino è infatti una sua grande sostenitrice), amplifica e dà nuova forza al grido di Somaly: il coraggio della testimonianza e la forza dolorosa di ripercorrere un passato privato di violenza suonano come monito altissimo alle coscienze di tutti a fare che questo non accada più. Ogni volta che qualche cosa si muove in questa direzione, si avvera forse almeno un po' del sogno di Somaly.