Arte e società

 

la voce delle altre: tratto da D donna del novembre 2006

Stop alle bambine di strada
Ho fatto un sogno

di Bianca Jagger

Sono nata in Nicaragua e ho passato la mia infanzia e la mia gioventù sotto la dittatura brutale dei Somoza, che flagellò il mio Paese per 43 anni, prima della caduta, il 19 luglio 1979. Già da ragazza ho imparato cos'è l'ingiustizia sociale, cosa vuol dire essere in ristrettezze economiche: erano anni di povertà, carestie, malattie terribili. I miei genitori hanno divorziato quando avevo dieci anni, ed è l'episodio più importante che ricordi della mia infanzia. Perché da lì sono cambiate un sacco di cose: non era facile, per mia madre, sopportare la discriminazione di cui era vittima a causa del suo nuovo stato civile. E, in più, lavorava duramente per mantenere me e i miei fratelli. Forse proprio per colpa di questa situazione familiare scelsi di frequentare una scuola professionale: cercavo qualcosa che potesse salvarmi da un destino simile a quello di mia madre. E giurai di non farmi mai trattare, io donna, come un essere umano di seconda classe e di non sentirmi mai più impotente di fronte alle ingiustizie. Così lasciai il Nicaragua per studiare scienze politiche a Parigi, grazie a una borsa di studio del governo francese. Arrivai in Francia il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia, festa nazionale: libertà e uguaglianza erano concetti di cui nel Nicaragua degli anni Sessanta si poteva solo fantasticare. E infatti il loro valore l'ho scoperto, con sorpresa, a Parigi. L'Europa allora mi sembrava un paradiso, una parte illuminata del mondo. Per questo ora sono allarmata per quello che succede in Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Dal 2001 in poi, anche nel ricco Occidente si cerca di abolire, o almeno modificare, leggi che in passato hanno avuto un'importanza fondamentale per salvaguardare i principi base della democrazia, relative ai diritti civili o al rispetto per quelli umani. Purtroppo la mia visione del mondo non è mai stata più pessimista. E mai i miei sogni mi sono sembrati così irraggiungibili. D'altra parte, per una come me, sarebbe impossibile vivere senza speranze e desideri, anche se realizzarli oggi mi pare davvero quasi un miracolo. Una delle mie chimere è riuscire a combattere in modo decisivo il traffico di donne e bambini, e di convincere i governi a rispettare le vittime, invece di trattarle come carnefici. Sono già un centinaio i Paesi che hanno firmato il protocollo promosso dalla Unodc (United Nations office on Drugs and Crime) per la lotta contro il traffico di esseri umani, che si pone come obiettivo la fine delle tratte - e dello sfruttamento - di donne e bambini, mediante una legislazione più attenta e severa. Il mio desiderio è che si continui a lavorare per creare una rete di trattative multinazionali che portino i governi di tutto il mondo a capire che le donne sequestrate e sfruttate sessualmente sono vittime, e come tali vanno difese, rispettate e risarcite. Vorrei che si creassero strutture protette per le ragazze, le donne e i bambini maltrattati: luoghi dove possano ricevere una reale assistenza, e trovare un sostegno psicologico che permetta loro di ricrearsi una vita normale. È un impegno difficile, perché in molti di quei Paesi dove le donne vengono attirate con false promesse, finendo poi male, i membri del governo si fanno corrompere, offrendo di fatto protezione ai trafficanti. La tratta di esseri umani è ormai diventata proficua come il commercio delle armi e la droga; con in più l'aggravante che almeno le armi si vendono una volta sola, mentre donne e bambini possono venire sfruttati a vita. Secondo i dati dell'Ilo (International Labour Organization), ogni anno vengono venduti 2,4 milioni di esseri umani. L'Unicef stima che solo in Asia ogni anno un milione di ragazze e ragazzi viene costretto alla prostituzione. È un genere di attività che porta profitti immensi: 32 miliardi di dollari ogni anno, dicono le stime. Poco tempo fa sono andata in India con l'ong Christian Aid per seguire da vicino il lavoro di una loro agenzia, Sanlaap, che a Calcutta si prende cura delle vittime dello sfruttamento sessuale. Ho visitato una casa per ragazze che hanno chiamato Sneha, parola che significa "affetto": ci vivono 48 ragazze tra i 10 e i 18 anni che la polizia ha liberato dalle grinfie dei trafficanti di esseri umani. Christian Aid sostiene che il giro della prostituzione minorile, solo nelle zone a luci rosse di Calcutta, Mumbay e New Delhi, arrivi a 400 mila, tra ragazze e bambine. Ho ascoltato storie allucinanti di piccole di 10 anni che erano state costrette a rapporti sessuali con uomini affetti da Aids, racconti di abusi, violenze, tradimenti. Molti bambini piangevano, dicendo come avevano implorato di non essere costretti a darsi a questi uomini, ma le loro preghiere non trovavano ascolto. Anzi. Se insistevano, venivano picchiati, o bruciati con mozziconi di sigaretta. Una bambina mi ha raccontato, dopo lunghe esitazioni, di uomini malati, denutriti e pieni di piaghe, che arrivavano al bordello per chiedere le sue prestazioni. Un'altra ragazza era riuscita faticosamente a fuggire, ma era stata poi respinta dalla famiglia d'origine perché, ai loro occhi, era stata disonorata. Un'altra si è rivolta alla polizia, ma l'agente in servizio era stato corrotto dalla sua aguzzina, e così l'ha riportata al bordello. I governi spesso evitano di approvare provvedimenti che mettano fine a questo tipo di reati. Oggi noi ci illudiamo, crediamo che i diritti degli esseri umani siano davvero rispettati, soprattutto quelli delle donne. Invece non è così. La violenza domestica è una delle più grandi piaghe mondiali, e in alcuni Paesi il livello di discriminazione è spaventoso. Anche se, di questo, le donne sono corresponsabili: hanno troppa paura a rompere il muro del silenzio. A volte, di fronte a questi soprusi, corro il rischio di essere sopraffatta dalla rabbia. Ma mi trattengo: l'aggressività e la disperazione rischierebbero solo di compromettere i minimi risultati del lento ma fondamentale lavoro che in molti cerchiamo di portare avanti. Bisognerebbe sempre trasformare la rabbia in passione. All'inizio ho fatto fatica a costruirmi una credibilità come persona impegnata sul piano politico e sociale, forse per il nome che porto, e forse per il mio passato da frequentatrice del jet set. Mia figlia Jade è preoccupata per i rischi che comporta il mio impegno, ma questo è il mio sogno. Cercare di perseguirlo mi fa sentire viva, e utile. (Testo raccolto da Andrea Thilo ©Die Zeit)