VOCI DI ARTISTE PER LA PACE

 


 

Meira Asher

di Nadia Magnabosco

Nel numero di Alias del 12 giugno Claudio Bonomi intervista l'artista Meira Asher sul suo ultimo lavoro, recentemente presentato a Gent in Belgio, "Face Woman See lot of Things", una performance multimediale (installazione, catalogo, CD) che analizza gli effetti degli attuali conflitti sociali sulla vita dei bambini attraverso la storia di tre donne ex-combattenti bambine in Sierra Leone."Non si tratta però di una mera registrazione di ricordi - dice la Asher nell'intervista - . Queste donne, ex combattenti bambine, che quando furono rapite dai soldati avevano dagli 11 ai 17 anni, non parlano solo del loro passato ma anche di come a livello psicofisico sono venute a patti con i loro personali drammi. E di come vivono il presente e guardano al futuro alla luce di tutto quello che hanno vissuto. Il ritratto che in definitiva viene fuori non è quello di mere vittime di ogni genere di violenza, ma di donne attive, forti e consapevoli...Io lavoro con queste donne, esse hanno moltissime cose da dire e da insegnare. A tutti". Ancora una volta mi colpisce la tenacia e la determinazione di questa giovane compositrice israeliana nel portare avanti, attraverso la sua arte, un progetto d'analisi e sensibilizzazione a tematiche scomode e spiacevoli, veri pugni nello stomaco cui si tende normalmente a sottrarsi. "Il mio è un tentativo di riconnettere il mondo occidentale e di fare conoscere la realtà di questa infanzia violentata e militarizzata". Lo aveva già fatto nel 2001 con "Infantry"

un progetto realizzato insieme a Guy Harries per rappresentare lo sfruttamento dei bambini come soldati. "Nel nostro spettacolo - diceva in un'altra intervista - abbiamo rappresentato alcune scene in cui diversi tipi di manipolazione, che molti bambini sono costretti a subire, vengono riprodotti attraverso suoni e immagini".

In Sierra Leone, nello scenario di una guerra durata dieci anni e conclusasi nel 2002, quasi la metà dei 45.000 ribelli del Fronte unito Rivoluzionario erano bambini e, tra questi, almeno 7.500 erano ragazzine. Sono i dati di uno studiodi tre anni, "Where are the girls",che l'organizzazione canadese Rights and Democracy ha presentato all'Onu nel marzo 2004 e che dimostra come le bambine soldato siano presenti nelle milizie di almeno 55 paesi del mondo, partecipando attivamente ai conflitti in 38 di questi. Il reclutamento avviene nella maggior parte dei casi con il rapimento, salvo le giovani che finiscono per unirsi agli eserciti per reazione a violenze subite o spinte dalla necessità della sopravvivenza.

Purtroppo la fine di queste bambine soldato non è quasi mai quella delle tre donne presentate dalla Asher nel suo ultimo lavoro che ancora riescono a raccontare la loro esperienza perchè "la difficoltà a reperire informazioni sui numeri e sul dislocamento delle minori coinvolte pone un altro ordine di problemi: non essendo riconosciute come parte lesa dalla guerra non sono coinvolte nei successivi programmi di assistenza e recupero. Quindi i problemi per il recupero fisico e psicologico delle sopravvissute diventano molto difficili: malattie a trasmissione sessuale, una percentuale altissima ha contratto l'AIDS, forti traumi fisici e psicologici, difficoltà e spesso impossibilità di reintegrarsi nel tessuto sociale al quale sono state strappate".

Ben vengano pertanto artisti come la Asher - che vedremo probabilmente a Milano in ottobre - capaci di usare il loro talento e la loro sensibilità per far conoscere la scomoda verità dell'infanzia brutalizzata. Recentemente le è stato chiesto, in un'altra intervista, se la sua immagine di musicista impegnata era da intendersi nel senso che si dava al termine "politico" negli anni sessanta. La sua risposta è stata: "No. E’ una definizione che non mi piace. Preferisco pensare a un impegno sociale, più che politico. Odio la politica. La politica è noiosa. A me interessano le persone e soprattutto i bambini.
Semplicemente sono cresciuta in questo posto chiamato Israele e ho spesso provato vergogna per ciò che è avvenuto o che è stato provocato negli ultimi anni dal governo del mio Paese.
Devo però dire che la mia immagine colpisce forse oltre il dovuto perché sono davvero pochi i musicisti che si occupano di temi sociali attualmente. E questo lo trovo inspiegabile. In qualunque altro mezzo d’espressione il riferimento alla realtà contemporanea è costante: nel cinema, nella letteratura, nel teatro, nella poesia... Solo nella musica sembra che questa non interessi molto. A parte forse pochissimi esempi, com’è il caso del compositore americano Steve Reich. Soprattutto nella musica pop e rock sembrano importare solo pochi aspetti futili e alla moda. Come possiamo accontentarci di questo?".
Già, come possiamo accontentarci? Come possiamo ignorare l'impressionante sequenza di abusi e violenze sui bambini, e ancor più sulle bambine, che le organizzazioni umanitarie ogni anno ci presentano e che sono sempre, per loro ammissione, largamente sottostimate? Eppure lo facciamo ogni giorno, salvo indignarci (vedi recentemente a Milano) per dei manichini a forma di bambino appesi ad un albero, che potranno piacere o non piacere, ma restano manichini mentre per i tanti bambini in carne e ossa nella stessa situazione nessuno sale sugli alberi per liberarli. Mi vengono in mente le parole di Anna Maria Ortese: "Ma una delle peggiori è il corrompere, il far morire la fiducia e la speranza. Questo, oggi, si fa con i giovanissimi, con i bambini stessi...Probabilmente a quaranta, cinquant'anni, per non dire più in là, nessuno ricorda se stesso, da bambino o da ragazzo, e cosa si aspettava, a buon diritto, dalla vita: indicazioni, aiuto, serenità, bontà: il senso delle finestre che si aprono su un'alba di maggio".

17 giugno 2004