non in nostro nome
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 


 

Kathe Kollwitz - La vedova 1, 1922-23

".....ogni guerra porta già in tasca una guerra di risposta."
dal diario e dalle lettere di Kathe Kollwitz 21-2-1944

Käthe Kollwitz, Mai più guerre!, 1924

Fuoco

Centro del cerchio in cui si contano le favole
dono della saetta da custodire attonite
fiamma delle rotella carezzata dal pollice
a innescare un veleno per me necessario

inesausta metafora del fremito d'amore
crogiolo dei gioielli dell'argilla e del pane
sole di mezzanotte in ogni latitudine
e madre del supporto che stampa queste righe

quale pulsione soffia dal tizzone nel missile
ammantando il macello di sensate ragioni
e spinge in carovana turisti per contare
stelle assassine a pioggia dal cielo sopra Aviano

oggi la bomba è un occhio che ci porta in picchiata
ogni sera sui guasti di questa insana guerra
la casa disegnata dai bambini di Kukes
ha pareti che ardono e morti alla finestra

il millennio si chiude con un angelo nero
che accompagna in silenzio i passi quotidiani
marce scioperi veglie appelli paludati
sono sospiri rauchi di fronte a un uragano

anche la poesia innocente si vergogna
della gioia che danno le povere parole
lei che è arma ed incendio soltanto per figura
e quando il senso tace si rattrappisce e muore.

Gabriella Lazzerini, 1999

Mary Perry Stone, Rationalized profits war and peace, 1998


L'odio

Guardate com'è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l'odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L'insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione -
purchè ci si inginocchi per il via.
Patria o non patria -
purchè si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all'inizio.
Poi corre tutto solo.
L'odio. L'odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti -
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell'alba rosata
.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l'umorismo grasso
della colonna che vigorosa la sovrasta.

E' un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
- lui solo.

Wislawa Szymborska

Nadia Magnabosco, Senza via di scampo, 1997

Nella notte di giugno
friniscono i grilli
e il ligustro fiorisce.
Bianco-e-verde si chiama il ligustro
e profuma dolce
lungo la strada polverosa
nel letto asciutto del fiume.

Nella notte di giugno
lampi come onde
alla riva del cielo.
Dolore e minaccia -
Chi chiede aiuto?
Una valle colma di fulmini
al di là dei monti.
(Bombardamento di Milano, 1943)

Meret Oppenheim

Meret Oppenheim, Su un piatto una testa, 1932-33

Natale di guerra

Sola fra solitudini di campi
bianchi di neve è la capanna santa:
macchie di sangue sulla porta stagnano,
lordan lo strame ove il Bambino in miseri
panni è deposto e il manto di Maria.

Né campana rintocca, né parola
vibra nell'aria, né si scrolla il ramo,
né passo entro la neve si sprofonda:
piange il Bambino, nel silenzio enorme,
e non lo può la madre addormentare.

Piange: sì alto, che dal cielo gli angeli
scendono a lui, destando le campane
col remeggio dell'ali: al nuovo canto
che di quell'ali ha la purezza e il fremito
tutta la terra è una preghiera e un pianto.

Ada Negri

Maria Lassnig, Warlord I, 1996

9 dicembre

Due anni fa, Riservista,
avresti voluto bruciare
la cartolina oppure
sparire, disertore.
Invece sei rimasto a servire
l'Aereonautica. La testa sfornava
cattive pensate, mandavi
il cuore in porta
come un pallone, il tuo buon cuore
che mai e poi mai cessa
di riconoscer i suoi torti.
Da Frisco hai fatto una telefonata.
Poi ti hanno confezionato
un Aereomedico
che riappiccicava insieme
pezzi umani staccati
dagli spari. Alcuni rispediti al mittente
troppo morti per essere malati.

Ma io non tenni un diario
a quel tempo
e tu dici che oggi
fai di peggio
Oggi scarichi corpi di uomini
alla base aereonautica
di Travis - maledetta -
niente alberi, un cratere
circondato da colline.

Lo Starlifter dal
Vietnam, megacarro funebre,
atterra. Cento
ne arrivano giorno dopo giorno
solo quarantott'ore
dopo la morte, carichi
addirittura a volte
di sessanta bare in schiera.

Manuale Meno Numero
Sedici Prontuario
preferisce intitolare il tutto
I resti umani.

Questa è la posizione
che ha preso il mondo
con i figli del nemico
e le conquiste del nemico.
Tu li scarichi - scivolano
in sacchi di gomma
dentro una bara di alluminio -

questi resti umani,
ché mantengano sempre la testa più alta
dei dieci ditini dei piedi.
Hanno la precedenza assoluta quando
vengono rispediti
con lo stipendio di quattro mesi
e con le spese di sepoltura
acclusi.

Quali riguardi
per quei resti umani!
Servono per le statistiche!
Non sia mai che vengano
gettati a mare da aerei in panne.
Restino a bordo! Sono più importanti
ora che sono morti.
E tu mi dici: "Finché non t'ammazzano
ti trattano come una merda".

E vengono poi portati nella Caverna
quei resti umani timbrati
su uno Starlifter, un Cargomaster,
un aereo postale, un Hercules
mentre il napalm bolle in pentola,
mentre il napalm s'acquatta nel nido di morte.
E qui da noi si faceva
la Marcia della Pace -
questa Washington che occupiamo.

Anne Sexton

Maya Lin, Bozzetto per il Vietnam Veterans Memorial, 1981

"L'ho progettato in modo tale che un bambino, tra cento anni, possa essere in grado di andare in quel luogo e avere una lucida visione del prezzo della guerra"

Maya Lin

Mary Frank, Pietà, 1981

 

"Dove c'è la guerra non conta più la pittura: gli occhi imparano a guardare solo le macerie, o colori della distruzione."

Dacia Maraini

Mary Perry Stone, War Scene, 1930

Riuscirà la nostra voce

Riuscirà la nostra voce
a coprire gli echi
di tormenti lontani?
Riusciranno i nostri sorrisi
a specchiarsi
in altri sorrisi
e la nostra vita
a gioire di nuova vita?
Non potranno.
Finchè sarà il sangue
la linfa dei fiori,
gli uccelli d'acciaio
gli abitanti del cielo.
Finchè le notti d'estate
continueranno a udire
il canto spietato degli spari,
quando la luce delle fiamme
sarà la sola
a illuminare
i nostri passi.

Antonella Mei

Marilde Magni, L'inferno dentro, 2000

Quei terremoti di cui parli, crollo
profondo delle viscere, sonante
sfacelo che ai meandri della terra
grida rivolta, odio, grida guerra
e appicca il fuoco all'anima del mondo
(là dove la caverna primordiale
gelida del terziario arrocca strati
di giade e di slavine), quali forme
soltanto nostre ci potrà rapire
dentro i suoi sordi ululi? Rimane
intatta la bandiera delle bianche
mattine, quando all'albatro nevoso
non giunge voce più delle marine
trionfali di spruzzi e di richiami,
dove i suoi fasti celebrano al sole
gli smemorati pellegrini.

Maria Luisa Spaziani

Lea Grundig, Judengasse in Berlin, 1935

Popoli della terra,
voi che avvolgete come gomitoli di rete
con la forza di astri sconosciuti,
che cucite e disfate nuovamente,
che entrate nella confusione dei linguaggi
come in alveari
per pungere nel miele
e venir punti -

Popoli della terra
non distruggete l'universo delle parole
non tagliate con lame d'odio
la voce nata con il respiro.

Popoli della terra
che nessuno pensi morte quando dice vita
e non sangue quando dice culla -

Popoli della terra,
lasciate alla fonte le parole
ché loro sole fanno avanzare gli orizzonti
nei veri cieli
e con l'altro lato,
maschera dietro a cui sbadiglia la notte,
aiutano le stelle a partorire.

Nelly Sachs

Yoko Ono, EX-IT, 1998

Questa pace

Quella Pace di ulivo e di colomba
raggiunta in verde acerbo e bianco puro
sul carminio violento del sangue
non è la pace d'oggi, mascherata
fra carte e un inchiostro menzognero.

Questa è pace di petto crivellato
da vecchie baionette arrugginite,
che abbandonò in tutti gli angoli del mondo
fucili che continuano a sparare
cannoni che conservano il bramito
e avvoltoi di acciaio con il gozzo
gravido di mitraglia.

È pace di atterrito capriolo
che tenta il fango sporco e scivoloso

È solo pace di voli sperduti,
di smarrito affanno, di pianeti
senza orbita certa.

Pace cenciosa, zoppa, etichettata
con "ismi" e con "anti";
gridata a squarciagola
generata in convegno e assemblee
di fosca ipocrisia.

Pace e fetore di morti insepolti;
inquieta di presagi;
rosicata da ansie e da psicosi.

È pace di fanciulli affamati
che sempre hanno ignorato
come infilare i piccoli denti
nel pane fresco di mollica bianca
con lo scricchio dorato di cortecce.

No. Questa nostra pace difficile,
fermentata, e tutta
appuntita e affilata
come vetro scheggiato
in cui le mani dure, ben serrate,
debbono reggere il cuore in sospeso
perché non si trascini né si affligga
non è pace di ulivo o di colomba.

Non è pace di gioia o di riposo.

Angela Figuera Aymeric

Genni Mucchi, No alla guerra, 1950

Equivoco

Parlano di arte della guerra,
ma le arti
si ispirano alla fonte dell'anima
e la guerra
inaridisce l'anima, si ispira al potere
di una terra desolata inaridita e buia.
Quando Leonardo
applicò il suo genio per concepire
macchine di morte non lo faceva
per rendere servizio all'arte.
Ne teneva sospesa la vita
sopra un abisso
come se qualcuno tenesse
un bambino vivo fuori dal finestrino di un aereo
a diecimila metri di altezza.

Denise Levertov

Nancy Spero, Bombs and Victims, 1965

 

"Come possiamo comprendere un problema che è solo vostro, e, quindi, come rispondere alla domanda: in che modo prevenire la guerra? Non avrebbe senso rispondere, basandoci sulla nostra esperienza e sulla nostra psicologia: che bisogno c'è di combattere? E' chiaro che dal combattimento voi traete un'esaltazione, la soddisfazione di un bisogno, che a noi sono sempre rimaste estranee...."

Virginia Woolf, da Le tre ghinee, 1938

Sarai Sherman, Natura morta, Vietnam, 1966

Sventatezza

Ricordo un pomeriggio di settembre
sul Montello. Io, ancora una bambina,
col trecciolino smilzo ed un prurito
di pazze corse su per le ginocchia.
Mio padre, rannicchiato dentro un andito
scavato in un rialzo del terreno,
mi additava attraverso una fessura
il Piave e le colline; mi parlava
della guerra, di sé, dei suoi soldati.
Nell'ombra, l'erba gelida e affilata
mi sfiorava i polpacci: sotto terra,
le radici succhiavano forse ancora
qualche goccia di sangue. Ma io ardevo
dal desiderio di scattare fuori,
nell'invadente sole, per raccogliere
un pugnetto di more da una siepe.

Antonia Pozzi

Barbara Kruger, 1991

Le bombe

Abbiamo colpito il treno ci dispiace è stato un errore.
Abbiamo colpito quei profughi ci dispiace un altro errore.
Abbiamo colpito il ponte la gente non si vedeva.
Abbiamo colpito l'acquedotto non è stato un errore ma ci dispiace:
Abbiamo colpito l'ambasciata ci dispiace un altro errore.
Abbiamo colpito il paese sbagliato non era previsto.
Avevamo già colpito altre cose sbagliate un aereo passeggeri una scuola.
Questa volta le ragioni per colpire quello che cercavamo di colpire erano buone.
Cercavamo di fermare le cose terribili fatte a gente innocente.
Le cose peggiorarono per quella gente col nostro intervento.
Ma naturalmente non siamo capaci di pensare a ciò che è giusto o ciò che è sbagliato:
Dicono che siamo intelligenti ma le bombe non sono fatte per pensare.
Ci dispiace ci siano stati errori ma noi da sole non possiamo fare errori.
Eseguiamo solo ordini. Facciamo quello che ci viene ordinato.

Martha Collins, 2001

Ruhzena Zatkova, Il mostro della guerra, 1918

Il primo grosso calibro su Leningrado

E nel variopinto tran tran della folla
tutto mutò di colpo.
Ma non era un suono cittadino
e nemmeno campagnolo.
E' vero, era la copia esatta
del boato di un suono lontano
ma in un tuono c'è l'umido
di alti, freschi cirri
e c'è l'annunzio dei lieti temporali
che anelano i prati.
E questo era secco, come l'inferno,
e l'orecchio turbato non voleva credere
a come si ampliasse e crescesse,
a come, indifferente, recasse morte
al mio ragazzo.

Anna Achmatova, 1941

Vieira da Silva, War, 1945

"Quando ho dipinto questo quadro era come se stessi gridando contro l'assurdità."

a Nathan Zach

Anche questi sono versi di guerra
Composti mentre infuria, non lontano, non vicino
Seduti di sghembo a un tavolo rischiarato da lumi
Mentre cingono le porte di palme
Anche questo è un canto verso Dio
Che chini lo sguardo sui suoi vermi e ci travolga
Amati e non amati.
Non una tregua - un dono
Per questa terra folgorata.


Antonella Anedda, 1999

Toyen, disegno del ciclo Cache-toi guerre!, 1944

Pulizia


Uccidere da lontano
Senza toccare.
Evitare il contagio.
Lavarsi le mani
sporche di sangue.
Lavarsi le mani
nel sangue.
*
Gli angeli
con vesti di filo spinato
Gli angeli dalle lingue strappate.
Gli angeli senza grido.
*
Di ossa facciamo spade.
Armi.
Da un teschio uno scudo rotondo

Donatella Bisutti, 1999

Jenny Holzer, The beginning of the war will be secret, 2002


Guerra d'inverno

La guerra inchioda impotenze
pensarla è fumo
da macerie di noi prismatiche
gocce nel vetro a colori
Allons enfants gâtès

fibta quinta la casa
di Bagdad ogni sera
la stessa casa offesa
offende

meno veri
i pidocchi di morte chiamati
skud e i patriots giocattoli di precisione
di quel gran Gala della gloria e dei razzi-segnale
nei versi di Guillaume

Luciana Frezza, 1991

Silvia Levenson, Plaza de Mayo

Figli dei desaparecidos

Due donne vestite di ricordi
davanti a una donna immolata che fugge
nel seppia verso il labirinto della sua morte.
Intrappolata nel colore dei silenzi
in questo viaggio di carta
e di invocazione.

Carmen Yàñez

Mary Frank, Vietnam Piece, 1974

 

Chicchi neri

Il pomeriggio prendo un libro in mano
il pomeriggio metto via un libro
il pomeriggio ricordo che c'è guerra
il pomeriggio dimentico ogni guerra
il pomeriggio macino il caffè
il pomeriggio ricompongo il caffè macinato
aritroso bei
chicchi neri
il pomeriggio mi svesto mi vesto
prima mi trucco poi mi lavo
canto sto muta

Sarah Kirsch

Lena Vandrey

Nel paese del Vietnam

Questo gabbiano vola sull'eterno cielo di Hanoi
come prima volava l'aggressivo B-52.

Come è chiara la città!
E il bollettino lontano, che parla delle foreste del Tet,
della vittoria popolare.
Io sono qui, come una donna semplice.
Come ha fatto Cheng Urh, come ha fatto Cheng Tseh,
a cantare la vita del trionfo
e ad innalzare, pietra su pietra,
la scuola e il rifugio,
la parola di Angkok, le case di bambù,
la bella arcata dei ponti.

Oh chiaro Vietnam, se cade la bomba sul mare
che il tuo albero e il tuo scudo giungano alla porta del paese:
Chiudila bene.
E se tornassero - non so, chissà? - sul muro d'oro
che il perfido invasore trovi la morte nel fiume.

Nancy Morejòn, 1986

Toyen, disegno del ciclo Cache-toi guerre!, 1944

 

La guerra del golfo, 1991
"Spoon River I"

 

La mia sposa, la candida Cormorina,
serbò il suo candore per poco meno di un giorno.
Poi fu un gallinaccio nero, spelacchiato.
Il suo grazioso gracchiare aveva perso ogni smalto.


Dicono che l'inferno è una marea di pece
dove non s'ipotizzano né radici né pesci.
Soltanto si salva chi vola? Chi vola per tutta la vita,
e fugge, e maledice, e cambia pianeta,
per sempre rinunziando a fidarsi del mare.

 

"Spoon River II"

Mio tratello, Cormoran Due, aveva il suo nido a Ninive,
Cormoran Tre l'aveva a Babilonia.
Che errore è stato invitarli il ventidue gennaio,
proprio quel giorno, alla rimpatriata,
nell'ansa più dolce del Golfo,
in un tepore di ambigua primavera.

E' vero, come dice la canzone,
che un fiore nero è la morte,
che maligno il suo stelo lunghissimo
sgorga su dall'inferno. Avemmo appena il tempo
di sentire pesanti le ali e l'anima di pece,
e gracchiare angosciati "Va' via!"
a un cormorino ingenuo, lassù,
per poco ancora bianco come la neve.

Maria Luisa Spaziani

Marisa Bello, In nome di Elena, 1998

"Per chi sappia discernere non c'è oggi sintomo più angosciante del carattere irreale della maggior parte dei conflitti emergenti. Hanno ancor meno realtà del conflitto tra Greci e Troiani. Al centro della guerra di Troia c'era perlomeno una donna, e per di più una donna di perfetta bellezza. Per i nostri contemporanei, il ruolo di Elena è interpretato da parole ornate di maiuscole. Se, nel tentativo di comprenderla, cogliamo una di queste parole di sangue e di lacrime, ci apparirà priva di contenuto. Le parole che hanno un contenuto e un senso non sono omicide"

Simone Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia, da "Sulla guerra. Scritti 1935-45"

Luciana Spanu, Mine, 2000

Mine

Corri nei prati
Bambina di sole
Raccogli i tuoi sogni, primule e viole

Corri nei prati
Bambina d'amore
Ti nutri di favole, fragole e more

Corri nei prati
Bambina di vento
Un sibilo, un botto e un grande spavento

Corri nei prati
Bambina di cielo
Un buco, una scarpa e neanche uno stelo

Silvana Penna

Sarai Sherman, Abbraccio armato, 1950

 

Trafigge la serenità della mia casa
l'urlo del sangue sparso e del furore
rosso del fuoco che brucia le speranze
vedo negli occhi dei molti sofferenza
vedo bambini straziati o dispersi
e lo sgomento di chi abbandona
le case e i campi e non può più sognare
di vergogna e pietà è colmo il mio cuore
so solamente tendere la mano
e con tanti gridare per la pace.

Anna Maltese, 1993


Vieira da Silva, Le champ des morts, 1940


Girotondo

Girogirotondo casca il mondo
casca la terra
si alza la guerra.

La Guerra si alza
si sdraiano ivivi
si alzano i morti
i vivi diventano morti.

Come gioca la Guerra
oh guarda un bambino
sotto la terra.

Vivian Lamarque, 1990

Elly Simmons, Beast of War, 1993

Per qualsiasi cosa credano di andare a combattere,
quei ragazzi,
quei ragazzi con le macchinette ai denti,
paure nei quaderni
acne sulle guance
sogni nei loro
cuori inarticolati
che i potenti alle loro scrivanie
designano come gruppo di età adatto alla leva,
non sanno che si troverebbero a combattere
per così poco tempo, con tanto
successo,
in modo definitivo,
per la distruzione di questo piccolo
pianeta
barcollante, questo confuso
grumo di
pietra e terra, oceano di aria,
sul quale i nostri canti, le cattedrali, i gesti
di fede e di splendore sono
cresciuti come muschio
delicato, ed ora
sopravviveranno forse e forse no
ai pesanti passi della nostra ingiustificabile ignoranza,
agli spruzzi chimici della nostra rapace idiozia,
alle nostre menti che sono abbastanza grandi
per immaginare la pace, per immaginare l'amore, per immaginare
la comunità - che forse non
sono grandi a sufficienza per imparare in tempo
a dire no.
Miei cari
compagni di umanità, amici, estranei, che sareste amici
se ci fosse il tempo -
creiamocelo il tempo, ed uniamoci per dire
NO alla spinta verso la guerra, all'impulso a
sistemare piccoli disastri facendo
un grande disastro e poi
il disastro ultimo
dal quale
nessun testimone risorgerà,
ne semi.

Denise Levertov, 1980

Mary Perry Stone, Homeless, 1930

"Se noi salveremo i nostri corpi e basta da campi di prigionia (…), dovunque essi siano, sarà troppo poco (…) se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient'altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo - e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - allora non basterà.


Etty Hillesum, "Diario 1941-1943", Adelphi

Sarai Sherman, Corteo del terrore, 1973

"......Infine, le famose bombe, queste orchesse balene che se ne stanno a dormire nei quartieri meglio riparati dell'America, dell'Asia e dell'Europa: riguardate, custodite e mantenute nell'ozio come fossero un harem: dai totalitari, dai democratici e da tutti quanti: esse, il nostro tesoro atomico mondiale, non sono la causa potenziale della disintegrazione, ma la manifestazione necessaria di questo disastro, già attivo nella coscienza."

Elsa Morante, da Pro o contro la bomba atomica, 1965

Faith Ringgold, The flag is bleeding # 2, 1997

Poesia di guerra

Ondeggiano chinati
e quasi rasi al suolo
gli ombrelli chiusi
o rotti dallo scroscio
ombre sbieche sui muri
quasi dovessero scalarli
nella corsa storta dei ragni
così repentine e impaciate
se lontano, lontano alla marina
senza più lottare vanno
le vittime della bora scura
come viveurs un poco brilli
o spettri, affetti
dal male dell'aria diventata
leggera, leggera.

Biancamaria Frabotta

Toyen, Tiro/galleria di fucilazione, 1939-40

Tutti i giorni

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L'inaudito
è diventato quotidiano. L'eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella

della speranza, appuntata sul cuore.

Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l'ombra di un riarmo eterno
ricopre il cielo.

Viene conferita
per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all'amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l'inosservanza
di tutti gli ordini.

Ingeborg Bachmann

Paula Rego, Salazar vomiting the Homeland, 1960

Los Alamos

Superi il sole e cerchi di andare
oltre il confine della galassia.

Anche il tuo è impulso divino,
è ricerca di moduli nuovi,
è, forse, consapevolezza
della misera fine di un globo
che sta silurando se stesso.
La mente svuotata delle sue geometrie
ha perduto il suo filo
e cerca altrove un sentiero più nuovo?
Fermati qui,
la terra in cui vivi
alza le mani
per dare la morte ai suoi figli.
Smetti di suggere il succo del cielo,
non lo sai vivere
versa l'olio di dio solo sul capo di quelli
che sanno capire, che possono fare la corsa.
Lascia stare chi dorme,
è il sonno di quelli che restano.
Se dormono
sentono poco, capiscono meno,
se dormono è tutto risolto senza dolore.

Franca Bacchiega

Marianne Werefkin, Posto di polizia a Vilnius, 1914

Durante tutta la Seconda Guerra Mondiale
mi dissi che avevo uno speciale destino:
doveva esserci una ragione
se non vivevo in una casa bombardata
o in cantina nascosta fra i topi

doveva esserci una ragione
se crescevo al sicuro, americana
con lo zucchero razionato in un barattolo di vetro

spaccata alla radice pelle-bianca cristiana di comodo
né gentile né giudea

attraverso l'immenso silenzio
dell'Olocausto

non avevo idea di cosa mi era stato risparmiato

né tanto meno delle donne e degli uomini mia stirpe
gli ebrei di Vicksburg o Birmingham
per cui la vita era una strategia non meno
che per la volpe della Strada 5

Adrienne Rich

Toyen, Tiro / galleria di fucilazione,1939-40

Io ti cercavo fra i cadaveri
tutte le mattine
proprio vicino a casa nostra
ogni notte morta l'ombra si colma di corpi
sotto il ponte
proprio vicino a casa nostra
mi si diceva un uomo è qualcosa che le guardie portano via
e non ritrovano
Io ti cercavo fra i cadaveri tutte le mattine

Assia Djebar


Gertrude Parker, Please Stop, 1996


Nel lager

Quelli che s'aggirano qui sono corpi soltanto,
non hanno più anima,
soltanto nomi nel registro dello scrivano,
carcerati: uomini, ragazze, donne,
e i loro occhi fissano vuoti

con lo sguardo sbriciolato, distrutto
per ore in una fossa buia,
soffocati, calpestati, picchiati alla cieca.
Il loro gemito tormentoso, il loro pazzo terrore,
una bestia, sulle mani e sui piedi, carponi …

Hanno ancora le orecchie
E neppure odon più il loro grido:
La prigione distrugge, schiaccia:
nessun coraggio, nessun coraggio più per ribellarsi!
Stride leggera la sveglia spaccata.

Si affaticano come dementi, grigi, devastati,
separati dall'umanità variopinta,
irrigiditi, timbrati e marcati,
come bestiame da macello che aspetta il beccaio
e non conosce che il fetido truogolo e il recinto.

Solo paura, solo orrore nei volti
quando, di notte uno sparo afferra la vittima …
e nessuno ha veduto l'uomo
che silenzioso in mezzo a loro
trascina la croce nuda verso il supplizio.

Gertrude Kolmar, 1933

Lea Grundig, Gestapo in the House, 1934

La terra trema
anch'io
Il ponte si rompe
anch'io
Le case crollano
anch'io
Il mondo è vuoto
anch'io
Notizie:
Le donne che sono per la pace
devono nascondersi a Belgrado
Saranno le prime ad essere uccise:
le donne che sono per la pace
Le bombe rompono il nostro silenzio
Perchè non grido il mio tormento al mondo?
Griderò da questo stagno
Lo stagno che ieri
portava le acque
fresche e pure
Zitta. Non senti le rane?
Cominciano a cantare
dalle acque fresche e pure
Per la primavera che sta arrivando
Zitta. Non senti le bombe?
Cominciano a cadere
sulle acque fresche e pure.
Dove sono le voci delle rane?
Dov'è la primavera che stava per arrivare?
Doveva nascondersi: la primavera
sotto quel nero, quel nero della terra
come le donne che lamentano
sotto il nero, il nero del lutto
Si nasconde adesso la primavera,
Sotto la terra
la terra che trema
che trema e lamenta
la terra che seppellisce
che seppellisce
la speranza
Ma ancora alzano le voci:
le donne
Non senti le loro voci:?
le donne
Non senti?
Si, le sento.
Me le sento:
Negli incubi
Le sento
Nei sogni
Le sento
Negli occhi
Le sento
Nel cuore
Le sento
Nel mio corpo
Le sento
Tutte
e tutto quello che
vogliono dire.
Mi dicono: continuare a sognare
continuare a lavorare
continuare a cantare
la nostra storia
Non nasconderti.
Non nascondetevi.
Avete lavoro d
a fare.

Jane Toby - Pasqua 1999

Charlotte Salomon, Machtsovername van de nationaal-socialisten, 1940-42

I

SILENZIO / SILENZI

Abbiamo perso il silenzio e l'ascoltare.
Nulla ha il suo peso e le parole
scivolano via indistinte come fili
d'acqua sottile nell'immane
e fuggevole furia
estiva d'acquazzoni. Parlo
delle parole di pace, delle cronache
dai fronti nominati, delle fuggevoli
citazioni dei Paesi sconosciuti, quelli
soprattutto che non meritano
memorie perché fuori
dal mercato.
Vengono le parole di pace equiparate
al gioco dell'oca dei bambini
all'anima di vento di bandiere
allegre come gonne colorate, al passo
cadenzato delle folle, a tutti
quei sogni irrilevanti e non quotati

(in borsa) che colorano la vita fuori
dal mercato.

Eleonora Bellini, 1995

Ketty La Rocca, Napalm, 1971

Ho visto anch'io uomini partire
per la guerra.
Giovani figli della terra,
laceri, su treni merci, andavano a morire,
cantando canzoni monotone e tristi.
Erano tanti da oscurare
la chiarità estivale.
E non sono tornati. Grano e segale
hanno buttato, in Russia, i loro corpi.
Intanto, al loro paese,
passeggiava tronfia nelle città
la sfrontatezza, l'iniquità.
Loro neppure sapevano
per chi morivano.
Erano popolo, soltanto.

Uomini cresciuti come le piante,
in semplicità, con la terra accanto.

Signore,
dove sono i loro occhi? Le tante
braccia piene di obbedienza e di lena?
Chi li comandava si è preso pena
di numerare le croci e gli storpi?
Se soffia il vento, mi pare di udire
canzoni, moltitudini di piedi
che marciano in cadenza. I babbei,
morti in Russia, tornano alla loro terra
per giudicare te, grugno di porco,
pescecane di guerra!

Fa bene a tremare. Non è sfizio.
E' il giorno del giudizio!

Magda Isanos


Vieira da Silva, História trágico marítima, 1944

IL 9 NOVEMBRE '18

Coltivavano giardini fitti di croci, seminavano campi fitti di proiettili,
ma il sole raggiava eterno sopra l'assassinio
e "perennemente" dicevano le montagne e "dovunque" cantavano i fiumi;
ormai il nemico sembrava appassito, quasi un essere umano.
Avevano calpestato la sua terra senza sapere perché,
avevano sparato senza chiedersi dove.
Di rado avevano pensato e solo desiderio sentito:
la minestra sul tavolo, una donna, un letto per dormire.

Gertrud Kolmar

Gina Pane, Atomica, 1968

Sono sola che guardo il male
sono con te che guardo il bene
perchè sempre sola a guardare il male
e sempre con te a guardare il bene
sono persa non vedo più il bene
vedo bene però il male.
Sono sola che guardo il male
sono con te che guardo il bene.

Sono io la statua dell'inganno
ma sono anche la statua della pace.
Da una parte sono dorata
dall'altra sono stracciata
da una parte sono ingannata
dall'altro sono ascoltata.

Michela V., classe V, 1973

Nancy Rubins, 1994

Sono una donna pericolosa
che non porta né bombe né bimbi
né fiori né molotov.
Confondo ogni vostra ragione, teoria e realismo
perchè non mi sdraierò nelle vostre trincee
né le scaverò per voi
e non mi arruelerò nella lotta armata
per scavare trincee più grandi e più belle.
Non marcerò né con voi né per voi,
non vivrò con voi
né morirò per voi,
ma neanche tenterò di negarvi
il diritto di vivere e morire.
Non dividerò con voi neanche un metro quadro
di questa terra
finchè sarete così assatanati di distruzione,
ma neanche negherò che apparteniamo
alla stessa terra,
nati dalla stessa Madre.
Non vi permetterò
di legare la mia vita alla vostra,
ma ripeterò che le nostre vite
sono legate insieme
e chiederò a gran voce
che viviate come se accettaste
questo fatto fondamentale.

Sono una donna pericolosa
perchè sarò io, caro signore,
se la cosa ti interessa o meno,
la virilità ha fatto di questo mondo un inferno,
una fornace che consuma speranza, amore, fede e giustizia,
una fornace piena di My Lai, Hiroshima, Dachau,
una fornace che brucia i bambini
che ci imponete di partorire.
E' la virilità che ha inventato la "femminilità",
che ha reso scuri e fredddi gli occhi delle donne,
che ha mandato i nostri figli - sissignore, i nostri figli -
in guerra,
che ha affamato i bambini,
che ha prostituito le madri,
che ha fatto le bombe, le pallottole, il "cibo per la pace",
e soluzioni finali e gli attacchi risoluti.
La virilità ha spezzato sulle sue ginocchia
uomini e donne,
ci ha derubato del futuro,
ha reso speranze, timori, pensieri e sani istinti
"irrilevanti nel più ampio contesto della lotta"
e ha trasformato la sopravvivenza umana oltre l'anno 200
un punto interrogativo.

Sono una donna pericolosa
perchè dico questo
senza mentire né a voi né con voi,
senza fidarmi di voi né disprezzarvi.
Sono pericolosa perchè
non mi arrendo né sto zitta
e non accetto la vostra versione della realtà.
Avete complottato per svendere la mia pelle sottocosto
e sono ancor più pericolosa
perchè non vi perdono né vi dimentico,
ma neanche complotto
a svendere per vendetta la vostra pelle.

Joan Cavanagh, 1976

Nancy Spero, Search and Destroy, 1967

PRODIGIO

A Marcia Scantlebury

Se in quei giorni di ottobre
le bende nere
quando davvero la paura
mordeva la carne.
E noi nascondendo nomi
nelle pieghe del sudore.
Non siamo mai state più vicine
alle rose.
Ti ricordi delle rosse
che paradossalmente crescevano lì,
proprio al centro del dolore?
Belle rose...
di cui ci hanno negato
il dono del profumo
non quello delle spine tristi.

Se in quei giorni di ottobre
a Grimaldi *
quando neanche il mio fiuto
mi diceva che ti saresti svegliata,
Marcia,
ti avessi parlato
solo per consolarti
per curarti la ferita al viso
per spazzare via l'aria di un brutto sogno
per girare gli occhi indietro
prendendo il tempo per le corna
e ricostruire il velo di cipolla
che ci ha coperto
fino ad allora.

Se ti avessi fatto una promessa,
se ti avessi predetto

un incontro, in una città
lontana, bella
San Marco, Venezia
la città dei ritrovamenti
prodigiosi.
Non mi avresti creduto.
Non mi avresti creduto
perchè la morte batteva le ali
là fuori
e la bontà taceva.

*Allusione a Villa Grimaldi, luogo tristemente noto come centro di tortura per detenuti politici in Cile.

Carmen Yáñez

Maria Lassnig, Warlord II, 1996

[...]Seguì poi un periodo di ondeggiamento fra la speranza e il timore. Un giorno si diceva che la pace era assicurata, un altro che la guerra era inevitabile. quest'ultima opinione era la più diffusa; non perché la soluzione sanguinosa fosse imposta dalla situazione, ma perché l'esperienza ha provato che in casi simili una volta che l'idea della guerra è saltata fuori, può essere più o meno dibattuta, ma finisce sempre per avere la meglio; si continua a covare il piccolo insignificante uovo che contiene il casus belli fino a che il mostro rompe il guscio.[...]

da Bertha von Suttner, Abbasso le armi!, 1889


Martha Rosler, Bringing the War Back Home, 1972

Ho buttato via quel ragazzo neanche fosse un bottone vecchio

Qua vecchio bottone levati di mezzo
non ho più bisogno di te
vattene levati di mezzo
vattene nell'esercito
cuciti sulla camicia del colonnello
o sulla patta del capitano somaro che non sei
possibile che non capisci niente
non li leggi i giornali
perchè parti proprio adesso?

Quel ragazzo se n'è andato da qui neanche fosse il pigiama del gatto

perchè ti sei messo il pigiama brutto scemo?
che piangi a fare non potevi
trovarti un lavoro da qualche altra parte comunque
marcia pure al ritmo del tamburo militare
sii un uomo come i tuoi zii morti
poi pensa a qualcos'altro da fare

L'abbiamo perduto, mi dispiace ha detto il presidente
era un bravo ragazzo
uno così non lo vedremo mai più
Perchè non ripetete questa frase vostro onore
perchè non ve ne friggete il senso
per colazione
perchè non la infilate in una preghiera
e contate fino a dieci prima che mia moglie vi metta le mani addosso.

Ora quel ragazzo è una pozzanghera di Beirut dice il giornale
lo raccattano per cantarlo in chiesa
peccato peccato e una musica terribile
non è mica una canzone e allora perchè la canti?

Grace Paley, 1989

Elisabetta Baudino, Guerra, 2002

Le lacrime

Tolsero gli artigli al gatto
e volevano che graffiasse
tolsero la voce all'usignolo
e volevano che cantasse
tolsero l'argilla alla terra
e volevano che fiorisse

ci hanno tolto le lacrime
e vogliono
che ridiamo.

Zuzana Boryslawka


                        Shirin Neshat

(…) se questa che viviamo è la pace, non vorrei chiederne ancora. (…) non è pace questa temporanea sospensione del conflitto, come tra due duellanti rimasti bloccati e tuttavia pronti, fin nella posa paralizzata, all'attacco.

Nadia Fusini, da "Pensieri di pace e di guerra", 1984

Mariateresa Fontana, Insieme per la pace, 2003

 

Più dolce appare il successo
A chi mai lo conobbe.
Apprezza meglio un nèttare
La più crudele arsura.

Nella schiera vermiglia
Che oggi ha conquistato la bandiera
Nessuno così bene
Saprebbe definire la vittoria

Come il soldato sconfitto, morente,
Sul cui orecchio deluso
Lontani inni trionfali
Vanno a infrangersi, chiari e torturanti.

Emily Dickinson

Giuliana Borgonovo, L'assenza, 2003

con i piedi leggeri
sulla strada greve urlo
urlo la pace

con le gambe tremanti
nell'attesa vibrante d'amplesso urlo
urlo la pace

con il ventre tumido dove nasce la vita
con il seno florido che la nutre urlo
urlo la pace

con lo strazio
o la gioia dell'anima urlo
urlo la pace

con la bocca di baci di fugaci parole
d'incerte certezze urlo
urlo la pace

con le braccia che abbracciano
e con gli occhi che penetrano
l'assurdo tormento urlo
urlo la pace


con il corpo che avvinghia
con forza
il tuo corpo urlo
urlo la pace


                           paola tosi - gruppo 98 - bologna


Veronika van Eyck, dalla serie "La morte a Bayram Pascia- Istanbul", 1996

Gli affari prosperano sulle rovine. Le città si trasformano in cumuli di macerie, le campagne in deserti, le popolazioni in schiere di mendicanti, le chiese in stallazzi per i cavalli; diritti dei popoli, trattati internazionali, alleanze, le parole più sacre, le autorità più alte, lacerate e calpestate;… e tumulti per fame nelle Venezie, a Lisbona, a Mosca, a Singapore, e peste in Russia, miseria e disperazioni dovunque.
Svergognata, disonorata, sguazzante nel sangue, grondante di sudiciume, così ci sta dinanzi la società borghese, così è veramente. Non quando, lisciata e bene educata, ostenta civiltà, filosofia ed etica, pace e Stato di diritto, ma ora - come belva distruttrice, come miasma pestifero per la civiltà e l'umanità - si presenta nel suo vero, nudo aspetto.


Rosa Luxemburg, 2 gennaio 1916


Nadia Magnabosco, Gioco immaginario, 2000


Avremmo dovuto armarci anche spiritualmente, se il greco ci attaccava.
L'armamento spirituale consisteva nella diffamazione del nemico (già si parlava di "nemico" prima ancora che un solo greco fosse montato su una nave) e nella diffidenza verso chi era sospettato di fare il gioco del nemico.
Ma dove vivevamo dunque. Devo ricordarmi nitidamente: c'era qualcuno a Troia che parlasse di guerra? No. Sarebbe stato punito. La preparavamo in tutta innocenza e con la migliore buona fede.
Dieci anni di guerra. Furono lunghi abbastanza da far dimenticare completamente come nacque la guerra. Durante la guerra si pensa solo a come andrà a finire. E si rimanda la vita. Quando sono i molti a fare così, dentro di noi nasce lo spazio vuoto dove si rovescia la guerra. Che anch'io all'inizio mi abbandonassi alla sensazione di vivere in quella fase solo provvisoriamente; di avere ancora davanti la vera realtà; che mi lasciassi sfuggire la vita: questo mi dispiace più di ogni altra cosa.
È possibile sapere quando comincia la guerra, ma quando comincia la vigilia della guerra? Se ci fossero regole, bisognerebbe trasmetterle. Inciderle nella terracotta, nella pietra tramandarle. Che cosa conterrebbero. Conterrebbero, tra le altre frasi: non fatevi ingannare da quelli della vostra parte.
In seguito abbiamo dimenticato tutti la causa che originò la guerra.

Christa Wolf, da Cassandra, 1984


Marilde Magni, Una gioventù bruciata, 1994

Apocalisse

Nel buio che avanza a passi di lupo
un insulto lontano vibra sotto le stelle
un brontolio di galassie
un rumoreggiare di mondi
su visioni di storia impazzita
sulla meticolosa arroganza di lumi mentali

che bucano il cielo senza guarirne gli strappi.
Equivoco atroce
mimare la vita arroventando siluri
esasperare la lotta
ignorando il singulto di morte che scuote la terra

respingendo il lamento del cielo
che come un idiota divino
lascia schiantare le zolle
in un lungo inutile pianto.

Franca Bacchiega


Patti Heid, Guernica/Ban the Bomb, 1998

Guerra

O uomo sconciato come una fossa
in te si lavano le mani i servi,
i servi del delitto
che ti cambiano veste parola e udito
che ti fanno simile a un fantasma dorato.
Viscidi uccelli visitano le tue dimore
sparvieri senza volto
ti legano i polsi alle vendette
degli altri
che vogliono dissacrare il Signore.
O guerra, portento di ogni spavento
malvagità inarcata, figlia stretta
generata dal suolo di nessuno
non hai udito né ombra:
sei un mostro sena anima che mangia
la soglia
e il futuro dell'uomo.

Alda Merini


Maria Colleoni, Per Sonia: pace, 2003


Rullano i tamburi

Vento di terre lontane
soffia sul dorso dei colli,
dai greti dei fiumi alle nuvole
si alzano voci.
Odo tamburi nella notte
Il mio sangue si fa giovane.

Fra scintille di fuoco
e bossoli di proiettili
il mio cuore è in Angola,
nel Congo, in Malaysia,
corre tra dune e foreste
come un cavallo berbero.

Le rotative sputano
notizie che seleziono:

per miniere di rame
cataste di cadaveri.
Appartengo all'eletta razza
e in questo pozzo nero
debbo vivere.

Rullano i tamburi,
affondo le radici dell'amarezza
nella speranza,
ascolto voci senza margini.

Vento fammi ala,
accendi fuochi.
.....................

Rullano i tamburi nella notte.

Tullia De Mayo

Marina Abramovic, Balkan Baroque 1997

"Balkan Baroque è nato dalla vergogna profonda che la guerra in Yugolsavia ha generato in me: ero seduta in mezzo a una montagna di ossa d'animali, coperte di brandelli di carne. Per molte ore al giorno le pulivo e toglievo loro le tracce di sangue."

Bambini del Kosovo

In quei occhi fanciulli
senza sorriso,
in quei sguardi smarriti
in cerca d'amore,
l'anima sembra non esserci più,
solo dolore, troppo dolore:
su quei volti la gioia
manca da un'eternità.

Maria Luca


Veronika van Eych, dalla serie "La morte a Bayram Pascia - Istanbul", 1996

In tempo di guerra

Sul muro appena intonacato,
Le libellule rosse guizzano
Come
Frecce insanguinate

Amy Lowell

Vieira da Silva, Les réfugiés, 1946

"What I cannot bear to think of as lost forever in a nuclear war."
Justine Merritt

Justine Merritt, The Ribbon, 1985

Afganistan I

Profughi

Diseredati, umiliati
fuggono, oltrepassano il
confine con misere
cose nel vento
di sabbia e
cumuli di polvere
e macerie, con
l'orrore
cupo di anni, d'
ogni violenza patita
nel corpo e nell'
anima - segregati,
feriti dal
silenzio - nel
volto coperto
d'una donna
senza alcuna identità.

9 ottobre 2001

Maria Modesti

Vieira da Silva, Une armée d'hommes, 1944

Afganistan II

Nell'ombra tutto traspare
fugace - volti di sconosciuti,
bambini - donne senza
volto e nome - miseria
di mani verso una
scodella e occhi grandi,
occhi troppo grandi
per non aver patito
ogni umiliazione e
pena, per non aver
sofferto in silenzio
ogni tribolazione,
mentre infuria
in terra e in
cielo - cupo e
di fuoco - l'inferno.

13 ottobre 2001

Maria Modesti

Nancy Spero, War Series, 66-70

"...Tutti si rallegravano che la guerra fosse finita, ed era abbastanza per rallegrarsi senza accorgersi o pensare che era nata la bomba atomica, a sua volta con una propria vita e responsabilità. La mia maggiore età fu illuminata dal fungo che trasformava in ombre tutti coloro che venivano avvolti dal suo chiarore abbagliante; una illuminazione spettacolare dei festeggiamenti della morte, "cenere alla cenere, polvere alla polvere"."
Janet Frame

Doris Salcedo, La casa vedova III (particolare), 1994

Afganistan III

Sorella - tu sei
chiusa nel burqa -
annullata in una
violenza senza nome.
Sorella di atroci
sventure nel corpo
umiliato, ferito -
negato - lascia che
le tue piaghe
diventino le mie
piaghe, il tuo
dolore diventi il mio
e dal silenzio
prenda voce
ed anima
la parola,
sbocciata come un fiore
di cactus tra la
sabbia e le pietre
del deserto
in un orizzonte
sconfinato
di vento e di luce.

Maria Modesti

 

Katarzyna Kozyra, Punishment and Crime, 2002

Una donna si infiamma.
Ha vent'anni e un corpo pieno di fuoco.
Palpita il ventre
i seni bianchi eretti e incandescenti.
Si contorcono i fianchi
le cosce fremono.
Anh Dai
ha il corpo bruciato dalle fiamme.
Ma non è l'amore.
E' il napalm.

Minerva Salado

Marina Abramovic, Cleaning thr Mirror I, 1995

Noia! Spari! Bombardamenti! Morti! Disperazione! Fame! Infelicità! Paura! Questa è la mia vita! La vita di un'innocente scolara di undici anni! Una scolara senza scuola, senza il divertimento e l'eccitazione della scuola. Una bambina senza giochi, senza amici, senza il sole, senza gli ucelli, senza la natura, senza la frutta, senza cioccolata né caramelle, con solo un po' di latte in polvere. In poche parole una bambina senza infanzia.

Zlata Filipovic da "Zlata's Diary: A Child's in Sarajevo", 1994

Zamfira Facas

La pace è per me quando gli esseri umani vivono assieme, e ci sono le differenze che attraggono e non dividono; è comunicazione, è condivisione, è preoccuparsi di chi soffre la fame e la sete, di chi è malato; pace è infine avere gli spazi per esprimersi ed incontrarsi.

Patti Smith, 2004

Jenny Holzer, from "Truth before Power", 2004

Voglio che la guerra finisca.

Ingeborg Bachmann


Houria Niati, No to torture, 1982

Sì, sento la violenza come uno spettro. E so che essa è così conscia della sua natura impossibile e dolorosa da cercare il rumore, e magari le musiche, per attuarsi. Basti pensare come si va ad una guerra. E come si gridano cose eccelse quando si spiega la propria forza su esseri inermi.

Anna Maria Ortese


Jananne Al-Ani, Gulf War Work, 1991

Pace non è solo assenza di guerra ma dove la vita fiorisce.

Amrita Pritam

Regina Galindo, El dolor en un pañuelo, 1999

Tutte le guerre si assomigliano per la raffinatezza e la freddezza tecnologica, per le ragioni economiche travestite da un'esigenza di pace: l'uomo è una creatura che ha bisogno di avere i suoi simili accanto a sé e, quando ci riesce, deve di colpo separarsene.

Meira Asher

Laila Shawa, Children of Peace & War

Vietnam

Donna, come ti chiami? - Non lo so.
Quando sei nata, di dove sei? - Non lo so.
Perché ti sei scavata una tana sottoterra? - Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? - Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? - Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? - Non lo so.
Da che parte stai? - Non lo so.
Ora c'è la guerra, devi scendere. - Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? - Non lo so.
Quest sono i tuoi figli? - Sì.

Wislawa Szymborska

 

Samia Zaru, Conflict, 1985

Guerra giace maligna sullo sfondo

guerra giace maligna sullo sfondo
del cappuccino preso alla stazione
in questo ottobre travestito da agosto
i libri ostaggio spalancano le braccia
bandiere bianche trafitte di segni

guerra giace maligna sullo sfondo
chiusa nelle valige del rimosso
guasta il gusto della briciola dolce
dello stormo che attraversa l'azzurro
preme il fastidio di parole inespresse

guerra giace maligna sullo sfondo
Kabul dall'alto è un intrico di ocra
fumo denso fa velo a corpi vivi
carte volanti invano si appellano
la buona volontà torce le dita

guerra giace maligna sullo sfondo
il dolore farfuglia e non ha voce
soffoca nell'abbuffo di parate
inghiotte rassegnato placebo di esultanza
attende di ridisegnare confini

guerra giace maligna sullo sfondo
da raccontare a coloro che verranno
farsi leggio di voci inascoltate
per arrivare al cuore di chi illuso
giustizia chiama e gli arriva protervia

guerra giace maligna sullo sfondo
uno straccio di pace il coraggio dell'oggi
assumere la soma del quotidiano agire
dare ali ai no del desiderio atteso
così scrivere la nostra pagina di storia

Gabriella Lazzerini 2001

Inji Efflatoun, Prison

"Noi siamo i bambini del mondo. Noi siamo i bambini delle strade. I bambini della guerra. Le vittime e gli orfani dell'Aids. Siamo i bambini le cui voci non vengono ascoltate. Ora è arrivato il momento di ascoltarci."

Gabriela Azurduy Arieta, 13 anni, Bolivia - inaugurazione sessione speciale dell'Onu per l'infanzia, 9/5/2002

Natal'ia Goncharova, A Christ-Loving Host , 1914

"Dipingere è il mio grido, il tentativo di abbattere le sbarre sociali che gli uomini oppressi erigono contro le donne. Mi ribello al dolore orrendo delle armi, alla follia umano, dipingendo coppie che si amano, giardini dove i bambini corrono felici; è il mio impiegno per la Pace."

Fatima El Haji, artista libanese

 

Fatima El Haji, La liberazione dei prigionieri

"Siamo creatrici universali che cercano nei simboli il senso del presente; è l'arte che salverà il mondo non la politica. Mi ha visto ridere con la collega marocchina, eppure i nostri governi sono in lotta. Noi donne ci stringiamo la mano, pronte alla pace, sempre; la nostra forza di creatrici è più forte della morte."

Anissa Zerrukhi, artista algerina

. Marilde Magni, Pace o guerra?, 2004

Parco della pace "Villa Grimaldi"

Gli ulivi si riempono di uccelli,
solo loro cinguettando
scuotono le rose,
(le stesse rose di allora?)
La torre presidia il grido delle ombre
che emergono dal nulla.
Furono quattromilacinquecento nomi
in prigionia.
L'erba copre
la terra prima della cordigliera.
E in mezzo a tutto
il muro dei nomi, degna la sua statura
a costanza e fuoco dell'oblio.
Dove ci fu viltà,
c'è dolore.
Le fonti s'inondano di lacrime nella pace.
Le notti vegliano
la sagoma delle persone amate
che hanno rotto il silenzio
con la loro assenza.
Dove imbavagliò la morte i suoi misteri?
Forse si nasconde nel tempo e sotto l'inquietudine?
Forse la vendetta della storia ci serberà il futuro senza lutti?
Sul portone l'insegna scongiura:
che non faccia più buio. Mai più.

                                                        Carmen Yáñez


Silvia Cibaldi, Ciò che resta

Vado in guerra lasciando la città
senza lasciarla; simulo l'eternità
portando assieme alle valige
due cappotti.

Patrizia Cavalli


Nadia Magnabosco, una valigia, un sogno2007

Una bomba nuova, enorme, cade
ben oltre lo steccato del terreno
della nostra mente. E ci dicono, “Con ciò
la guerra è finita”
.

Denise Levertov, da “Life in the forest”, 1978


Marilde Magni, I-dea di pace, 2007

MIA MADRE MANDA UNA BANDIERA

un girasole nero
fiorisce su carta da pacchi
attaccata alla bacheca
della mia infanzia
la guerra non fa bene
ai bambini e ad altre
cose viventi
battuta ironica
resa banale
dal grafico del logo d’uccellino
in volo arcuato
dal perno orlato d’oro
pende la bandiera..............

Gwendolyn Albert, indiana del Nord America


Nadia Magnabosco-Marilde Magni, Madre de Plaza de Mayo, 2008

Nella gioia, pensiamo di udire un sussurro. All’inizio è troppo soffice. Lo sentiamo solo a metà. Ci mettiamo ad ascoltare attentamente, mentre raccoglie forza. Udiamo una sorta di dolcezza. La parola è Pace. Il suono è più alto, ora. E’ più alto dell’esplosione delle bombe.

Tremiamo a quel suono. Siamo elettrizzati dalla sua presenza. E’ ciò di cui eravamo affamati. Non la mera assenza di guerra. Ma la vera Pace. Un’armonia dello spirito, un conforto di gentilezze. Sicurezza per i nostri amati, per gli amati loro.

Noi, Angeli e Mortali, Credenti e Non Credenti, guardiamo in direzione del cielo e diciamo a voce alta la parola: Pace. Ci guardiamo l’un l’altro, poi guardiamo dentro noi stessi. E diciamo senza timidezza, o scuse, o esitazioni: Pace, fratello mio. Pace, sorella mia. Pace, anima mia.

Maya Angelou


e-mail: oltreluna@tiscali.it