Darkladies

(a cura di Nadia Magnabosco e di Marilde Magni)

Jacqueline Porret-Forel

Aloïse et le Théâtre de l'Univers

Skira

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Aloïse e il Teatro dell'Universo

di Marilde Magni

Ho creato un teatro e credo proprio
che non ce ne sarà mai un altro uguale.
Aloïse

Una visita alla Collection de l'Art Brut di Losanna mi ha fatto "incontrare" Aloïse, un'artista singolare e quasi sconosciuta. Lì è conservato il nucleo più importante delle sue opere: lavori enormi e dai colori sgargianti, di grande impatto emozionale e visivo. Nel 2000 ho potuto ritrovarla in una suggestiva personale allestita a Lugano presso la Galleria Gottardo.
Aloïse è ricordata come una delle figure più affascinanti dell'Art Brut, ma anche lei, come la maggior parte degli artisti ricoverati in ospedali psichiatrici, è artisticamente privata del suo cognome e conosciuta col solo nome proprio.
Aloïse Corbaz nasce nel 1886 a Losanna, lì vive in casa con un padre alcolizzato e cinque tra sorelle e fratelli. Ha perso la madre a 11 anni e, come ricorda Jacqueline Porret-Forel autrice della monografia Aloïse et le Théâtre de l'univers : "da allora la sorella maggiore Marguerite prende in mano i destini dalla famiglia, sottomettendo tutti alla sua dura autorità. Dominatrice e gelosa, Marguerite fu, secondo la nipote Charlotte, l'angelo malvagio dei Corbaz che non furono mai liberi di agire come volevano".
Dotata di una bella voce, studia canto e spera di diventare una cantante lirica; le circostanze della vita fanno svanire il suo sogno e questo provoca in lei una sofferenza profonda. Ma è brava a scuola e ottiene la maturità nel 1906. Dopo una scuola professionale di sartoria trova lavori saltuari presso dei pensionati di Losanna. Nel 1911, forse a causa di un amore che è costretta a troncare dalla sorella, lascia la Svizzera per la Germania e ottiene un posto di insegnante privata prima a Lipsia, poi a Berlino e a Potsdam. Qui, in circostanze che non si conoscono, ha l'occasione di incontrare o forse di vedere, non si sa, il Kaiser di cui si innamora perdutamente. Pur sapendo che è un amore impossibile gli scrive lettere che non arrivano mai a destinazione e mantiene per anni intatto tutto il suo ardore per lui.

Nel 1914, allo scoppio della guerra, è costretta a tornare in Svizzera. Il rientro in un ambiente familiare a cui non è mai stata capace di conformarsi, ha effetti catastrofici sulla sua salute mentale. L'esaltazione con cui manifesta i suoi sentimenti religiosi, pacifisti e umanitari inquietano la sua famiglia, che non è in grado di accettar la singolarità di Aloïse. E sono gli stessi familiari a farla internare nel 1918 nell'ospedale psichiatrico di Cery-sur-Lausanne. Nel 1920 viene trasferita alla Clinique de la Rosière, a Gimel-sur-Morges, dove rimane per tutta la vita.
Non si adatta mai del tutto alla vita nel manicomio e da allora vive due vite parallele: una apparente, nella quale sembra accettare la sua sorte con la più grande indifferenza e apatia, e una segreta e creativa in cui, come dice lei stessa, di nascosto raccoglie "carta nella spazzatura per disegnare in bagno".


Liberté e patrie, 102x72 cm

Rimane chiusa in un mondo tutto suo e, pur non avendo mai mostrato prima del ricovero alcun interesse per la pittura, riesce a ricrearsi un'esistenza relativamente armoniosa e molto creativa sul piano artistico.  Fino al 1936 nessuno però si occupa della sua produzione grafica, che viene quasi completamente distrutta. Poi il professor Hans Steck, direttore dell'ospedale, e la dottoressa Jacqueline Porret-Forel, suo medico personale, si prendono cura di conservare i suoi disegni, e di procurarle il materiale con cui lavorare, fino alla sua morte avvenuta nel 1964.
Jacqueline Porret-Forel, che l'ha seguita per molti anni, scrive: "Dal 1941 circa, sperimenta un'esplosione di libertà artistica che le permette di coprire rotoli e rotoli di lunghi fogli di carta con disegni vertiginosi, che danno vita al suo teatro cosmogonico ...La schizofrenia ha scavato un tale abisso tra lei e la sua esistenza anteriore che solo in un mondo nuovo, interamente ricreato sulla base di dati metafisici, è riuscita a riprendersi la vita".


Mickens, 100 x 150 cm

Aloïse dipinge su fogli di carta da pacchi, di cui usa sia il davanti che il retro, con tutto quello che le capita fra le mani: pastelli, gessetti grassi, succo di petali e fiori, dentifricio. Realizza collages con ritagli di giornali, carta stagnola, fotografie e altro.
Ama i grandi formati e per ottenerli cuce insieme più fogli con dei fili di lana fino ad ottenere supporti anche di 10-14 metri, come quelli appesi nella penombra dell'atrio del museo di Losanna.


Cloisonné de théâtre, particolare, 100 x 1400 cm

La storia di Aloïse è quella di una morte simbolica e di una rinascita attraverso il suo lavoro creativo. Morte di una giovane istitutrice rinchiusa in manicomio nel fiore degli anni e in un'epoca in cui gli ospedali psichiatrici erano dei luoghi terribili, e sua rinascita col solo registro a lei accessibile, quello dei simboli. Diventa ordinatrice di un opera popolata di fiori, regine, re, principesse voluttuose, principi affascinanti e leggendarie storie d'amore.

Jacqueline Porret-Foret cerca di farla uscire da La Rosière per brevi periodi, ma quando si allontana dall'ospedale la sua ansia diventa così forte che deve tornare indietro. Con le persone che conosce bene riesce a chiacchierare in modo naturale e vivace, tanto da confidare con lucidità alla dottoressa di considerarsi come una "di quelle ragazze che hanno paura, quelle donne che non osano dire altro che si o no ...che sono messe sotto chiave, senza possibilità di uscire ... stanno lì trentanni ...e trovano un modo di adattarsi alla situazione.".

Incapace di trovare la forza, o il desiderio, per affrontare il mondo esterno Aloïse ha forse trovato nella follia uno stato particolare che le permette di dedicarsi alle sue immagini interiori, senza doverne render conto ad alcuno.
Così la pensa Jean Dubuffet, che oltre a coniare il termine Art Brut è stato uno dei principali scopritori e collezionista di lavori brut, ed un grande estimatore di Aloïse. In una lettera a Jacqueline Porret-Foret in occasione della sua morte scrive: "Non era affatto pazza, in ogni caso meno di quello che si pensi. E' stata curata per lungo tempo. Ha curato se stessa smettendo di lottare contro la malattia e anzi l'ha coltivata, l'ha usata , l'ha trasformata in una eccitante ragione per vivere. Il meraviglioso teatro messo in scena - quel racconto incessante, incoerente e difficilmente comprensibile ( che lei stessa ha reso di proposito incomprensibile) - è stato per lei un rifugio, un palcoscenico dove nessun altro sarebbe salito, nessuno l'avrebbe raggiunta.

Non poteva essere più ingegnoso, più utile...Con il suo grande talento, la sua grande intelligenza creativa , ha creato e perfezionato il proprio teatro, per produrre effetti stupefacenti...Ha scoperto il regno dell'incoerenza... se ne è innamorata e ne è stata emozionata, senza mai smettere di stupirsi. Ma pazza, certamente no. Quasi lucida, sono convinto, si è ritirata nel guscio geniale che ha escogitato per se stessa...".


Quello messo in scena da Aloïse è un immenso teatro che ruota attorno alla figura femminile, che occupa sempre il centro della composizione: attorno uomini coperti di divise e medaglie e altre donne che indossano abiti sontuosi


Enlevé de le manteaux royal d ela sirène..., 25 x 39 cm

e gioielli, ma hanno un viso irrigidito "nel quale grandi occhi velati di azzurro accentuano il vuoto che è proprio delle maschere del teatro". Occhi senza pupille, opachi ed enigmatici, che non sembrano fatti per vedere e che sono in assoluto contrasto con la varietà e la suntuosità delle forme e dei colori che caratterizzano i lavori di questa pittrice.

La sua pittura è a due dimensioni: la prospettiva è eliminata perché ricorda troppo il mondo reale. Il mondo ricreato da Aloïse è cosmico e incorporeo, libero da una vita fisica, in opposizione a quello che conosceva prima della sua "morte", cioè prima della sua malattia.

Coi suoi colori ha costruito un teatro dell'universo affollato di esseri ieratici le cui azioni e sentimenti sono rappresentati da minute figure simboliche che esistono solo per apparire. Possono essere se stesse e allo stesso tempo qualcosa d'altro, un'icona o una allegoria. In questo mondo vivono le protagoniste di celebri storie d'amore con le quali Aloïse si identifica.

Il suo lavoro racconta la forza di un desiderio che non finisce mai e trova sentieri immaginari, pieni di colori fiabeschi, dove finalmente si può esprimere.
Nonostante la ricchezza di forme e di colori che c'è nei suoi lavori, tutto il suo teatro mi sembra il grido di dolore di una donna che, non avendo avuto la fortuna o la forza di vivere come avrebbe voluto, è costretta a rifugiarsi in un mondo a parte per non soccombere.
La vita di Aloïse può essere un esempio emblematico di quello che disse Stendhal: " Un genio che nasce donna è perduta per l'umanità".

Fonti:

Porret-Forel, Jacqueline, Aloïse e le Théâtre de l'Univers, Skira 1993
Thévoz, Michel, Art Brut, Booking international 1995
Tosatti, Bianca a cura di, Figure dell'anima, Mazzotta 1997

28 gennaio 2007