Darkladies

(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

Darkladies: artiste sull'orlo dell'abisso

di Nadia Magnabosco e Marilde Magni


Kali, Nadia Magnabosco e Marilde Magni, 2008
Kali, Nadia Magnabosco e Marilde Magni, 2008

"Non sono e non sarò mai una donna addomesticabile"

Alda Merini


Alda Merini è nella letteratura quello che le artiste che qui trattiamo sono nell'arte: donne che si sono poste ai limiti. "Per farsi salvare la vita bisogna averla" diceva. Ma per avere una vita bisogna costruirsela in libertà e questo è quello che hanno fatto le artiste che emergono da questa ricerca. Le abbiamo chiamate dark ladies non perché malvagie o perverse e neppure assassine o fatali seduttrici, ma in quanto donne che si sono appropriate della loro vita e del loro lavoro agendo al di fuori degli schemi imposti da una realtà sociale che ha sempre costruito intorno all'essere donna modelli forzati di comportamento. Vivere e agire al di fuori di queste gabbie ha significato entrare in conflitto - più o meno estremo - con la società e con le conseguenti inquietudini, disagi o spaesamenti che ciò comporta, sino a trovarsi sull'orlo di quella soglia che è il limite fra normalità e follia. Ma la storia ci ha più volte dimostrato che nel tempo i mutamenti sociali hanno inglobato nel concetto di normalità ciò che prima era ritenuto folle e così è successo ad alcune artiste del passato e del presente che hanno pagato e pagano il fatto di stare sulla soglia "giusta" nel momento sbagliato. Artiste che non si sono accontentate, che hanno avuto il coraggio di percorrere la loro strada sino in fondo, rompendo tabù e sconvolgendo abitudini, osando oltrepassare i limiti e spostare i confini tracciati intorno a loro, aprendo così nuove vie nella storia dell'arte delle donne: "Il talento non è qualcosa di dato, è qualcosa che si conquista" (S. de Beauvoir).
Il nostro territorio di indagine è pertanto l'analisi delle zone di confine che alcune artiste hanno attraversato per un eccesso di soggettività, sensibilità, inquietudine e passione capace di diventare forza creativa dirompente ma anche un salto nel buio con conseguenze pericolose perché il margine, come ogni spazio di apertura radicale alle possibilità, è un luogo instabile.


"Un ragazzo che desidera diventare scultore è obbligato a combattere…
ma per una donna è peggio; la si tratta come una matta"

S. de Beauvoir, 1966


E' il caso di Camille Claudel (1863-1943), artista francese che ha osato sfidare i limiti di una professione allora esclusivamente maschile, la scultura, sino al punto di essere rinchiusa, per i suoi comportamenti "atipici", in un manicomio per trent'anni. Perché non è valso anche per lei il binomio "genio e sregolatezza" con cui si sono socialmente accettate le stranezze di tanti artisti di genere maschile? Un esempio con cui la Claudel infrange i divieti sociali è il rappresentare nei suoi lavori - come il Sakountala e la Valse - la relazione amorosa non come rapporto di forza ma come reciproco desiderio di due corpi, in modo quindi paritario fra uomo e donna. Ma ciò con cui veramente rompe le regole sociali sono i suoi comportamenti di vita: "Mi si rimprovera (oh, crimine spaventoso!) di aver vissuto sola, di trascorrere la mia vita con i gatti, di avere manie di persecuzione" che le valgono la forzata reclusione in manicomio voluta dai suoi stessi famigliari: "Essendo l'immaginazione, il sentimento, il nuovo, l'imprevisto, che nascono da uno spirito evoluto, incomprensibili per loro, cervelli ottusi, eternamente chiusi alla luce, occorre che qualcuno fornisca loro un'illuminazione………Qualcuno almeno potrebbe riconoscere il merito di originalità e dare qualche compenso alla povera donna che hanno spogliato del suo genio: no! un manicomio! La mia colpa è quella di essere una donna che ha voluto vivere come voleva. E per questo devo essere eliminata"
Solo molti anni dopo le sarà riconosciuto l'appellativo di "artista geniale".


" Il dolore e la libertà la spingevano a dipingere, il delirio e
lo sbrigativo internamento spengono per sempre il suo talento"
Natalia Aspesi

Nella stessa epoca subisce una sorte analoga la pittrice Séraphine de Senlis (1864-1942). Di giorno puliva i pavimenti delle case dei ricchi di Senlis: “Facevo i miei lavori neri”, contrapposti ai lavori colorati che dipingeva di notte su tavolette di legno, utilizzando miscugli e tecniche da lei inventati. Dal 1905 inizia a rappresentare frutti, fiori e alberi, ispirandosi ad una natura minacciosa e inquietante che riproduceva esprimendosi con la libertà di chi obbedisce alle proprie voci interiori. Quando nel 1932 viene dichiarata affetta da "psicosi cronica" e quindi internata, la forzata reclusione spegne irrimediabilmente il suo grande talento e la porterà a dire: "La pittura è scomparsa nella notte". Il valore del suo lavoro è stato riscoperto solo molti anni dopo la sua morte e ora i suoi quadri sono nei più importanti musei del mondo.


La condizione creativa è quella dell'ossessione. Finche non cominci
- obsession, finché non finisci - possession. Qualcosa, qualcuno
si insedia in te, la tua mano è solo uno strumento…"

Marina Cvetaeva

E' sempre un disagio psichico che, in tempi molto più recenti, caratterizza la vita e l'attività artistica di una delle artiste giapponesi più influenti nel panorama dell'arte contemporanea: Yayoi Kusama (1929).

Tuttavia, la differenza con le precedenti artiste è che Kusama sceglie deliberatamente di vivere per vent'anni in un ospedale psichiatrico di Tokio per "coltivare" artisticamente le manie ossessive di cui soffre sin da bambina: "la malattia mi ha fatto diventare artista perché mi ha liberato dai luoghi comuni e le mie ossessioni sono una fonte di ispirazione per il mio lavoro… mi è sempre piaciuto ripetere lo stesso motivo e la mia arte è semplicemente lo sviluppo di questa ripetizione". La sua arte è tuttavia sempre nuova anche quando si ripete e apre strade prima impensabili a molte avanguardie artistiche. Così è avvenuto con le sue ingegnose rappresentazioni dell'infinito, che dalla superficie bidimensionale della tela evolvono in attività sperimentali in cui crea ambienti che - attraverso reticoli e superfici specchianti - frantumano i corpi di chi guarda mettendone in crisi la percezione e l'orientamento, in un rimando senza fine verso un abisso vertiginoso. Apprezzata internazionalmente, continua oggi - instancabile e sempre innovativa - la sua attività artistica.


"Mi resi conto che il ruolo delle donne all'interno
del surrealismo non differiva di molto da quello in cui
le relegava la buona società borghese"
Dorotea Tanning


Pensieri inquieti caratterizzano anche due artiste legate, volenti o nolenti, al surrealismo: Dora Maar (1909-1997) e Leonora Carrington (1917), donne disobbedienti per cui il manicomio è stato individuato come soluzione.
Dora Maar è una appassionata e fantasiosa fotografa che, partendo da fotografie pubblicitarie, sposta successivamente la sua attenzione all'ambiente della strada, con un gusto particolare per le figure enigmatiche, umane o animali, inserite in situazioni insolite e in architetture ribaltate. Quando, nel 1936, conosce Picasso, diventa il soggetto di moltissimi suoi quadri e, da lui spinta, abbandona la fotografia per dedicarsi con minor entusiasmo alla pittura sotto la sua ingombrante presenza. Poco alla volta cade in turbamenti psichici che la portano al ricovero in ospedale psichiatrico dove viene sottoposta a trattamenti di elettroshock. Nel tempo riuscirà a ritrovare l'equilibrio e a riprendere la sua attività artistica sino a recuperare il suo talento per la fotografia all'età di settant'anni.


In ospedale psichiatrico finisce anche, per un breve periodo, l'inglese Leonora Carrington che, tuttavia, riesce a rielaborare questa esperienza dolorosa in un racconto che sarà il primo di altre avventure letterarie conclusesi con il più famoso "Il cornetto acustico", dove si celebra la possibilità di far nascere un nuovo mondo gestito solo da donne e animali. La Carrington è tuttavia, prima che scrittrice, una pittrice. Vi si dedica da ragazza, ribellandosi con forza alla scuola e alla famiglia che ritiene il dipingere un'attività inutile e idiota. Dopo il suo incontro con Max Ernst si trasferisce a Parigi e frequenta in modo autonomo il gruppo dei surrealisti ma, con la guerra, emigra in Messico, dove risiede e lavora tuttora. I suoi quadri, oggi molto quotati, sono rappresentazioni di enigmi in cui si mischiano simbolismi fantastici e mitologici che riflettono l'archetipo della Grande Madre, divinità femminile cancellata dalle tradizioni patriarcali, che ha il compito di mantenere l'armonia fra tutte le specie viventi.


"Ho elaborato un linguaggio che mi ha dato
la possibilità di pensare l'arte in modo nuovo"  
Gina Pane


Le sofferenze e le esperienze estreme di queste artiste ci conducono ad un'idea di artista "kamikaze" che ritroviamo nella pratica di alcune artiste della cosiddetta body art degli anni ' 70 come le francesi Gina Pane (1939-1990) e Orlan (1947). Per queste artiste, che usano il corpo come luogo di rappresentazione e tecnica espressiva privilegiata, il dolore diventa un rito necessario.
Gina Pane usa il suo corpo per ferirlo, bruciarlo, ricoprirlo di vermi. Si lacera con un rasoio, si pratica tagli con lamette e si infila aghi da cucito negli avambracci: "La ferita è un segno dello stato di estrema fragilità del corpo, un segno del dolore, un segno che evidenzia la situazione esterna di aggressione, di violenza cui siamo esposti. Viviamo nel continuo pericolo, sempre". Il gesto di sofferenza è un gesto di cance1lazione o di opposizione allo schema sociale vigente.

Orlan si sottopone invece a continue operazioni chirurgiche che trasformeranno completamente il suo volto secondo un preciso suo piano e documenta ogni intervento con filmati. Il suo scopo è quello di sottrarsi all'omologazione dei modelli femminili che riducono il corpo a merce e di "rimettersi al mondo di nuovo" come materia tutta da reinventare.


"La fotografia era una licenza di andare
dove volevo e di fare quel che volevo"
Diane Arbus

Il dolore e l'uso del corpo per creare l'opera d'arte accomuna anche il lavoro di due fotografe americane: Diane Arbus (1923 - 1971) e Francesca Woodman (1958 - 1981). Il loro dolore non è però quello delle ferite del corpo ma il dolore della vita stessa che le spingerà entrambe al suicidio.


diane arbus

Diane Arbus è conosciuta per le sue fotografie di "mostri" e di casi limite, persone repellenti e miserevoli incontrate nelle strade attraverso cui vuole dimostrare che l'umanità non è una sola, ma che esistono mondi diversi.

Francesca Woodman usa invece il suo corpo come protagonista delle sue foto facendolo diventare alternativamente muro, finestra, porta, albero, sabbia, ombra e creando con esso mondi inquietanti.


Nelle opere di queste due artiste sembra intravedersi la presenza della morte, forse perché siamo consapevoli dei loro suicidi.


Voglio vivere, esistere, "essere". E udire
le verità che sono dentro di me.

D.Warshay

Un'altra artista che lavora sul dolore è l'italiana Carol Rama (1918), una "grande vecchia" con cui vogliamo chiudere questo cerchio iniziato con le parole di Alda Merini, poeta a cui molte analogie la legano. Anche Carol Rama ha, come la Merini, una vita travagliata e nell'arte è considerata una outsider, fuori da ogni schema. Autodidatta " Non ho mai avuto modelli per il mio dipingere; non ne ho avuto bisogno avendo già quattro o cinque disgrazie in famiglia, sei o sette tragedie d' amore, un malato in casa…" , la sua arte esprime un martirio del corpo che lei tuttavia riesce a trasformare in esperienza riparatrice e vitale: "Io dipingo prima di tutto per guarirmi". Convoglia le sue paure, le sue rabbie e le sue sofferenze in opere caratterizzate da un linguaggio forte e istintivo che riesce ad esplorare il tema dell'identità femminile. I suoi dipinti, fatti di occhi finti, lingue, unghie e dentiere, di genitali urlati, di corpi mutilati o su sedie a rotelle o in letti di contenzione, estremizzano le brutture e le ferite del corpo. Spesso sono volutamente volgari per scandalizzare il pubblico e fanno di lei un'artista irriverente, sfrontata ed eccentrica, ma anche vitale, energica e solare, una vera dark lady, al limite fra arte e follia: "Perché la follia è vicina a tutti. E perché l'arte se non è già la vita, almeno è libertà."



"L'arte non viene a coricarsi
sui letti creati apposta per lei"
Jean Dubuffet

Post scriptum

Vogliamo completare questo quadro sugli intrecci fra arte, disobbedienza sociale e malattia mentale aggiungendo un breve riferimento a donne che, con disagio mentale conclamato, sono state rinchiuse - con quali valide ragioni non sappiamo - in manicomio e lì hanno sviluppato la loro creatività producendo opere che hanno travalicato i confini dei muri di detenzione imponendosi nel panorama artistico dell'art brut. Per questa diversità le abbiamo messe in un post-scriptum, per evidenziare le differenze di origine e di sviluppo che le hanno portate da "matte" ad "artiste" riconosciute.

Aloïse (1886-1964)

Aloïse Corbaz viene ricoverata in manicomio a 32 anni e vi resterà per tutta la vita. Qui, pur non avendo mai mostrato prima alcun interesse per la pittura, riesce a ricrearsi un'esistenza relativamente armoniosa e molto creativa sul piano artistico. Comincia a dipingere su fogli di carta da pacchi, di cui usa sia il davanti che il retro, con tutto quello che le capita fra le mani: pastelli, succo di petali e dentifricio e realizza collage con ritagli di giornali, carta stagnola, fotografie e altro. Oggi i suoi lavori sono nei musei dell'art brut e girano il mondo. Aloïse ha forse trovato nella follia uno stato particolare che le permette di dedicarsi alle sue immagini interiori, senza doverne render conto ad alcuno. La sua storia è quella di una morte simbolica ma anche di una rinascita attraverso il suo lavoro creativo, che trova nella "follia" la libertà di dare vita a immagini sepolte, senza timore di confronti con il mondo esterno.

Franca Settembrini (1947-2003)

Franca Settembrini entra negli ospedali psichiatrici sin da bambina e praticamente vi trascorre, con qualche pausa, l'intera vita. In questa oscurità di vita ha la fortuna di frequentare laboratori di attività espressive dove riesce a convogliare tutta la sua esasperata carica energetica in originali modalità di pittura che l'hanno portata ad essere oggi presente nelle più importanti collezioni di art brut. Nella sua rappresentazione figurativa prevale un'immagine femminile dalle acconciature elaborate, con abiti ricamati, coroncine di fiori nei capelli, oppure corone di spine. Sono anche presenti il sole, i fiori e animali fantastici, a volte dalla simbologia minacciosa. Ma la raffigurazione più tormentata è la sua "maternità" che disegna ossessivamente come per liberarsene, forse memore del figlio avuto e subito allontanato da lei. Anche lei, come Aloïse, trova nell'arte una sua via verso la libertà.

… come api intrappolate nell'alveare sbagliato,
siamo il circolo delle pazze
che siedono nella sala della clinica psichiatrica…
Anne Sexton