Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 


da Letterate Magazine n. 148 del 15-10-2015

Madri, matrigne e fate
di Silvia Neonato

 


Remedios Varo_Pappa Stellare


Una madre imprigionata in una casetta imbocca la luna chiusa in gabbia con una macchina che succhia dal cielo scie di stelle. Si intitola Pappa stellare (1958) il quadro claustrofobico eppure magico di Remedios Varo che affianca la cerva ferita di Frida Kahlo e una autorevole gigantessa con un uovo in mano, i cui capelli biondi sono una campo di grano di Leonora Carrington.

Per non dire della Madonna iconoclasta di Cindy Sherman che allatta Gesù con un seno che è una ben visibile, provocatoria protesi in gomma a dissacrare le immagini idealizzate della maternità (la serie delle maternità, di cui qui ne vedete tre, è del 1988-90, risale agli anni italiani dell’artista, quando rifaceva l’icona materna seguendo i modelli codificati di Raffaello, Caravaggio).


Cindy Sherman_Maternità


È una mostra ricca, complicata, ambiziosa (richiede studio e molte ore di visita), discutibile fin dal titolo quella in corso a Milano a Palazzo Reale fino al 15 novembre, La Grande Madre, 127 opere di uomini e donne, che il Comune di Milano e la Fondazione Trussardi dedicano al potere delle donne (così nella presentazione), “al potere generativo, creativo e anche al potere negato e poi conquistato nel corso del Novecento”. Discutibile il titolo perché molte si aspettano di vedere statue sacrali paleolitiche e invece la mostra parte dal meraviglioso, ironico breve film La fata dei cavoli (1896!) della cineasta francese Alice Guy-Blanché ingiustamente misconosciuta dal cinema, quando invece il curatore della mostra Massimiliano Gioni scrive nella guida (che ti danno all’ingresso) che è fondamentale quanto i fratelli Lumiere.Dalla leggiadra fata che tira fuori bebè da sotto i cavoli, il percorso a tema della mostra ci conduce tra mille sollecitazioni e spunti.

C’è l’ideologia fascista della madre documentata con foto e testi, c’è un’ampia sezione delle artiste futuriste in lotta coi loro maschi (ma spesso anche con le altre donne) che ci hanno lasciato minuscoli disegni o manifesti ma nessuna grande tela quasi negandosi lo spazio, esclusa un L’ebbrezza fisica della maternità rossa e avvolgente di Marisa Mori (1936). Del resto Benedetta, la compagna di Marinetti firma senza il proprio cognome (Cappa), mentre lui imperversa con opere e scritti.


Leonora Carrington_La Gigantessa


Lo stesso si può dire delle donne surrealiste e di quelle dadaiste: tra loro, Mina Loy rigetta la dicotomia tra amanti e madri, detesta la verginità e qui è presente con una Culla comune del 1949, una scultura in cui raffigura barboni/e, emarginati/e che dormono per strada. Le artiste sono tutte ben messe in fila accanto agli artisti maschi con cui lavoravano e a volte confliggevano, da Duchamp a Man Ray a Boccioni e Eluard. Non mancano né un cenno alle raffigurazioni femminili di Freud che hanno influenzato ovviamente l’arte né una (inutile qui, secondo me) macchina della tortura ideata da Kafka e ricostruita dai curatori per mostrare le troppe torture subite dalle donne nei secoli.

Non mancano sale dedicate alle suffragette, alla madri argentine di Plaza de Mayo, alle femministe italiane in un mix, a volte faticoso ma certo pieno di stimoli, tra filmati, opere, foto e carte. Difficile non annoiare raccontando quanti e quali sono i momenti in cui la mostra ti costringe a pensare, dissentire, imparare, ridere o soffrire. Chiudo con alcune ultime immagini di artiste che si sono finalmente prese lo spazio lavorando su grandi tele. Al ’94 risale il ciclo di foto dell’artista olandese Rineke Dijkstra che ritrae madri fotografate poche ore dopo il parto nude col bimbo piccolissimo tra le braccia: una rappresentazione decisamente non sentimentale del parto, anzi dura: il prezzo della maternità si vede bene nelle tra grandi foto a colore esposte a Milano, una ha il pannolino e un’aria stupita, l’altra il taglio cesareo ben in vista e lo sguardo smarrito, come l’ultima che sorride appena mentre un filo di sangue le scende tra le cosce: e per fortuna, viene da dire, che in questa stessa sala 20 delle artiste femministe degli anni ’70 affiancate alle più giovani, una “Lei. Una cattedrale” di Nicki de Saint Phalle apre gioiosa e giocosa le gambe alla nascita.


Lee Lozano_ Senza Titolo

Molte le vagine disegnate, dipinte, tracciate rapidamente a matita: l’impressione è forte, fortissima, un compiaciuto imbarazzo mi attraversava mentre passavo da una sala all’altra. Si capisce l’intenzione di tante artiste contemporanee di cominciare a mostrarla, così come e scrittrici o le attiviste hanno nominato l’indicibile (l’aborto e l’utero, negli anni Settanta). In un quadro del 1962 la statunitense Lee Lozano dipinge una vagina trasformata in fessura per monete, mentre una mano sta appunto per infilarne una moneta. Non ha titolo.