Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 


da Io donna del 13 febbraio 2009

L’ultima sfida di Marina Abramovic
«Il mio silenzio è d'oro»

Performance estreme: per 7 ore al giorno guarderà negli occhi i visitatori della mostra al MoMA. Senza dire una parola

di Maria Laura Giovagnini

MILANO - The Artist is Present s’intitola la mostra al MoMA. E, se l’artista in questione è Marina Abramovic, potete giurarci: è presente davvero. Cosa sarà mai rimanere 7 ore al giorno seduta a guardare negli occhi i visitatori per una che, davanti al pubblico, si è denudata-tagliata-fatta tagliare- gettata fra le fiamme-lasciata avvinghiare da 5 pitoni affamati?«E invece no: sarà questa la performance più radicale della mia vita» ci sorprende lei. «Ognuno può fermarsi di fronte a me quanto vuole: tre minuti o tre ore. In silenzio. Il contatto visivo non è facile, intimidisce parecchio».
Più che mostrarsi nudi?
«Certo. Puoi leggere così tanto, puoi vedere così tanti dolori attraverso gli occhi! All’inizio - negli anni Settanta - le mie performance erano più drammatiche, più fisiche, duravano un’ora o due. Progressivamente si sono allungate: più tempo ci metti, più radicalmente trasformano te e chi osserva. La finzione si dissolve, tutto diventa realtà. Questo ti rende vulnerabile e la vulnerabiltà provoca una risposta emotiva dal pubblico ».
È questa risposta emotiva lo scopo dell’artista, oggi?
«Sì, però non una risposta emotiva fine a se stessa. Abbiamo perso i nostri templi, il museo è diventato il nostro nuovo tempio: qui dobbiamo elevare lo spirito, non buttarlo giù. Ecco perché quel che chiedo a me stessa è radicale: devo essere un esempio, la gente guarda a me come a uno specchio. La mia preparazione è rigorosissima: non parlerò per tre mesi, tornerò a casa senza comunicare, senza usare il telefono».
E la sua vita privata?
«Ora non c’è nessun uomo, sono concentrata sulla performance. Ma sono sicura che quando finirò, il 31 maggio, inizierà un capitolo inedito della mia vita. E sarò di nuovo aperta per una relazione».
Nel frattempo abolito anche il sesso?
«Il sesso va di pari passo con l’amore, è qualcosa di fantastico solo se c’è amore. Attualmente non si ha un atteggiamento sano verso il sesso, che poi sarebbe: averne bisogno come del cibo. E questo non è che una riprova di quanto la società sia malata. In America spesso ci si astiene perché le persone sono travolte dal lavoro, non hanno tempo: magari bevono o prendono pasticche o droghe... Quando la relazione fra il corpo, il sesso e il cibo è disturbata, diventa tutto non naturale».
Lei ha una relazione sana col suo corpo, dopo avergli inferto tante cicatrici?
«Sto bene, sono probabilmente più sana - con tutte le cicatrici - di altri che non ne hanno neppure una. Perché io affronto le mie paure e le scaccio. Quando capisci che puoi controllare il fisico, sei davvero libero».
Sarà dunque esente dalle preoccupazioni delle mortali: chili in più, rughe.
«Nel lavoro non importa se il corpo è vecchio o giovane, malato o sano. Nella vita privata, no: sono una che entra e esce dalle diete e non mi nego trattamenti - rigorosamente non invasivi - che mi facciano sentire meglio. A novembre compio 64 anni...»
Sessantaquattro? Stupefacente!
«...e a 64 anni voglio fare soltanto cose che abbiano senso, che mi rendano l’esistenza più felice e più semplice. Non si può assecondare ciò che ci viene imposto dall’esterno. Devi effettuare una sorta di montaggio della tua vita, tagliare le parti non importanti. Un lama tibetano mi detto di cercare una cosa chiamata holy selfishness, un san(t)o egotismo: se non pensi prima a te stessa e a quello che è bene per te, non puoi fare il bene degli altri. Se sei un’artista, poi, rischi di arrivare a bruciarti. Io voglio proteggermi. Anche dalle tentazioni del mercato, che ti spingerebbe a produrre, produrre. Per che cosa? Meglio avere meno e più qualità che collezionare progetti uguali - in definitiva - a quelli che hai già realizzato. Non intendo ripetermi».
Perché ha scelto proprio questa forma d’arte? Insolita per una cresciuta nella Jugoslavia di Tito.
«Insolita? Volevano mettermi in manicomio! Mio padre e mia madre, due eroi nazionali (erano alti membri dell’esercito, ndr), la società, i miei colleghi: nessuno capiva. È una forma d’arte così alternativa... E così difficile da spiegare. Quel che provo nelle performance è un’energia, un’esperienza del momento così forte che non potrei mai ritornare nel chiuso di uno studio ».
Ha lavorato nel chiuso di uno studio?
«Ho sentito di voler diventare artista a 6 anni e il mio debutto, a 12, è stato con una mostra di pitture (ispirate ai miei sogni) ma sono stata fortunata: ho capito ben presto che era il corpo lo strumento più giusto per esprimermi e non ho mai abbandonato questa strada. Sono una dei pochi della mia generazione che ancora la segue e continua a essere sempre innovativa, pure rispetto ai giovani. È un lavoro gratificante: ti cambia, ti fa capire i tuoi limiti fisici e mentali. Sto attraversando uno dei miei periodi migliori: ne assaporo ogni attimo».
Essere pacificata giova all’arte? O, sfortunatamente, è meglio il dramma?
«Non si preoccupi, la sofferenza è sempre qui (ride). Però devi imparare un po’ a distaccarti, a guardarti da fuori... Più vivi nel presente, più sei felice».
Il buddismo l’ha proprio permeata.
«Oh sì, credo nel buddismo tibetano. Sono andata in India per la prima volta nel 1980: l’incontro con il Dalai Lama e con il suo maestro ha cambiato la mia esistenza. Mi è servito per capire la vita. E la morte. Dobbiamo essere “amichevoli” verso la morte. Io non voglio andarmene arrabbiata e insoddisfatta, ma con consapevolezza, senza paura. Nel sufismo si dice che la vita è dormire e la morte è svegliarsi: spero di essere pronta a svegliarmi».