Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 


da La Repubblica del 10 ottobre 2010

Marina Abramovic

di Cloe Piccoli

Carismatica, solare, occhi profondi, castani, Marina Abramovic parla di «concentrazione» e di «ispirazione», parole chiave della sua pratica artistica. È uno stato di concentrazione profonda che permette alla più intensa body artist al mondo di realizzare performance che spostano il limite della sua resistenza fisica e mentale e la portano a esplorare territori sconosciuti. E bisogna essere toccati dall' ispirazione per piegare il proprio corpo a strumento artistico, a mezzo per osservare e sperimentare il mondo. Sono le otto del mattino e Marina Abramovic si racconta nella sua casa di Soho,a New York. «Quando raggiungo la concentrazione la mia mente diventa più nitida, le mie percezioni si amplificano e riesco a entrare in comunicazione con una dimensione più ampia. È uno stato di grazia. In quel momento trovo l' idea che cercavo. La trovo perché è lì. Forse c' era sempre stata. Semplice, essenziale. È un' intuizione». Come quella che la folgorò, un giorno a Belgrado, la città dove è nata nel 1946. «In quel periodo frequentavo ancora l' accademia, lavoravo come pittrice, avevo l' ossessione dei cieli. Dipingevo solo cieli e passavo ore a guardarli. Fino a che, un pomeriggio, vidi sedici aerei militari sfrecciare nell' aria e tracciare con le scie un magnifico disegno. Lì ho intuito l' assurdità dei miei dipinti bidimensionali, e il fascino del processo, del compiersi di un' azione reale. Ho buttato via tele e pennelli». È appena tornata da Madrid dove il Manchester International Festival e il Teatro Real lavorano a The Life and Death of Marina Abramovic, una produzione teatrale diretta da Bob Wilson, con Willem Dafoe, al debutto il 9 luglio 2011 a Manchester. Fra qualche giorno partirà per Londra dove il 14 ottobre presenterà Back to Simplicity, il suo ultimo lavoro nella personale alla Lisson Gallery, mentre il 16 parlerà in un incontro pubblico alla Tate Modern, per una di quelle conferenze che assomigliano più a una performance che a una lezione accademica. Tutto intorno a lei gira veloce, ma Marina Abramovic non perde la concentrazione, è il suo punto centrale, la insegue da sempre. L' ha cercata in Australia, nei riti degli aborigeni, in India e in Tibet nella pratica dei monaci buddisti. È l' Australia il punto di non ritorno. Ci arriva con Ulay, l' artista e performer tedesco, per dodici anni suo compagno nella vita e nell' arte, alla fine degli anni Settanta. «Quel viaggio ha cambiato completamente le nostre idee. Il nomadismo degli aborigeni, il fatto che non possedessero nulla, che non fossero interessati al passato né al futuro, ma che vivessero solo nel presente, ha rovesciato il nostro punto di vista. La cosa straordinaria era la loro innata capacità di concentrazione su ciò che avevano o che stavano facendo in quel momento. Una concentrazione che durante le cerimonie rituali diventava lucida e mistica, e creava una connessione diretta con la terra e con l' universo». Il Tibet rappresenta invece la svolta. «Gli aborigeni avevano già capito gli stati di concentrazione della mente, la coscienza che si può raggiungere, e quindi l' energia che si può sviluppare, un' energia che ci appartiene. Avevano una percezione eccezionale, che poteva diventare persino telepatia. Ma non avevano il metodo. In Tibet avevano il metodo». Meditativa, spirituale, quasi mistica, Marina Abramovic lavora sulla resistenza del corpo e della mente. L' ha sempre fatto dalle prime performance degli anni Settanta, come in Freeeing The Voice in cui urla fino a perdere la voce,o in Rhythm 10 in cui con la mano destra sferza violente coltellate fra le dita della mano sinistra appoggiata a terra, cambiando coltello, e quindi ritmo, ogni volta che si taglia. Oggi l' impatto delle sue performance è ancora più potente e la sua resistenza si è sviluppata in anni di lavoro, come si vede in una delle ultime opere, The Artist In Present, che la primavera scorsa ha attirato al MoMA di New York più di mezzo milione di persone. «Quella al MoMA è stata una delle performance più potenti della mia vita. È durata tre mesi. Ogni giorno, per sette ore al giorno, stavo seduta, ferma e in silenzio, in un quadrato ideale nell' atrio del museo, di fronte a un tavolo e a una sedia vuota. Chiunque volesse poteva sedersi di fronte a me e intrecciare un gioco di sguardi. La sedia non è stata libera un solo minuto. Si sono alternate milleseicentosessantacinque persone. Alcune sono rimaste pochi istanti, altre ore. Lo scambio di energia che si è generato è stato straordinario. La comunicazione si sviluppava attraverso lo sguardo». La sua energia è contagiosa, incontrarla è un' esperienza magnetica. Marina Abramovic parla inglese, veloce, anche se conosce alla perfezione altre quattro lingue, e racconta quasi come se fosse normale la sua vita eccezionale. «All' inizio lavoravo solo sul mio corpo. Poi è diventato fondamentale il corpo del pubblico. Il coinvolgimento e le reazioni delle persone creano uno scambio di energia incredibile». È quello che è successo all' ennesima potenza a New York. «La cosa fantastica è che al MoMA non è venuto solo il pubblico dell' arte, ma anche la gente normale, ragazzi e genitori, e poi artisti, e persino pop star come Lady Gaga con il suo seguito di adolescenti quattordicenni. È stato emozionante stare lì per ore». Di ore in The Artist Is Present, una sorta di incontro con l' artista molto particolare, ne ha passate settecentosedici. «Per prepararmi ho seguito un programma durato mesi, ho dovuto esercitarmi a non mangiare, non bere, non parlare. Quando stai lì tre mesi, è come se la performance diventasse la vita stessa. L' ultimo mese, ero talmente dentro il lavoro che ho persino tolto il tavolo ed è rimasto solo un piccolo segno sul pavimento fra due sedie. Il rapporto con le persone era diretto, lo scambio di energia potente». Lo scambio di energia fra individui. È questo ciò che si sviluppa in tutte le performance della Abramovic, come ad esempio in Balkan Baroque, con cui ha vinto il Leone d' Oro alla Biennale di Venezia nel 1997. «In quel lavoro pulivo ossa animali sporche di sangue e residui di carne con una spazzola di ferro intonando con un filo di voce canzoni della tradizione dei Balcani. Sono stata quattro giorni nella penombra del sotterraneo del Padiglione Italia ai Giardini della Biennale, in un' atmosfera da sterminio, con un caldo torrido e un' aria stagnante. Era molto difficile per me stare lì. E lo era anche per il pubblico. Il punto è creare una reazione, una sospensione, un' emozione, fare passare un' energia». Ha sempre voluto fare l' artista. Lo sapeva già quando era bambina, e dell' arte ha un' idea molto precisa. «Credo che l' arte giungerà al punto in cui non ci saranno più oggetti, né quadri né sculture. Ci sarà soltanto una propagazione d' energia». Celebrata da mostre e inviti nei più importanti musei internazionali, da pagine e pagine su giornali specializzati e non, Marina Abramovic ritiene inscindibile l' intreccio tra vita e arte. «Mio padre e mia madre erano comunisti convinti, eroi partigiani che hanno combattuto con Tito. Mia nonna, invece, era una fervente cristiana e mi portava ogni giorno in chiesa, dove, da bambina, pensavo che sarebbe stato molto più efficace bere l' acqua santa anziché segnarsi semplicemente. Sono Può restare immobile per mesi o passare giorni in uno scantinato a pulire ossa di animali. E può anche urlare per ore fino a perdere la voce È nata a Belgrado e dopo mille viaggi ora vive a New York la più grande body artist al mondo. Che qui racconta come si fa a superare ogni limite pur di raggiungere l' obiettivo: "Lo scambio di energia, è questa l' unica cosa che conta" cresciuta in un ambiente dove combattere per sostenerei propri ideali era fondamentale. Così ho preso l' arte molto sul serio. Quindi ho iniziato con l' imparare a dimenticare quello che mi avevano insegnato in accademia». Il suo primo lavoro è un' installazione sonora in un centro culturale di Belgrado che l' artista trasforma in una sorta di sala d' aspetto di un aeroporto internazionale. «Avevo installato un sonoro che annunciava la partenza immediata di voli immaginari per Bangkok, Tokyo, Hong Kong, ovviamente non serviti dal minuscolo aeroporto della città con tre soli imbarchi. Era il 1968, subito dopo la rivoluzione studentesca. E io avevo molta voglia di partire. Qualche anno dopo l' ho fatto». Inizia così il viaggio che dura ancora oggi. «Sono andata ad Amsterdam, con Ulay abbiamo comprato una vecchia auto della polizia francese e abbiamo viaggiato per cinque anni. Vivevamo con niente, di performance e per la performance, in macchina, girando, senza dover pagare affitto né luce, fermandoci in mezzo alla natura, facendo la doccia nelle stazioni di servizio». Poi sono venuti l' Australia, l' India, il Tibet, gli Stati Uniti e di nuovo l' Europa. E ora che vive a New York, per la prima volta si sente a casa. «Per me la casa è sempre stata il corpo, non ho mai cercato una dimora fissa, ho vissuto viaggiando. Ho avuto una casa ad Amsterdam, ma era più che altro un posto dove tornare ogni tanto. Solo qui e solo ora, a New York, ho trovato un' energia speciale».