Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

 

da La Repubblica del 6 febbraio 2011

Carla Accardi: colore, luce, trasparenza
a Catania trionfa l'astratto

di Fabrizio D'Amico

A Carla Accardi non è mai piaciuta l' idea dell' antologica, di una mostra che mettesse ordinatamente in fila gli esiti del suo lavoro, che s' allunga ormai all' indietro per più di mezzo secolo. Perché, come accade a molti artisti che dopo un lungo tragitto preferiscono ancora cercare che trovare, le capita di rispecchiarsi più in un ultimissimo lavoro, che porti viva sulla pelle l' emozione di una scoperta, che in tanti altri trascorsi; ma anche perché - ed è solo in apparenza contraddittorio - la sua pittura batte ciclicamente su pochi, essenziali e ritornanti paradigmi visivi (il segno, il colore, la luce, la trasparenza), ma con tanto, e sempre rinnovato, slancio e vigore che a disporne i risultati l' uno dopo l' altro, in ordinata sintassi soltanto cronologica, si rischia ogni volta di ottunderne il portato di novità. Così l' amplissima mostra che oggi le destina, a cura di Luca Massimo Barbero, la Fondazione Puglisi Cosentino nel nobile spazio del restaurato Palazzo Valle di Catania, (catalogo Silvana editore, con testi del curatore e di Francesca Pola) avendo l' ambizione di somigliare ai desideri dell' Accardi, rinuncia al piglio severo della retrospettiva e sceglie invece di mischiare in molte sale le carte, contaminando in più punti date e modi espressivi. Si va così, ad esempio e prima di tutto, dalla parete all' ambiente, secondo quella che è stata ed è tutt' oggi una tensione costante dell' artista: dalle tele tradizionalmente vergate lineis et coloribus a quelle rovesciate e dipinte nei margini del telaio, dalle composizioni- ancora a parete- di tele sagomate in forme geometriche alla grande Tenda e a quanto ne è disceso, dal Cilindrocono del ' 72 al Paravento dello stesso anno, dalla Catasta di cornici quadrate e dipinte di cento colori cangianti, abbandonata nel centro della stanza, ai Coni in maiolica del 2004, al Pasos de Pasaje, grande pavimento in gres che, con un accompagnamento sonoro di Gianna Nannini, Accardi ha di recente presentato a Mosca e a Roma. Che Carla abbia dunque "abbandonato" la pittura? Certo che no, come anche dimostrano, contemporanei a quest' ultimo lavoro, i grandi acrilici su tela che, occupati da un segno quasi infantilmente gigante e da pochi clamanti colori, stanno oggi sulle pareti della medesima sala che ospita il Pasos de Pasaje. Anche, dicevamo: perché il viaggio verso l' ambiente, guidato dalla tentazione d' uscire fuori dal quadro, Accardi l' ha sempre compiuto - fin dagli anni Sessanta, e in contiguità cronologica con le analoghe tensioni di un altro grande interprete dell' arte italiana, Emilio Vedova - tenendosi lontana dalle inflessioni concettuali che hanno motivato l' analoga occupazione ambientale di molti, e sempre strettamente vincolata al linguaggio della pittura. Prima d' allora, prima della metà del settimo decennio dunque, Accardi aveva dato il là alla sua prima stagione interamente matura (dopo un' iniziale adesione all' avanguardia promossa a Roma dai giovani di "Forma 1", fra i quali era ovviamente l' unica donna) a partire dal 1953-' 54. Anni, questi, nei quali - dapprima sulla scorta di Capogrossi, ma poi presto liberandosi da quella lezione - Accardi ha immesso tutto lo slancio di un animo che ha inteso aggregare sulla pagina fantasiee "figure" inattese, sconosciute, irragionevoli. Segni, definitivamente lontani dal racconto di una realtà fenomenica, che rispetto al crampo ostico e monadico di Capogrossi tesero subito, nel loro aggregarsi insieme, e nel cercar sorprese da quella loro unione, da quella sorta di danza che tutti assieme intrecciavano sulla superficie, a costituirsi quasi in una famiglia di "elementi-segni": come subito intese Michel Tapié, gran padre dell' informel francese, fautore fra fine anni Quaranta e avvio dei Cinquanta della nuova lingua dell' arte che prendeva luogo a Parigi. Tapié consegnò allora per la prima volta Accardi a quella platea internazionale che da quel punto in avanti l' avrebbe accolta: prima presentandone i Negativi, ove era aspro l' incontro del bianco col nero, alle storiche mostre Individualités d' aujourd' hui, nel 1955, e Structures en devenir, l' anno seguente, poi registrando il progressivo abbandono dell' Accardi della dialettica secca del monocromo per accendere «i valori assoluti di altri colori [attraverso i quali] mi propongo di assorbire in modo completo le facoltà percettive» di chi guarda. Vennero allora prima un rosso di fiamma, poi gli azzurri e i viola, i verdi e gli aranci a saturare i segni e i nuovi ritmi ai quali le loro imprevedute assise s' abbandonavano, ventilati sulla pagina pittorica come da un' improvvisa folata di vento. Piccoli segni, allora, s' affollano ( Labirinto n. 12, 1958, ad esempio), andando a raccogliersi attorno a uno o più nuclei che traversano lo spazio: con un' accentuazione posta sulla nuova immagine, vogliosa di fascino avventurato, e per converso con una contrazione dell' ansia raccolta nel crampo della mano che, senza indulgenze di grazia, ne aveva caratterizzato la prima esistenza. Da quella ricerca così densa e coesa, Accardi proseguì poi, a partire dal successivo decennio, verso una maggiore trasgressione, fondata soprattutto dal valore assegnato alla trasparenza (assicurata alla sua pittura dall' adozione del sicofoil, una plastica diafana sulla quale scivola il colore: supporto che andò sovente a sostituire la tela tradizionale); trasparenza, e permeabilità al raggio luminoso, alle quali l' artista ha affidato il crescente bisogno di sorpresa e di ambiguità percettiva che intendeva donare alla sua immagine.

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