Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da La Stampa del 12 aprile 2010

Le cattive ragazze degli Anni Settanta

di Manuela Gandini

Vestita da bad girl entra in un cinema porno pieno di maschi, ha un mitra in mano, uno strappo triangolare nei jeans e il pube bene in vista. È il 1969, Valie Export, l’artista austriaca che l’anno precedente aveva portato al guinzaglio un uomo a quattro zampe per le strade di Vienna, si avvicina agli spettatori e chiede loro di fare ciò che desiderano con il suo sesso. Gli uomini, anziché eccitarsi, si imbarazzano e lentamente abbandonano la sala. Altro scenario: Los Angeles, tra il 18 ottobre e il 29 novembre 1977, dieci donne vengono stuprate e strangolate. Alcuni mesi più tardi due artiste, Suzanne Lacy e Leslie Labowitz, organizzano una performance davanti al Woman's Building di Los Angeles. Dieci attrici vestite a lutto salirono sul retro di un carro funebre scortato da motociclette e da ventidue macchine piene di donne. Viene srotolato uno striscione che dice: «In memoria delle nostre sorelle, le donne reagiscono». È una dichiarazione di guerra alla violenza di genere.
La mostra «Donna: Avanguardia femminista negli Anni 70», dalla Sammlung Verbund di Vienna, curata da Gabriele Schor, ricostruisce l’allarmante scenario della sovversione femminile contro il silenzio, la mistificazione e l’isolamento sociale. Gli strumenti utilizzati dalle artiste sono fotografia e video. Il supporto è il proprio corpo, nudo o travestito, in performance pubbliche o private. Per la prima volta nella storia si formano gruppi femministi organizzati dall’impatto dirompente, anche se, sul mercato, dei loro lavori quasi non resterà traccia. Uno dei punti vulnerabili ricorrenti è quello dell’identità: Martha Wilson impersona la lesbica, la professionista, la hippy.
La barbuta Eleanor Antin, travestita da re seduto al bar, s'infiltra come un personaggio surreale nel quotidiano, mentre Brigit Jurgenssen si traveste da bestia e Ana Mendieta applica una barba vera al proprio viso. Nel percorso in bianco e nero della mostra si giunge poi ai personaggi giovanili interpretati da Cindy Sherman. La necessità impellente e drammatica di uscire dai ranghi si manifesta oltre che nel cambiamento dell'identità, nella provocatoria nudità del corpo. Il movimento è frammentato e radicale e trasmette un profondo senso di disagio.
Le opere non sono commercializzabili, perché troppo crude e lucide. Alcune artiste hanno appena il tempo di vivere la loro fulminea stagione come Ketty La Rocca, con la sua comunicazione intima e gestuale, che muore a trent'anni; o Hannah Wilke, che accusata dalle altre femministe di esibire in modo troppo ambiguo la propria nudità, non rinuncia a mostrare il corpo anche quando sarà irrimediabilmente deformato dalla malattia. Francesca Woodman rimarrà un'apparizione misteriosa, come se il suo ambiente domestico, nella mimesi da lei ripetutamente inscenata, l’avesse effettivamente risucchiata.