Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica del 25 settembre 2011

 

Artemisia Gentileschi
La gran pittora che vendicava le donne con i suoi quadri

di Natalia Aspesi


A Giaele addormentato, Sisara dalle robuste braccia ficca nella tempia a martellate un grosso chiodo; a Sansone immerso nel sonno, una Dalida molto scollata sta per tagliare i riccioli bruni; ma il maschio cui Artemisia Gentileschi dedica i suoi maggiori furori pittorici è il generale assiro Oloferne, dalla bella testa barbuta, anche se mozzata. Dal tardo Medioevo in su, l' eroina Giuditta che decapita il pover' uomo aveva ispirato una folla di artisti: e Luca Cranach l' aveva ritratta con un vezzoso cappellino, e Botticelli aveva messo la testa tagliata del generale assiro sul capo della domestica come fosse un cesto della biancheria. Caravaggio ne aveva fatto una giovinetta disgustata dal fiotto di sangue che usciva dal collo semistaccato di Oloferne ancora vivo e con occhi e bocca spalancata. Ma è Artemisia a dare alle bibliche femmine vendicatrici la massima e divampante ira: come si vede nella grande, importante mostra a Palazzo Reale a Milano (sino al 29 gennaio 2012) intitolata Artemisia Gentileschi, storia di una passione, curata da Roberto Contini e Francesco Solinas, con scenografie di Emma Dante, promossa dal ' Gruppo 24 ore Cultura' (anche editore del catalogo) e dall' assessorato alla cultura di Milano. Nelle rosse stanze arricchite da giochi di specchi, le opere certe della somma ' pittora' sono una quarantina: e osservando il ritratto che le fece Simon Vouet nel 1623, lei trentenne, si capisce che le Susanne e le Cleopatre e le tante Maddalene non sono che autoritratti; e lo sono anche le sue assassine che infieriscono sulle vittime maschio. C' è Sisara, c' è Dalida, e di Giuditte ce ne sono in mostra almeno sei: dipinte dal 1610 (attribuzione incerta), a Roma sua città natale, al 1645, a Napoli, dove morirà attorno al 1654. In queste donne armate di spada, in questi suoi dipinti meravigliosi, spesso illuminati dal blu acceso ottenuto dal costoso lapislazzulo per cui la pittrice si indebitava, c' è una collera nuova, una violenza cieca, una sete invincibile di vendetta, una calda complicità tra donne (Giuditta e la sua serva), gesti assassini ma sapientemente domestici come trinciare un pollo o affettare un pezzo di carne; oppure l' eroina Giuditta, a macello compiuto, elegantissima in velluti e ricami, i bei riccioli rossi fermati da un gioiello, tiene in mano senza orrore la testa recisa o l' affida alla serva, avvolta in uno straccio o deposta in un cesto casalingo di vimini. A rendere il suo segno, la sua immaginazione così pieni di rabbia fu la rivalsa di una ragazzina orfana di madre, maltrattata da un padre violento, suo padrone e maestro, quell' Orazio Gentileschi, artista alla moda che diventò poi pittore alla corte di Carlo I, il monarca inglese cui fu tagliata la testa come ad Oloferne? O fu il ricordo dello stupro (definito da Contini e Solinas ' accadimento amaramente banale' !), subìto a 17 anni da parte di Agostino Tassi, collega di Orazio? O forse fu l' orrendo lungo processo contro il violentatore, durante il quale la ragazzina, esposta al ludibrio pubblico e per sempre rovinata, fu più volte interrogata da giudici implacabili (maschi) in latino, (lei era allora semianalfabeta); ed era tale il disprezzo per le donne, che fu lei, la vittima, per accertarne la sincerità, ad essere sottoposta alla ' sibilla' , il supplizio che consiste nel legare con cordicelle le dita delle mani sino a stritolarle. O fu anche la delusione per un marito, padre dei suoi quattro figli (tre morti in tenera età) il fiorentino Pierantonio Stiattesi, che per sposare nel 1612 una disonorata, aveva ottenuto dei favori da Orazio, e che pur proteggendola e aiutandolaa preparare telee colori, si faceva mantenere completamente. A riconciliarla con il mondo degli uomini non era bastato neppure il grande amore, ricambiato, per il nobiluomo fiorentino Francesco Maria Maringhi, ricco uomo d' affari suo coetaneo, che conobbe a 23 anni, con il beneplacito del marito poi abbandonato. Solo recentemente sono state trovate le lettere (cinque sono esposte in mostra) di Artemisia e dello Stiattesi, al gentiluomo fiorentino. Il marito ossequioso tiene informato l' amante e protettore della moglie della vita di famiglia e della di lei arte; Artemisia, sgrammaticata e colta, alterna passione e scenate di gelosia a pressanti richieste economiche. Nel suo tempo, quello dei caravaggeschi e di Bernini, di Rubens e di Rembrandt, lavorando a Roma, Firenze, Venezia, Napoli, e fuggevolmente a Londra, Artemisia Gentileschi era stata una ' pittora' di massima celebrità, richiesta dalle varie corti per la sua originalità. Nell' Ottocento di lei si persero le tracce, come di tante donne di talento che il pensiero patriarcale dominante non poteva accettare. Solo agli inizi del ' 900 si cominciò a riscoprirla, prima come vittima, col ritrovamento degli atti del processo per stupro, poi finalmente come artista geniale, restituendole il giusto valore che aveva conquistato da viva. Per le donne, e il femminismo, è diventata dagli anni ' 70 un mito. Per questo l' eccezionale mostra milanese che arriva vent' anni dopo quella fiorentina di Casa Buonarroti, è sponsorizzata da ' Di Nuovo Milano' del movimento ' Se non ora quando' e da ' Valore D, Donne al Vertice' . Dice la presidente Alessandra Perrazzelli, responsabile degli affari internazionali di Intesa San Paolo: ' Per la prima volta ci occupiamo d' arte, in omaggioa un' artista di clamoroso talento, che in quanto donna subì violenze e umiliazioni ma seppe imporsi per il suo genio. Noi crediamo che la gestione aziendale abbia bisogno della cultura, della cultura femminile, per avere davvero un futuro.'