Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica del 15 settembre 2016

Mami non Mami

di Cristiana Campanini


Donna, artista, afroamericana, novantenne. La sola presenza di Betye Saar mina stereotipi inossidabili. Festeggiata da una retrospettiva di 80 opere dagli anni Sessanta, la sua mostra alla Fondazione Prada raccoglie collage, assemblage e installazioni. L'iride è color glicine, incorniciato da una capigliatura afro. La sua eleganza esotica racchiude un mix di origini africane, native americane e irlandesi, con una spolverata glamour di gioielli vistosi. Orfana di padre, è cresciuta negli anni della Grande depressione a Pasadena e a Los Angeles nel ghetto nero di Watts (teatro di uno dei più violenti scontri razziali della storia americana, nel 1965). Qui viveva la nonna e lei vedeva crescere le torri- scultura di un geniale carpentiere di origini italiane, Simon Rodia. Si definisce "Uneasy dancer", nel titolo della mostra, danzatrice incerta; ma si racconta con fermezza aggirandosi, agile come un folletto, tra tabernacoli, scatole, valige, voliere, tavole da bucato e vecchie finestre, ingranaggi di piccoli oggetti trovati, simboli di ideologie passate ma mai del tutto superate, tra temi razziali e condizione femminile.
Dove lavora?
«Nel sud della California, tra Hollywood e la vallata, nel Laurel Canyon. Vivo lì da 50 anni tra alberi e volpi. Il mio studio è un garage, a un passo dalla città ma immerso nella natura».
Come lavora?
«Uso materiali, anzi li riuso. Non butto via nulla e colleziono oggetti appartenuti ad altri. Anche in questi giorni a Milano in un mercatino delle pulci ho acquistato profumi mignon e un lucchetto a cuore».
Cosa trova in quegli oggetti?
«Emozioni e storie di persone qualsiasi, i fantasmi di chi mi ha preceduto».
Quando ha iniziato?
«Dopo gli studi di grafica, disegnavo qualsiasi cosa: gioielli, tessuti, biglietti d'auguri. Ma le mie opere parlano di sentimenti, nulla che s'impara a scuola ed è stata la mostra di un pioniere come Joseph Cornell ad aprirmi la strada dell'assemblage, qualcosa che apparteneva già alla mia infanzia quando in famiglia riciclavamo qualsiasi cosa per sopravvivere ».
Dai suoi diorami sorridono "Mami" grassotte e bonarie circondate da fucili e coltelli. Perché sovverte quelle immagini?
«Erano denigratorie, ma in modo subdolo, un immaginario dei neri americani che scaturiva da pubblicità e grafiche di sciroppi e saponette. E poi il clima di scontro razziale negli anni Sessanta si era fatto rovente. Ricordo l'assassinio di Martin Luther King come un momento di svolta anche nella mia opera. Un fuoco che non si è ancora spento».
Ricorre un disegno nero e misterioso nelle opere.
«L'ho trovato in un vecchio libro. È lo schema per disporre al meglio gli schiavi nelle navi che arrivavano dall'Africa».
Come oggi fanno gli scafisti. Cos'è cambiato?
«Nulla. Le persone continuano a odiarsi e amarsi, penso alle ultime rivolte negli Stati Uniti o a queste orribili elezioni presidenziali ».
Un altro tema dei suoi assemblage è la condizione femminile.
«La vita domestica è un'altra forma di schiavitù. Lavare i panni, cucinare, curare i bambini, ma anche mantenere un bell'aspetto, essere dolci e sexy, sono catene che non permettono alla donna di conoscersi ed essere libera ».
Questa è la prima grande mostra che la consacra in Europa. Molti colleghi maschi della sua generazione sono già stati riconosciuti dalla critica.
«Forse una donna deve arrivare a 90 anni per guadagnare della considerazione (sorride)».

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DOVE E QUANDO
Betye Saar. "Uneasy Dancer". A cura di Elvira Dyangani Ose. Fondazione Prada, Largo Isarco 2, tel.
02.56662611, fino all'8 gennaio, chiuso martedì.