Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 


da La Repubblica del 31 gennaio 2010

Bianca e la casa delle donne

Uno spazio affollato di presenze femminili, dipinte, incise, scolpite con quotidiana fatica fra trapani e martelli da una ex gallerista che cinquant'anni interpreta la propria creatività

di Annamaria Sbisà

Turrite, rupestri donne di legno, di terracotta, di bronzo. Tutte aspettano un bambino. Non sorridono, anzi le facce hanno grinte dure... Stanno in piedi vigorose, strane, in certo senso indiscutibili»: così Dino Buzzati, uscito dall’atelier di Bianca Orsi, scriveva delle sue prime Donne, che gli erano rimaste scolpite negli occhi. Altrettanto indiscutibile, granitica come la sua arte, a distanza di decenni, oggi troviamo lei. Siamo nel laboratorio di corso Garibaldi dove l’artista ancora lavora dalla mattina alla sera, circondata dai corpi in bronzo, legno, rame, juta o alluminio che continua infaticabilmente a creare, i visi tesi che ti guardano da sotto il cellophan che li protegge.
Una folla muta che urla, con cui Bianca Orsi mette in scena esperienze di guerra e conflitti del vivere femminile, a cominciare da sé: «Ero con il gallerista Cortina, stavamo organizzando mostre a Zurigo e in Germania, quando un suo collaboratore gli dice: “Ma ti fidi? Guarda che è una donna!”. Da allora ho cominciato a farne una dietro l’altra». Senza concessioni, con vigore mascolino, ma senza mai rinunciare ad indossare la gonna, («mai messo un pantalone»), la scultrice uscita dall’Accademia di Achille Funi e Aldo Carpi, allieva di Marino Marini e Carlo Carrà, dai primi volti in gesso e terracotta, passando tra dipinti e incisioni di sapore crudo e drammatico, poi i tanti vasi in ceramica commissionati dagli architetti tra gli anni ’60 e ’80, si è infine fermata, dalla prima grande scultura degli anni ’60, a monumentalizzare il sacrificio del femminile. Anche il suo: «Sa cosa vuol dire lavorare qui? La fatica, intendo».
La possiamo solo immaginare, circondati da trapani, accette, martelli, mentre scopriamo la genesi di ogni figura, che parte da una trave interna e si forma a furia d’incastri, tassello per tassello, da stuccare, amalgamare, infine dipingere: un anno di lavoro, ogni opera. Il giallo, che le dà «una certa sensazione», tinta eletta del periodo più cromatico, accende l’armadio anni ’40 che custodisce libri di scultura, ed è quella che ha spesso indossato: «Quando ero giovane, adesso non lo porto più».
Ci porta a casa, invece, dove il suo lavorare quotidiano si sposta tra i fornelli («Adoro cucinare») per poi concludersi, a fine giornata, tra le lane: quelle che cuce nei grandi arazzi ricamati. Il primo che vediamo è appeso in ingresso, sembra un totem tridimensionale su base di juta, forse una sciamana. La folla di seguaci è posizionata sui muri, composta dai tanti, dipinti, incisioni, disegni a china con cui Bianca negli anni ha delineato gli abitanti del suo mondo.
Opere a parte, una miriade, la sala e la camera da letto sono affollate dai volumi nelle eleganti librerie anni ’50, e puntualizzate dai tessuti colorati su letti e divani: «Sono cotoni indiani, queste tinte tolgono il buio, mi sembra di far rivivere la casa». Ma qui, nel mondo di Bianca affacciato sul corridoio che unisce l’ingresso con l’ultima camera in fondo, non manca certo il senso vitale. Lane, carte, disegni, arazzi in lavorazione, aghi, qualche pezzo ’800, un cassettone del ’600, design anni ’50 e ovunque i suoi tanti vasi.
Colpisce quello dalle forme picassiane a metà corridoio, di fronte c’è l’attaccapanni travolto da cappelli e cappotti, che ha le ore contate: un asse da cui fuoriescono mani scolpite, opera che abbiamo visto in atelier, potrebbe essere promossa all’abitazione. «Lo vorrei mettere al posto di questa schifezza», per essere chiari.
Preferisce fare lei, con le sue mani s’intende, quindi il bagno è invaso dai mosaici di piastrelle colorate, la cucina è segnata dai taglieri decorati alla Victor Brauner, e dalla cappa in rame: «Ne ho fatta una anche in argento». Su commissione, immaginiamo. Ma non è mai detta l’ultima parola, con Bianca Orsi. L’artista che, anno 1964, ha rinunciato a vendere ai Musei Vaticani (a incredibile prezzo) la sua intera collezione di maternità, da loro vissuta come moderna arte sacra, per non dover dichiarare d’averla invece donata: «Sono atea, sarebbe stato un falso, anche ideologico». Come dire? «Vigorosa, strana, in certo senso indiscutibile», prendendo in prestito Buzzati.