Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da La repubblica del 1 maggio 2016

Biennale Donna. La faccia triste dell'America

di Lea Mattarella

Le ha fermate solo il terremoto. Le donne dell'Udi di Ferrara organizzano la Biennale Donna per raccontare l'arte al femminile dal 1984, con un'unica interruzione, quella del 2014 dovuta al sisma che ha colpito la città. Tornano quindi negli spazi del PAC e questa volta si concentrano sull'America Latina. La mostra intitolata Silencio vivo, aperta fino al 12 giugno, curata da Lola G. Bonora e da Silvia Cirelli, chiama a raccolta quattro artiste. Il punto di partenza è quello di due figure già storicizzate come Ana Mendieta (1948) e Anna Maria Maiolino (1942), l'arrivo è la più giovane del gruppo Amelia Pica, argentina, classe 1978. Cos'hanno in comune? Aver respirato la dittatura che ha afflitto gran parte dei paesi latinoamericani fino a spingere qualcuno a lasciare il proprio paese. È quello che farà la Mendieta, fuggita da Cuba nel 1961 per trasferirsi negli Stati Uniti dove morirà tragicamente a soli 36 anni, cadendo da una finestra.

Non stupisce che nei loro lavori si rifletta su temi come la censura, l'aggressività e la violenza del potere, lo sradicamento dalle proprie origini, la difficoltà di comunicare e di testimoniare. Ognuna di queste opere mette in moto un allarme. Come lo scatto che documenta la performance di Anna Maria Maiolino, in cui lei cammina su un tappeto di uova come fosse su un campo minato. L'uovo simbolicamente raffigura la vita e il piede ne minaccia l'integrità ma, nello stesso tempo, l'eventuale rottura dell'oggetto metterebbe in pericolo la parte del corpo. Alla stessa doppia minaccia si assiste nella serie fotografica che la ritrae con un paio di forbici sulla faccia, pronte a tagliarle il naso e la lingua. Ma a tenere l'arma in mano è lei stessa, come se volesse punirsi di chissà che cosa, in una rappresentazione visiva di quell'autodistruzione di cui a volte sono capaci le donne. Dalla metà degli anni Novanta la Maiolino, che è nata in Italia ma si è trasferita in Brasile da bambina, si dedica alla scultura. Modellare la materia è un modo per narrare l'unicità dell'uomo che, secondo lei, risiede nella pancia. Nascono così le sue forme "intestinali" in cemento o in ceramica raku che, in fondo, sono ritratti di sconosciuti visitati dall'interno.

Della Mendieta, tra le altre cose, in mostra c'è un video in cui lei, soggetto privilegiato e unico della sua opera, non compare mai se non per un attimo, come testimone. Si vedono delle persone davanti a un'abitazione dove, da un tombino, esce del sangue. Nessuno si ferma né bussa alla porta, a nessuno viene in mente neanche di domandare cosa stia succedendo.

Il lavoro più toccante di Teresa Margolles, messicana, classe 1963, raccoglie sulla parete tanti volti di donne, alcune giovanissime, quasi bambine. Lei li fotografa per le strade di Ciudád Juárez. Sono le facce, che tappezzano la città, di ragazze scomparse che qualcuno sta cercando. Le donne vengono qui dalle zone più povere del paese a cercare lavoro e spesso rimangono vittima di brutali violenze. Così spesso da far sì che questo diventi abitudine, tanto da spingere i cittadini a intervenire sulle loro facce con disegni, scarabocchi, graffi, strappi. La Margolles va a caccia delle tracce lasciate dalla violenza, ti fa fare i conti con la morte senza mai mostrarla. Te la infila nel naso quando scopri che i deumidificatori qui esposti vaporizzano l'acqua raccolta dagli obitori pubblici; te la fa sentire quando registra i suoni di un giorno normale nei luoghi in cui qualcuno è stato ucciso. E non consola il fatto che Amelia Pica abbia dipinto di bianco il cavallo di un monumento, trasformandolo in quello delle favole.