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Viste alla Biennale

un giro alla 56esima biennale di Venezia di Nadia Magnabosco e Marilde Magni

 

Anche quest'anno abbiamo visitato la Biennale senza documentazione o letture critiche per non creare ostacoli al libero formarsi delle nostre esperienze visive ma, a visita compiuta, ci troviamo a concordare con la critica che ha visto assai poco "futuro" in questa biennale che ha come tema proprio“Tutti i futuri del mondo”. Maschere a gas, armi, scheletri, disfacimento, nero e morte documentano uno stato di fatto che viviamo ogni giorno ma congelano la biennale in una deprimente immobilità claustrofobica che non lascia nascere visioni di nuovi mondi possibili. Questo senso di oppressione emerge particolarmente nella visita ai Giardini, dove il nostro urlo avrebbe potuto contribuire a infrangere ulteriormente le vetrate già infrante nell'opera di Camille Norment che, nel padiglione della Norvegia, ha fatto esplodere le finestre che delimitano l’architettura del padiglione.

La noia di padiglioni dominati da falli, sederi e vagine visti e rivisti si è fortunatamente interrotta di fronte all'opera della giapponese Chiharu Shiota, una potente e poetica installazione di centinaia di chiavi intrappolate in una massa di fili rossi che scende a terra dal soffitto raggruppandosi su vecchie barche che sembrano volare in mondi immaginari di cui prima o poi troveremo la chiave giusta.



Interessante anche la raffinata opera della video artista Joan Jonas nel padiglione degli Stati Uniti, che mostra le responsabilità di tutti verso la natura, ma evocate poeticamente attraverso specchi, immagini e suoni

e la presenza di bambini, simbolo di speranza.

Il Leone d’oro è stato assegnato all’americana Adrian Piper che, sempre ai Giardini, espone alcune grandi lavagne sulle quali è scritta ossessivamente la deprimente frase “Everything will be taken away”.

Meritano una menzione anche le opere di architettura urbana della tedesca Isa Genzken, una delle più influenti artiste degli ultimi trent'anni, che affascinano senza tuttavia capirne bene il senso.

Anche l’Arsenale induce il senso di disfatta dei Giardini ma - anche per la diversa e migliore disposizione logistica - presenta più vie di fuga. Per esempio i colori esplosivi nell'installazione caotica di Katharina Grosse:

sabbia, stoffe, cartoni e rottami formano delle gigantesche montagne colorate di grande effetto, oppure i delicati colori della palestinese Jumana Emil Abboud che esplora con i suoi lavori i temi della memoria.

Molto poetici anche i lavori della vietnamita Tiffany Chung che costruisce dettagliate carte geografiche con tanti puntini colorati a significare forse che siamo tutti uguali?

E ancora i bei quadri di Lorna Simpson che è stata la prima donna afro americana ad esporre alla biennale nel 1993

sino alle morbide sculture tessili di Sonia Gomes - artista brasiliana che ha lavorato per tanti anni senza alcun riconoscimento - che si insinuano sopra e dentro i muri delle corderie.

 

La russa Natalia Pershina-Yakimanskaya trasmette un'ondata di energia presentando 'Clothes for the demonstration against false election of Vladimir Putin', una serie di vestiti lanciati contro Putin come simbolo di ribellione.

Nel padiglione della Santa Sede ispirato al prologo del Vangelo di Giovanni: In Principio… la parola si fece carne. è presente il lavoro della macedone Elpida Hadzi-Vasileva: un'originale grande tenda realizzata con scarti di origine animale lavorati come un pizzo che vuole interpretare il concetto del Verbo che si fa carne.

L’ambiente è attraversato da funi - realizzate sempre con interiora di animali - che rappresentano le genti che convergono nell'agorà raffigurata in una colonna che scende a pioggia.

Nella parte finale dell’Arsenale - nel Giardino delle Vergini - l'opera dell’argentina Ana Gallardo realizzata in due mesi di lavoro con le donne detenute nel carcere della Giudecca, a Venezia.

Incanta e pacifica, al termine del Giardino delle vergini, "The last garden"di Sarah Sze

Visitando invece il Padiglione Italia colpisce l'occhio e la mente l'affascinante installazione di Marzia Migliora, un armadio molto particolare dove delle pannocchie sembrano diventare tutte d'oro

Speriamo che nella prossima biennale, inseguendo il coniglio bianco di Joan Jones,

si aprano ulteriori spazi segreti della nostra immaginazione. Per ora ci incamminiamo verso un possibile nuovo futuro con le splendide sculture della grande Magdalena Abakanowicz in mostra alla Fondazione Cini sull'isola di S. Giorgio.

19 luglio 2015