Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Alias del 10 novembre 2007

Louise Bourgeois alla Tate modern di Londra

Dove ci mettiamo, ai margini o nel vortice?

di Stefano Jossa

"Una volta un uomo salutava con la mano un amico dall'ascensore. Stava ridendo talmente che sporse la testa e il soffitto la tagli". Questa è una delle nove storie (la quinta) scritte da Louise Bourgeois per la sua serie di incisioni He Disappeared into Complete Silence (Sparì nel più totale silenzio, 1947): nove studi su come lo spazio architettonico condiziona la percezione e determina i sentimenti. Nata a Parigi nel 1911, Louise Bourgeois - cui ora al Tate Modern dedica una retrospettiva: Louise Bourgeois, fino al 20 gennaio 2008, £ 10.00, catalogo a cura di Frances Morris, pp. 320, £ 24.99 in paperback, £ 35.00 in hardback - è cresciuta nello spazio di una filanda, che ne ha condizionato l'esistenza e l'arte: un padre-padrone, una mamma-ragno, insieme predatrice e protettrice, sinistra ricattatrice e operosa riparatrice, e una serie di memorie sempre spiate dal buco della serratura, con lo sguardo della bambina che non è ammessa al mondo dei grandi. Cresce a tappe, Louise, facendo i conti di volta in volta con l'identità femminile, l'identità sociale, il padre, il sesso, la madre e la memoria. Di queste tappe rende conto benissimo il pecorso di una mostra che segue un rigoroso ordine cronologico, ma si concentra intorno ad alcuni nuclei tematici e figurativi, in modo da dare l'idea tanto dei passaggi quanto dei motivi e degli stili: un itinerario di crescita interiore, ma anche ossessioni che ritornano, sperimentazioni sui materiali e ricerche di una forma. Si va dalle femmes-maisons, oli su tela degli anni quaranta, alle "celle", le installazioni-camere degli ultimi dieci anni, attraversando manichini stilizzati di legno, organi sessuali in plastica e lattice, marmi di Carrara classicamente levigati e marmi su cui sono sistemati bicchieri di vetro a mo' di ventose, giganteschi ragni di bronzo e acciaio, bambole di stoffa, sedie appese la soffitto e legni in ferro battuto.
 L'arte di Louise Bourgeois è sempre scandalo: un processo liberatorio della coscienza, che punta alla distruzione del negativo che la vita e la società impongono a tutti gli esseri umani. Prigionieri dei ruoli e delle identità, nelle nostre prigioni troviamo insieme oppressione e rifugio: come nelle case che imprigionano i corpi delle donne nelle sue prime tele (le femmes maisons) o come nelle celle che trasformano la fabbrica in un luogo di dissezione e sperimentazione sui corpi (le cells). Il corpo non si libera, mai, perché è al tempo stesso il peso greve dell'esistere e la condizione misteriosa del vivere: come nell'impressionante pene-prosciutto che pende dal soffitto, in cui l'autrice riconosce la forma corporea di tutto ciò che ha amato, il marito e i figli, qualcosa di "estremamente delicato", "oggetti che le donne devono proteggere".
Tutto è doppio, perché tutto può essere rovesciato, in un gioco di attrazioni e ripulse: l'occhio e la vagina diventano un solo oggetto, metamorfosi e metafora l'uno dell'altra. Al centro dell'arte di Louise Bourgeois c'è infatti un sistema di opposti, esemplarmente riassunto dalla figura della spirale, cui affida "un tentativo di controllare il caos", poiché "ha due direzioni": "Dove ci mettiamo, ai margini o nel vortice?". Gli opposti non restano statici, l'uno contro l'altro, ma neanche raggiungono la sintesi, armonizzandosi: sono invece compresenti, nella consapevolezza che non c'è gioia senza dolore e libertà senza rinunce. Tutto serve, dal gioco della mosca-cieca alle ricerche di Charcot sull'isteria, che fanno converegere e rovesciare i corpi maschile e femminile in un groviglio concettuale, in cui le forme sono sempre nitidissime ma sempre necessariamente ambivalenti. Così la forma faticosamente conquistata si dissolve, come un fiume che si spande nel suo letto, straripa e rientra: e un panneggio greco diventa geometria strutturale, e Artemide si trasforma in un ermafrodito senza testa che fa esplodere amore e lotta, sesso e potere, e il totem indiano finisce come un giglio fiorentino sulla cima. Ciò che conta non è l'energia dell'ispirazione, il fuoco creatore ed entusiastico, ma la forza che genera durata: "non importa tanto da dove viene la mia motivazione quanto come io riesca a sopravvivere", recita una delle sue opere più recenti, un'acquaforte con inchiostro e matita su fondo cartaceo.
Si possono fare i nomi di Bréton, Picasso, Giacometti, Brancusi, Duchamp; ma la ricerca di precedenti e modelli non ha senso per un'autrice che si pone unica che si pone unica perché al centro della sua arte c'è lei stessa. E' lo spazio del tetto della sua casa di Manhattan, dove si è trasferita col marito nel 1940, a determinare le forme slanciate dei suoi manichini; è l'ossessione dell'esasperante violenza paterna, intorno alla tavola apparecchiata dove moglie e figli devono solo ascoltarlo, a far rivisitare il mito classico di Tieste nell'installazione intitolata The Distruction of the Father (La disstruzione del padre, 1974): "Questo pezzo è essenzialmente una tavola, l'orrenda, spaventosa tavola dove la famiglia si riunisce a cenare, col padre a capotavola, che siede e dà ordini. E gli altri, la moglie, i figli, che possono fare? Siedono lì, in silenzio. La madre, naturalmente, cerca di soddisfare il tiranno, suo marito. I figli sono esasperati... Così, di esasperazione in esasperazione, prendemmo l'uomo, lo stendemmo sulla tavola, lo facemmo a pezzetti e cominciammo a divorarlo". L'arte non è lei, però, ma sempre il rapporto con lo spettatore-fruitore, su cui a primo impatto si scaricano tutte le tensioni nascoste e le violenze esibite dell'autrice, con un effetto che è per lo meno disturbante: fino a coinvolgerlo, tuttavia, nel nello stesso processo di liberazione, che è accettazione, riconoscimento e partecipazione. Un invito alla condivisione, infine, perché tra un "me" che sente l'urgenza di esprimersi e un "te" che cerchi vagamente qualcosa non può non stabilirsi una sintonia ideale, fatta di ricerca reciproca, d'intimità e confidenza. Dimensioni enormi, ma anche piccoli oggetti, a testimoniare come l'arte nasca soprattutto dalla cura quotidiana, per sé e per l'altro, prima di tutto fisica, fino a sconvolgere chi a quella cura non è abituato, come nell'orribile bambola di pezza rosa col cordone ombelicale penzoloni dal titolo Do Not Abandone Me (Non mi abbandonare, 1999). "Sono stata all'inferno e ritornata. E, lasciatemelo dire, è stato stupendo", scrive Louise su un embroidered handkerchief, un tovagliolo ricamato a mano, nel 1996.
  Cedimenti apparenti alla società dei consumi: "art is the guarantee of sanity", si legge sul letto di una delle sue cell, e "success is sexy", proclama in un'intervista a Herkenhof; ma l'enfer d'être sans toi, l'assenza dell'Altro, è ciò che veramente guida la sua ricerca esistenziale: "il ruolo di uno straniero, afferma Julia Kristeva, è quello di essere un rivelatore di un significato nascosto in una comunità". Straniera la Bourgeois è stata sempre: figlia senza mamma dal '32, moglie senza marito dal '73, ma soprattutto francese in America per quasi tutta la vita. Senza indulgere a compiacimenti romantici, Bourgeois cerca prima di tutto di dare forma all'universo e alle sensazioni: immergersi nei materiali significa non una conquista della terra, ma un rapporto con l'anima. Perciò tanta mancanza di grazia, tanta resistenza alla decadenza, tanta cura delle superfici e dei dettagli. Leggerezza e concretezza, come nella bellisima foto scattatele da Annie Leibowitz cha la ritrae solcata dalle rughe ma quasi metafisica, al di là del tempo e del corpo. E con la leggerezza incredibile Louise Bourgeois si muove tra le sue creazioni, nelle foto e nel filmato che la ritraggono a introduzione e coronamento della mostra. Nella consapevolezza che un altrove c'è, ma non possiamo raggiungerlo. "I grattacieli riflettono una condizione umana: non toccano" Ora ci sentiamo un po' meno soli.

 

vedi Louise Bourgeois