Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica del 26 settembre 2015


Carol Rama l'eterna bambina che giocava con l'arte

La pittrice è morta a Torino. Aveva 97 anni Allieva di Casorati, ha raccontato se stessa e le sue ossessioni attraverso le opere Con irriverenza e lontana da ogni schema

di Lea Mattarella

«Dipingo per guarirmi», così diceva Carol Rama. E per curarsi alimentava i suoi fantasmi, facendoli scorrazzare liberamente sulle carte e sulle tele che comincia a dipingere fin dagli anni Trenta. Olga Carolina Rama, così si chiamava, era nata nel 1918 a Torino, dove giovedì sera se ne è andata per sempre. A inventarle il nome d'arte era stato Man Ray, suo grande amico che l'aveva definita la donna dai sette volti. Personaggio fuori dagli schemi e dalle regole del sistema dell'arte contemporanea, Carol Rama frequentava Italo Calvino, Massimo Mila, Carlo Mollino e soprattutto Edoardo Sanguineti, che battezzerà una serie di opere come Bricolage . Ricordava spesso di non aver ricevuto un'educazione artistica canonica, ma invece di rivelarsi un elemento frustrante questa mancanza si era trasformata in un'arma da utilizzare per conquistare una sempre maggiore libertà espressiva. A dargli i rudimenti della pittura era stato, comunque, un signor pittore come Felice Casorati che nel suo atelier aveva tirato su diverse artiste torinesi, da Paola Levi Montalcini a Nella Marchesini fino a Lalla Romano. Certo è che la giovane Carolina in quel contesto di pittura sospesa, incantata e assorta del maestro e delle sue allieve, doveva stonare, o forse brillare, per coraggio e anticonformismo. Le prime sue opere, mentre si assiste all'abbandono dei temi delle avanguardie per quello che è noto come " ritorno all'ordine", sono disturbanti, irriverenti. Nel 1936 fa un ritratto della nonna Carolina che al collo non ha un'elegante collana ma un bel gruppetto di sanguisughe che la succhiano avidamente. E non siede in un salotto borghese ma è circondata da protesi ortopediche di legno. Nello stesso periodo compaiono le sue donnine sfacciate con la lingua di fuori e i genitali esposti. Le chiama Appassionata e, a volte, le mutila, le ritrae su letti che paiono quelli di vecchi manicomi, oppure sulla sedia a rotelle. Nel frattempo dipinge anche gli oggetti, solo che le sue "nature morte" mettono in scena quello che Giorgio Verzotti ha chiamato il suo "gran teatro feticista": scarpe con il tacco, agghiaccianti colli di volpe con le testine che osservano la morte, rasoi, dentiere che si agitano sulla carta. Come ci si poteva aspettare la sua prima mostra, nel 1943, viene chiusa perché considerata oscena.
Ma per Carol Rama l'oscenità non esiste, anzi per lei è impudico nascondersi, vergognarsi delle proprie pulsioni. I suoi primi acquarelli e i suoi lavori successivi raccontano sempre la sua vita. Fa capolino il suicidio del padre, la malattia mentale della madre, ma anche l'attività di uno zio che produceva protesi ortopediche. A un certo punto Carol Rama accantona la componente " erotica ed eretica", come l'ha chiamata Lea Vergine, per aderire al MAC, il Movimento d'Arte Concreta. Attraversa così una fase astratta in cui a vagare sulla tela sono forme geometriche e incastri di colore. Ma ben presto questo mondo che cerca un ordine in una realtà altra, le sta stretto ed eccola tornare alla sua attrazione per l'organico, per le macchie per il corpo frammentato. Comincia a usare il riso e il catrame, ma soprattutto incastra nei dipinti sguardi spaventosi, occhi finti e attoniti che acquista dagli imbalsamatori.
Il mondo la scopre tardi: sdoganata da Lea Vergine nell'epocale mostra del 1980 L'altra metà dell'avanguardia , riceve il Leone d'oro alla carriera alla Biennale di Venezia del 2003. Nel 2006, posa nuda per Dino Pedriali. Ma le foto non saranno esposte. Per Carol Rama arriva l'interdizione da parte del tribunale di Torino. Proprio in questi giorni la città la celebra con il progetto PanoRama in sei gallerie. Per il 2016 la Gam allestirà la grande retrospettiva. Carol Rama mostrava con orgoglio i segni del tempo. Non aveva mai avuto paura di rivelare intimità, segreti, misteri.