Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

 

da l'Unità del 6 giugno 2011

La felicità è un fantasma che non sopporta troppe domande
Un ricordo della pittrice surrealista Leonora Carrington morta in Messico lo scorso 25 maggio a 94 anni. In Italia Adelphi ha tradotto i libri "Giù in fondo" e "Il cornetto acustico"

di Chiara Valerio

«Le case sono proprio dei corpi. Noi siamo attaccati ai muri, ai tetti, agli oggetti esattamente come al nostro fegato, allo scheletro, alla carne e al nostro flusso sanguigno. Io non sono una bellezza, non c'è bisogno di uno specchio per accertarmene eppure sto attaccata a questa mia carcassa come se fosse il limpido corpo di Venere. E questo vale anche per la stanzetta che occupavo allora; il mio corpo, i gatti, la gallina rossa sono tutti il mio corpo, tutti parte del mio pigro flusso sanguigno» (Il cornetto acustico, 1974). Non ho mai incontrato Leonora Carrington, però ho letto i suoi libri. Così, quando il 25 maggio scorso ho appreso della sua scomparsa, come mi succede di tanto in tanto, ho pensato che avesse smesso di scrivere. E di dipingere. Ho letto l'obituary del New York Times, quello del Guardian, ho cercato nelle biblioteche romane i suoi due libri pubblicati in Italia. Il cornetto acustico e Giù in fondo (1972), entrambi editi per i tipi di Adelphi, entrambi tradotti da Ginevra Bompiani. Ho letto Il cornetto acustico quando è uscito in italiano nel 1984, ero una bambina e mi è sembrata una favola, e anche, poiché stavo completando un lussuoso puzzle in legno rappresentante un particolare del Giardino delle Delizie di Hyeronimus Bosch, la cronaca di quel mondo fantastico dove le differenze di genere e di specie si perdono e si rincorrono. È grazie a Leonora Carrington che ho imparato presto che il fantastico quasi sempre è eccessivo e talvolta può essere spaventoso. Così quando l'ho ripreso in mano dopo più di vent'anni mi sono ritrovata a ricordare, prima delle parole, delle osservazioni, del prepotente antimilitarismo, della convinta opposizione alla pena di morte, del sincero orrore per qualsiasi forma di un potere che opprime gli uomini, le donne e la loro immaginazione - «sono sicura che sarebbe molto gradevole e salutare per gli esseri umani non subire nessuna autorità di nessun genere. Sarebbero costretti a pensare da soli, invece di farsi sempre dire che cosa fare dalla pubblicità, dal cinema, dai poliziotti e dai parlamentari» - e dell'odio per la canonizzazione di qualsiasi cosa, dalla religione al surrealismo, i colori, le immagini, le bizzarrie di un universo di donne scazonti, ironiche, intelligenti, pronte al cambiamento, minuziose e conservatrici. Le donne di Leonora Carrington non sono tutte buone, non sono tutte belle, non sono diverse dagli uomini o dai mostri, solo che, con un'evidenza che deve essermi saltata agli occhi anche da bambina - tant'è che a rileggerla m'ha fatto eco - mai si fanno intimidire dalla follia - «Tutte le cose che amo stanno per disintegrarsi e non posso farci niente», e hanno «una ragione che non solo conosce le ragioni del cuore ma pure tutte le altre». Al centro dell'opera simbolica, di scrittura e immagini, di Leonora Carrington, sta il corpo e le sue modificazioni, e in mezzo a queste modificazioni, le maschere. Non c'è cupezza nell'opera di Carrington perché non c'è una normalità alla quale tentare di aderire, non c'è perdono perché non c'è peccato. Nella sua pittura e nella sua prosa tutto ciò che viene descritto è frontale, o, frontalizzato dall'ironia e dall'intelligenza - che è un senso come un altro - «Capita anche a me in certi momenti di pensare di scrivere una poesia ma far rimare le parole è così difficile, come cercare di guidare un branco di tacchini e di canguri per una strada di grande traffico e tenerli bene allineati in fila senza guardare le vetrine». È pur vero che il mio sguardo su Carrington è deformato dall'aver letto, prima di poterlo capire fino in fondo, il Cornetto acustico, e il resto molti anni dopo. In Giù in fondo, dove pure Carrington si muove sulla scriminatura del «disastro nella liberazione dello spirito», la degenza in un ospedale psichiatrico è comunque occasione di stupore per una scatola di cipria, un rossetto, una bottiglia d'acqua di colonia, e la follia o il confine spagnolo sono le linee da attraversare e riattraversare, segni, non confini. In The house of fear (1977) gli accadimenti e i luoghi della seconda guerra mondiale in Europa incorniciano quattro novelle che raccontano il coinvolgimento romantico e artistico con Max Ernest e ancora una esperienza di follia. In The seventh horse and other tales (1988) i protagonisti sono scheletri, cacciatori, viaggiatori, vicini strani, anziani, un ballo in maschera, rovine misteriose - «La città è diventata bellissima. Tutte quelle brutte case sono cadute e coi ghiaccioli sembra che ogni cosa abbia i denti». Non ho mai incontrato Leonora Carrington, sosteneva che «il sentimentalismo è una forma di stanchezza». Non mi sono stancata abbastanza di leggere e osservare le sue opere e così non posso cedervi, so tuttavia che la sua narrativa - quella che ho letto - o piuttosto è la suggestione di averla saputa per lungo tempo in Messico, dove è morta, mi ha sempre fatto l'effetto di un ex-voto. Un ex voto suscepto, ascoltato, esaudito di parole lasciate ai piedi di quelle divinità passeggere, sudate, egoiste, fragili, meschine che siamo noi stessi. «Che voluttà sarebbe incontrare qualcuno, anche una sola persona, che palpitasse incondizionatamente per quel che hai da dire. Mi immaginavo di raccontare a un pubblico entusiasta storie di pappagalli per ore di fila senza un'interruzione o uno sbadiglio».

CHI E'

Intellettuale antifascista viveva in Messico

Leonora Carrington, ultima grande donna del movimento del Surrealismo e musa di André Breton, è morta il 25 maggio a Città del Messico all'età di 94 anni. Dal 1939 viveva in Messico. Nata a Lancaster nel 1917 da una famiglia di ricchi industriali, si trasferì in Francia in giovane età. Prima dell'occupazione nazista della Francia, assieme a molti dei pittori surrealisti, si impegnò in una collaborazione al Künstler Bund, movimento clandestino di intellettuali antifascisti. Con l'approssimarsi della guerra tra Francia e Germania, l'arresto nel 1939 di Max Ernst fu causa di depressione per la pittrice. Fuggì in Spagna dopo l'invasione nazista. Là venne nuovamente ricoverata in ospedale psichiatrico: su quell'esperienza scriverà, nel 1945, «Giù in fondo». In Messico intrecciò legami con molti dei surrealisti in esilio, tra cui, José e Kati Horna, Gunther Gerszo, Benjamin Peret e, soprattutto, una duratura amicizia con Remedios Varo. Ha ha pubblicato racconti e opere teatrali surrealiste. Come pittrice si affiancò allo stile di Remedios Varo.