Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da Artribune del 24 marzo 2015

Il viaggio di Leonora Carrington.
Dal sogno Surrealista alla magia del Messico

di Mercedes Auteri

Viaggiare in Messico significa scoprire dal vivo quello che Frida Kahlo ripeteva a chi le diceva che la sua pittura era surrealista: in Messico tutta la realtà è surrealtà (“Non sono mai stata surrealista. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”, Time Magazine, 1953). Significa vivere i grandi temi del Surrealismo nella quotidianità di ogni giorno: amori intensi e appassionati, atmosfere oniriche e follia, anarchia e libertà, morte come passaggio nel ciclo della vita e mondo dello spirito sempre presente nel sogno e nella veglia.
Viaggiare in Messico significa, anche, fare l’esperienza dell’incontro con la millenaria storia di un luogo in cui Storia e Mito coincidono inesorabilmente. Uno dei luoghi identitari di eccellenza è rappresentato dal Museo di Antropologia: la sbornia più inebriante che si può ricevere nel Paese della tequila e del mezcal. Qui la storia del Messico, tra archeologia ed etnografia, dalle origini ai nostri giorni, viene raccontata in 24 sale, 44mila mq al coperto e 36mila all’aperto, per un totale di 80mila mq, progettati dall’architetto Pedro Ramírez Vázquez nel 1963. Qui si incontra l’opera simbolo di Leonora Carrington (Lancaster, 1917 – Città del Messico, 2011), Il magico mondo dei Maya, realizzata dall’artista dopo un lungo periodo in Chiapas, nel 1964, per riflettere sulla relazione tra eredità storica e presente culturale, su invito del direttore Ignacio Bernal. Come annunciò l’allora presidente della repubblica Adolfo López Mateos durante l’inaugurazione, un museo nato per preparare “il Messico di oggi a rendere omaggio al Messico indigeno, il cui esempio rende riconoscibili le caratteristiche della sua originalità nazionale” (17 settembre 1964).
Questo viaggio di chi approda nella terra dei maya, tra realtà surreale e storia mitica, è quello di chi si avvicina al Messico con lo spirito del viaggiatore e non del turista. È anche quello attento di Giulia Ingarao che incontra Leonora pochi mesi prima della sua scomparsa. È, in parte, quello stesso di Leonora Carrington. La vita dell’ultima surrealista viene raccontata nel saggio di Ingarao proprio come un viaggio, tra luoghi e persone che si intrecciano, come un romanzo, nei capitoli in cui la storia di Carrington è scandita. Il viaggio fisico: Inghilterra, Irlanda, Italia, Londra, Parigi, Saint Martin d’Ardèche, Spagna, Portogallo, Marsiglia, New York e Messico. Il viaggio estetico e sentimentale: l’eredità genealogica anglo-irlandese della famiglia di origine; l’immaginario pittorico italiano (Paolo Uccello e la pittura del Rinascimento) e fiammingo (Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio); la passione per Max Ernst, il “pittore uccello”, già sposato e 26 anni più grande di lei, da parte della “donna cavallo” (e la loro visione animale e zoo cosmogonica del mondo); gli incontri possibili in quell’atmosfera unica che si respirava nella Francia degli Anni Trenta (Breton, Eluard, Aragon, Duchamp, Tanguy, Picasso, Giacometti, Arp, Man Ray, Leonor Fini); nella New York di Peggy Guggenheim degli Anni Quaranta; nel Messico degli esiliati visionari (Varo, Chiki Weisz, Horna, James, Jodorowsky, Buñuel, Duby, Fuentes, García Márquez, Poniatowska) e dell’intellettuale messicano Octavio Paz, che di lei disse: “Non era una poeta ma una poesia che cammina, che sorride, che schiudendo le labbra si converte in uccello, poi in pesce, poi sparisce…”.
Giulia Ingarao ci porta per mano attraverso questa storia, a tratti struggente, che racconta l’unicità del percorso di Leonora Carrington fatta di piccole quotidianità e grandi rivelazioni sui protagonisti dell’arte del Novecento. L’amore folle per Ernst, che lei pensa di aver perso per sempre a causa delle persecuzioni naziste e che invece ritrova al fianco della Guggenheim qualche anno dopo. La relazione con l’ambasciatore messicano Le Duc, che gli era stato presentato da Picasso a Parigi e che poi sarà la sua ancora di salvezza a Lisbona, quando fugge dal manicomio per raggiungere le Americhe. Il grande amore per Chiki Weisz, il fotografo ungherese braccio destro di Robert Capa. L’amicizia alchemica con la catalana Remedios Varo e i loro esperimenti in cucina. La tessitura di tappeti, con Ricardo Rosales maestro di Chiconcuac e fabbricante di sogni insieme a Edward James nei giardini surreali di Xilitla. La comparsa divertita in un film di Buñuel. I racconti di umore nero per bambini che scrisse e illustrò con la fotografa Kati Horna. Il teatro avanguardista sperimentato con Octavio Paz e Juan Soriano. I tarocchi che insegnò a leggere al giovane Jodorowsky. La nascita dei due figli avuti da Weisz, Gabriel e Pablo, che cambieranno ancora una volta la sua visione cosmogonica del mondo. La causa del femminismo e il timore di perdere i figli ancora ventenni nei tragici scontri tra studenti ed esercito dei giorni orribili del ’68 messicano.
Uno dei capitoli finali del saggio è dedicato proprio al Mondo magico dei Maya del Museo di Antropologia. Non a caso uno dei più riconosciuti regali di Leonora al Messico. Forse il luogo simbolo in cui tutte le nostre strade di lettori-viaggiatori convergono.
Una delle principali critiche che veniva fatta al nuovo assetto identitario dato dal museo era la mancanza di riferimenti all’attualità dei popoli indigeni ancora residenti in Messico, alla loro lenta estinzione o strenua resistenza, all’evoluzione delle loro lingue e tradizioni (lacuna museografica, poi solo in parte colmata a partire dagli Anni Ottanta). Leonora Carrington decide di superare già negli Anni Sessanta questa separazione, ambientando la scena del suo mural (che in realtà dipinge su una tavola di 2 metri per 5, non su parete), descrivendo la vita attuale di una comunità maya del Chiapas in cui risiede per diversi mesi, conciliando la quotidianità e il passato preispanico (secondo l’insegnamento dato dai muralisti storici) ma con caratteristiche tipiche della visione surreale per cui rivivono contemporaneamente e senza distinzioni di tempo e di spazio: il passato, il presente e, in perenne continuità, il soprannaturale. Viaggiare in Messico significa anche incontrare questo mondo, ancora oggi, magico.
Il viaggio di Leonora Carrington è un viaggio messicano ma, soprattutto, un viaggio archetipico. Sarebbe bello che in molti decidessero di farlo, magari leggendo il libro di Giulia Ingarao, uno dei pochissimi contribuiti sulla Carrington in lingua italiana che, si spera, possa presto essere tradotto in spagnolo.