Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da D la repubblica delle donne del 23 maggio 2009

Vi spiego perché oggi l'arte siete voi - Cindy Sherman

di Adriana Polveroni

 

Andy Warhol ci ha fatto vedere che la distanza di sicurezza tra l’immaginario popolare e le figure del potere si poteva colmare. Così sono nate le icone: Marilyn, Liz, Jackie, Mao e tante altre, rimaste nell’empireo artistico per anni. Con noi tutti che guardiamo loro e continuiamo a celebrarle anche se i loro volti hannoi colori acidi, il rossetto screziato e altri graffi pop. Invece Cindy Sherman, americana quanto Andy Warhol ma che al mondo dell’arte arriva una decina di anni dopo, salta il fosso. Fa anche lei immagini, quasi sempre volti, a volte figure intere. Ma guai a trovarci una celebrità. Lei fotografa l’altra metà (e passa) del mondo, i comuni mortali (più o meno comuni) che guardano, e a volte adorano, le celebrità. Cindy Sherman, insomma, ha capito che la società dello spettacolo, di cui Warhol è stato un fantasioso cantore, ha compiuto un salto di qualità, perché in un certo senso si è avverato proprio ciò che l’eccentrico ragazzo, biondo e brufoloso, di Pittsburgh aveva vaticinato: “Ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità”. Cindy dunque ci fa vedere che la storia, la celebrità, magari solo per un quarto d’ora, siamo noi.
Semplicemente perché il pubblico siamo noi, e in un mondo in cui l’arte, soprattutto quella contemporanea, è diventata fenomeno di massa che penetra,
pervade ovunque, riti e miti, quel “noi” conta più o meno quanto “loro”. L’uno
non potrebbe esistere senza l’altro.
Però c’è un problema. A inizio carriera, come diversi artisti anni 70 tipo Bruce
Nauman, che faceva fatica a trovare qualcuno che posasse per lui (ma
Sherman è una donna riservata e questo non lo dice), anche lei ha iniziato a
fotografare se stessa. E da lì non s’è più mossa. I suoi soggetti, solo femminili,
negli anni sono cresciuti con lei, anche se fin da ragazza ci ha abituato a travestimenti che la rendevano credibilissima vecchietta o signora matura,
sia per gli anni che per le forme.

Roma: 14 signore annoiate
È quasi impossibile trovare un’artista camaleontica come Cindy Sherman.
Nata 54 anni fa nel New Jersey, brava anche a camuffare la sua età, che mai
le si darebbe, l’ex timida ragazza di provincia oggi in vetta allo star system
Usa, stabilmente al vertice delle artiste più pagate del mondo (nel ’96 il MoMA acquistò un set completo della serie Film Stills per un milione di $), nonché compagna di David Byrne, piccola e minuta com’è cambia volto e corpo in maniera impressionante. Addirittura un po’ raccapricciante, come appare nella serie di 14 nuovi ritratti che tra un paio di settimane saranno
in mostra alla galleria Gagosian di Roma (e fino al 19/9): 14 donne arrivate,
per posizione sociale, dichiaratamente “mogli (annoiate) di”, che lei incarna
in modo impietoso tirandosi labbra, gonfiandosele e aggiungendo rughe o zigomi al silicone, capigliature improbabili, trucco acceso, vestiti non tanto sopra le righe quanto decisamente orrendi, oltre il kitsch e la prevedibilità del gusto dell’eccesso Made in Usa.
E collocando questi ritratti, che raccontano benissimo lo zoccolo duro dell’America nonostante Obama e Michelle, su sfondi e poi cornici che evocano un malinteso gusto italiano, il sapore finto-rinascimentale e il lusso, il tanto. Il troppo.
«Quello che mi ha sempre colpito del suo lavoro è la capacità di mettersi in
gioco. Il fatto di fotografare se stessa significa prendersi la responsabilità diretta di quello che fa, senza narcisismo ma, come in questo caso,
assumendo su di sé anche il problema dell’età, l’ansia della vecchiaia», commenta Pepi Marchetti, direttrice della sede romana della celebre
Gagosian Gallery. Vero. E con sensibili differenze rispetto ad altri artisti
che hanno fatto scelte simili alla sua.Dichiaratamente più retorico, volutamente
narcisista, in un certo senso piùitaliano, è il lavoro di Luigi Ontani, che
mette in scena sempre e solo se stesso accentuando la drammaturgia del racconto iconografico. Più virato sul gioco,sull’idea del travestimento come maschera pop, è l’approccio di Yasumasa Morimura, giapponese, quindi abbastanza maniacale da realizzare l’album di figurine della nostra epoca, icone
tanto quanto lo erano quelle di Warhol, cui dà il suo volto e corpo, si tratti di
personaggi femminili o maschili.
Cindy Sherman si camuffa anche lei, ma quel che cambia di volta in volta in
modo sorprendente è lo sguardo, l’espressione del viso, la postura del
corpo. Gli abiti sono importanti, ma non essenziali. «Quando preparo ogni
personaggio, devo considerare contro cosa sto lavorando. Il fatto che la gente
guarderà sotto il trucco e la parrucca in cerca del comune denominatore, del
riconoscibile. Sto cercando di far riconoscere alle persone qualcosa di loro
stesse, non di me», racconta Cindy, con quella capacità che il critico italiano Francesco Stocchi, nella monografia a lei dedicata da Electa, definisce il suo fare di se stessa «un luogo pubblico» che nasce «dall’ambiguità tra realtà e finzione che la porta alla creazione di un mondo immaginario ispirato da ciò che la circonda e nel quale lo spettatore può riconoscersi».

Venezia: donne minimal
Con queste caratteristiche, e pur non ritenendosi fotografa («l’unica ragione
per cui non mi definisco tale è che non penso che coloro che si considerano
tali penserebbero che io sia una di loro»), Cindy Sherman ha dato vita a
un’infinita galleria di donne, che lei con piglio minimal ha sempre chiamato
Untitled. Alcune di queste le ritroveremo fra pochi giorni a Venezia, alla
Biennale, al museo Pinault realizzato da Tadao Ando a Punta della Dogana.
Serie ormai vastissima, interrotta solo dalle Sex Pictures, dove per la prima
volta si toglie da davanti l’obiettivo per metterci bambole, in montaggi paradossali e spesso disgustosi.
Sì, perché la minuta, riservata Cindy Sherman è capace di comporre delle
figure veramente disturbanti, curando anche qui i dettagli in maniera quasi
ossessiva e lavorando, così come fa con se stessa, alla costruzione e decostruzione del corpo. Compiendo, anche qui, un passaggio significativo. Se
gli artisti moderni, gli Impressionisti per esempio, hanno iniziato a riflettere sulla
loro pittura, facendone l’oggetto privilegiato della loro opera, alcuni artisti
contemporanei - e Sherman è una di questi - hanno continuato tale percorso
concettuale, mettendo al centro del loro lavoro l’idea del proprio corpo e il
suo simulacro.
La mostra alla galleria Gagosian riporta Cindy a Roma, dove non torna dal
1989. quando vi ha soggiornato per qualche mese, visitando molti musei,
guardando a lungo le opere e fotografandole, anche. Poi, tornata a New
York, aveva realizzato immagini di se stessa ispirate a quelle foto, creando
personalissime, a loro modo assai fedeli immagini dell’arte. Una serie di
“History portraits” che ci dicono che la storia siamo noi, voi, lei.

Info sulla mostra