Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Manifesto del 23 giugno 2009

Donne americane sull'orlo di una crisi
Cindy Sherman da Gagosian

di Arianna Di Genova


C'è la signora elegantemente «new age» che ammicca allo spettatore e quella più clownesca che sconta un difetto rivelatore della personalità; poi, le due amiche (o sorelle) della high society e la cow girl sbarazzina, una delle poche ad essere incorniciata da uno sfondo naturale e luminoso. L'altra «creatura boschiva» è una inquietante strega che quasi buca il fogliame per spaventare i più piccoli con la sua apparizione poco rassicurante.
L'artista americana Cindy Sherman, approdata con le sue foto «en travesti» presso la galleria Gagosian a Roma (la mostra è visitabile fino al 4 settembre) ha scelto questa volta di giocare con l'identità delle donne di mezza età degli States. «Sono i personaggi più realistici che abbia mai creato. Mi sono immedesimata completamente in loro. Potrebbero essere me», ha confessato Sherman, classe 1954, da qualche anno compagna di David Byrne, altro «mutante» per passione.
La donna che l'artista mette al centro dei suoi set è una sofisticata lady senza problemi economici forse, ma sicuramente attanagliata da quelli affettivi. È sempre sola, occupa il centro dello spazio, «invade» il mondo sfoggiando abiti eccessivi, sorrisi tirati, sguardi gelidi e spenti. I luoghi dove posa sono sgradevolmente monumentali, freddi e privi di segni di vita. La ritrattistica classica, quella che dovrebbe elevare il soggetto a un rango di appetibilità sociale è qui completamente rovesciata. Viene svelato qualsiasi trucco e la convenzionalità delle pose non riesce a nascondere la progressiva decadenza fisica del personaggio preso di mira. In più, da Gagosian, il pubblico è circondato e ossessionato dalle grandi fotografie, non ha scampo né pause di respiro. L'idea di pinacoteca antica, quella in cui lo sguardo scorre da un quadro all'altro ricostruendo la storia di un'intera famiglia, viene distorta in una lettura disturbante.
Cindy Sherman, pur essendo una acclamatissima star dell'arte contemporanea (sono stati i suoi scatti a lanciare la fotografia nel mercato al pari di altre tecniche e a far assumere l'immagine digitale nell'olimpo di quotazioni vertiginose), non demorde mai. E non cerca immagini ammaestrate o «domestiche». Per lei la maschera è sempre un principio di smascheramento, paradosso teatrale che mette a nudo e sgretola certezze piuttosto che ribadire posizioni accomodanti.
Nessuna delle donne ritratte dall'artista nel tempo - dalle segretarie anni '70 fino alle pagliacce dal sapore horror, che camminano sul confine della pazzia - fa riferimento alla fiction. Pur se artificiali fin dalla nascita, vengono comunque prelevate dalla realtà e solo in seguito caricaturizzate. Sono ruvide icone che sarebbe meglio lasciar vivere ai margini dell'immaginario. Ma Sherman è impietosa e le sbalza in primo piano. Ne inventa ogni tratto e carattere, per ognuna crea una tipologia a sé; poi si dedica alle stoffe e cuce per loro gli abiti giusti, infine elabora il trucco pesante con il quale queste donne dovranno affrontare i commenti degli spettatori. È un'America depressa e decrepita quella che va in scena nella galleria romana. Profondamente anti-eroica, forse un po' troppo compiaciuta per gli standard a cui ci ha abituati l'artista da decenni.