Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

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Dadamaino, gli anni ’70, Galleria Cortina, Milano arte expo cultura

DADAMAINO alla Galleria Cortina (MAPPA) di Milano: con la mostra intitolata “Dadamaino, gli anni ’70, rigore e coerenza” – curata da Tommaso Trini, l’Associazione Culturale diretta da Stefano Cortina (al suo 50° anno di attività) giunge al terzo, corposo, appuntamento con l’opera di Emilia “Eduarda” Maino (Milano 1930-2004). Inaugurazione: martedì 5 giugno ore 18,30. “Dadamaino” resterà aperta fino al 27 luglio 2012. MAE Milano Arte Expo ha già reso consultabile on line per intero la monografia DADAMAINO – L’Assoluta leggerezza dell’essere, Cortina Arte, 2008 (LINK) nell’ambito del progetto 1000 MOSTRE d’arte. Per questa nuova mostra Cortina Arte Edizioni ha pubblicato un libro/catalogo con una ricchissima sezione iconografica, introduzione di Tommaso Trini con antologia critica e testimonianze di Marina Apollonio, Gillo Dorfles, Marcello Morandini, Maria Mulas, Jorrit Tornquist. Apparati storico/biografici di Cristina Celario e Veronica Riva. Prefazione di Stefano Cortina, interviste a cura di Susanne Capolongo.

Stefano Cortina: Dopo l’antologica del 2008 e la mostra del 2010 sugli anni ’50 e ’60, l’approfondito studio sulla vita e l’opera di Dadamaino (Emilia “Eduarda” Maino, Milano 1930-2004) giunge ora al terzo appuntamento dedicato agli anni ’70. Un decennio di profonda trasformazione nel costume e nella cultura italiani. Un decennio di intenso impegno politico che vide il paese passare dai fermenti studenteschi del ’68 alle dure manifestazioni di piazza sino ai deprecabili anni di piombo. Sono anni in cui, accanto all’impegno politico sempre più attivo, la ricerca di Dadamaino trova la sua espressione più matura. Lasciate le esperienze condivise, con artisti e gruppi coevi, o meglio assimilate e superate quelle idee, l’artista giunge a definire in modo irreversibile il senso della propria poetica segnica.

Dalla precisione matematica derivante dalle esperienze optical e cinetiche, attraverso le Deformazioni spaziali e i Cromorilievi arriva alla definizione di un nuovo linguaggio in cui il segno puro diventa non lettera, racconto e composizione visiva. L’alfabeto della mente, I fatti della vita diventano così il suo manifesto non solo artistico ma anche politico e poetico ove può esprimere il senso del suo essere contro le regole, contro il buon pensiero, pur mantenendo un estremo rigore nel suo fare. La coerenza è la caratteristica principale dell’opera di Dadamaino, sin dai primi lavori del ’58 fino agli ultimi del 2000 l’evoluzione è costante, ogni fase/passaggio è inevitabile figlia del percorso precedente. Ma è proprio negli anni ’70, dagli Alfabeti della mente in poi, che la sua ricerca trova la propria direzione definitiva dove rigore e coerenza convivono indissolubilmente.

Tommaso Trini: Svegliarsi anti-tempo
E’ stata la mia artista concettuale più cara; e ora so che è un’artista sempre più importante per tutti. Meno male che Dadamaino ha tenuto alte le narrazioni biografiche di un sodalizio locale come Azimuth e di Nouvelle Tendence come flusso di migrazione creativa dall’est, perché oggi il concettuale è dimenticato. Ma tant’è, noi si andava ad ovest e anche un po’ verso il sol dell’avvenire, dove Dada era già lì da sempre.

Quando l’incontrai, non ricordo l’occasione, riconobbi in Dada una sorella mentale, più spiccia di me nello humour tagliente, più generosa verso i guai altrui, e ugualmente affabulatrice: sempre presi, entrambi, a dire qualche verità e molti segreti che ci eravamo sognati. L’arte di Dada mi appassionò veramente dal 1975 in poi, dalle prime “lettere” a inconscio razionale fino al superbo ciclo conclusivo di “essere nel tempo”. Mi disse un giorno che da anni rifletteva sulle pagine di Sein und Zeit, leggendole anche qua e là in tedesco.

Adoro il ricordo di questa comunista di base, base intellettuale, che riandava ai Futuristi sulla scia di Lucio Fontana mentre compulsava i concetti, il metodo e il linguaggio di Heidegger. Superba sensibilità e mente liberata le consentirono di stendere in modo iterativo, talora enumerando sottotraccia i segni con sequenze aritmetiche, il suo “epistolario” astratto (per me, quasi informatico).

C’è altro da scoprire in queste lettere del divenire e lettere dell’essere. La vidi l’ultima sera a cavallo del 2000, Dada e Gianfranco erano soli, e io ero rimasto solo, e cenammo di takeaway freddo, e quasi non si parlò. La malattia l’aveva resa attonita e come fuori del tempo, la mezzanotte era lontana, presto Dada si alzò, “vado a dormire”. Col tempo, che forse non esiste a livello dei fondamenti dell’universo fisico, amo riguardare le sue opere come a fogli di tempo che punteggiarono la sua esistenza al pari dei segni che trapuntano ciascuna sua lettera, sia essa alfabeto, trasparenza o vuoto.

Tommaso Trini, Antologia critica su Dadamaino - Dadamaino. L’arpa verticale e orizzontale
Altre note sul lavoro di Dadamaino, per la quale scrivevo nel febbraio ’75 che non bisogna sottovalutare la sua “esigenza generale di rimettere in questione quell’insieme di regole e di canoni che noi chiamiamo ‘metodo’; ciò equivale ad esercitare la critica dell’ideologia, posto che si possa dire tale il sistema che fa capo a una corrente artistica, non importa quale, allorché essa è dominante (sono ideologia appunto le idee che dominano), allorché il ‘metodo’ tende al riposo invece che al conflitto”. Alludevo alla rimessa in questione dell’opera passata che la Dadamaino implicava con un nuovo ciclo, ancora in fieri, e oggi compiutamente realizzato con il titolo di “inconscio-razionale”. Questo costituisce un ribaltamento, una contradizione, un semplice scarto, o un passaggio dialettico? Tutte queste cose insieme, probabilmente. Con il sospetto, per di più, che le varie tappe del suo lavoro ventennale siano vissute di eguali movimenti.

Appunterò allora le mie note tra la concisa autapresentazione che la Dada ha scritto in forma di sinossi e la mia esperienza di spettatore delle sue opere: appunti tra storia e critica per cercare fili.

Leggo nella sua sinossi: “1. posizione postinformale e protodadaista, con distruzione critica della tela, 1958-1959”. Siamo agli inizi della sua arte in un duplice clima: d’un lato la ripresa neocostruttivista con la parola d’ordine della “ricerca visuale”, d’un altro lato lo sconfinamento neodada. La giovane artista propende per la prima disciplina (in quel “protadadaista” c’è un’inesattezza e qualche grano di spregio, altri avrebbero detto, per il ’58, “protoneodada”) e tuttavia si riconosce fatalmente anche la seconda anima: sarà, negli anni a venire, un bel dissidio. Le tele colpite dalla sua “distruzione critica” sono bellissime e oggi tragiche: larghi squarci con labbra irregolari di tela indurita, non un quadro ma un vuoto telaio.

Consumata l’iniziale iconoclastia, l’artista prende a costruire la sua esperienza con una attenzione ai materiali, alla loro autodeterminazione, che già la differenzia dai suoi colleghi neodada.

La vera strutturazione del suo lavoro avviene nel segno del movimento indiretto (“3. organizzazione di elementi fissi – uso del rodhoid e del plexiglass sporgenti dalla superficie, per ottenere una dinamicità mediante la luce e l’ombra”) e insieme della serialità del colore (“4. dinamica modulare progressiva, intervento del colore complementare dei moduli sui primari del fondo”). Nonostante questo linguaggio freddo, superfici di tersa bellezza che sposano la logica combinatoria all’arbitrio fecondo di un certo materiale, di un certo madulo.

Dadamaino, che con Manzoni e Castellani ha partecipato all’avventura di Azimuth, un’esperienza di livello europeo, e che nel ’62 partecipa alla fondazione del movimento internazionale Nuova Tendenza, o arte programmata, come da noi dirà Eco, porta i conflitti malriconosciuti della creatività femminile laddove per altri vigono ordine, sicurezze e volontà di egemonia. Persegue la sperimentazione razionale, ma non è razionalista; è scientifica, ma non scientizzante: senza ammetterlo, lavora già tra le polarità dell’inconscio e del conscio (o del razionale). Sono anni in cui si torna alla socializzazione dell’arte dopo i borborigmi psichici dell’informale e però lei lo fa contro il sistema, come diranno poi, non per adesione al neocapitalismo.

Nuova tendenza, concretista e bauhausiana, da cui l’artista milanese fa dipartire tre linee operative: ricerca cinetica, cromatica, e volumetrica. La prima (“5. ricerche specificatamente ottico-cinetiche, 1961-1965”) accoglie il movimento diretto o reale per stimolare attraverso la percezione visiva non il piacere né il corpo fisico ma solo l’analisi mediante il comprendonio. La Dada non violenterà mai l’autonomia di chi guarda e pensa, neppure quando opera nello spazio tridimensionale (“12. ricerche di dinamica volumetrica, 1962”, e così via, fino ai più recenti rilievi: “15. ricerca di dinamica maggiormente plastica e coerente all’andamento cromatico dei moduli, 1972”).

Davanti al colore, la Dada in qualche modo si autocensura come accade a tutti coloro che ne dominano a freddo la liquida materialità metamorfica: “9. ricerca del cromovalore medio dei primari, 1967-68”, uso dei fluorescenti, “11. ricerca sulla dinamica cromatica inerente al passaggio da un colore primario ad un altro, 1971”. E tuttavia lei fa tutt’altro che della statistica degli stimoli cromatici, giacché i suoi colori li dispone sovente per trame di tasselli variamente orientati, così che cumuli colorati ondeggiano e trapassano tra loro come il tempo, simili alla vita organica invece che alla dissezione geometrica. L’arte seriale di Dadamaino, voglio dire, si avvale dei meccanismi della precisione e dell’esattezza per avanzare nei misteri di ciò che vedo.

Leggo infine nella sua sinossi come contraltare del suo lavoro specifico e prosecuzione diretta della sua posizione iniziale: “16. a carattere costruttivo: environments e progetti lumino-cinetici a livello urbano, 1969” e dirimpetto “17. a carattere distruttivo: costruzione del CCM (collettivo di contrinformazione di Milano)”, un’attività con cui nel ’71 continua la sua lunga militanza comunista. L’impegno sociale e la sperimentazione visiva restano separate nella loro diversa specificità, oppure si parlano fitto tra loro: la ricerca non è fine a se stessa e la società nuova non è un modello bensì lotta.

L’attuale lavoro torna alla superficie, struttura alcuni semplici segni come di matita, è più una scrittura che un’astratta rappresentazione come già i plus minus di Mondrian sessant’anni fa, ha l’andamento di una trama, una maglia di vuoti: il cerchio dell’inizio è completo. Dadamaino ha interiorizzato per lunga esperienza il suo linguaggio oggettivo, quasi impersonale, logico. Oggi “scrive” dunque questa individuazione interna, profonda, personalizzata, senza basculare in recuperi di magmi psichici soggettivi. Chiama quest’ultimo ciclo col titolo generale di “inconscio-razionale”. Credo di capire che la Dada, oltre ad essere molto consapevole del fatto che radici profonde eppure perscrutabili presiedono al processo creativo, non contrappone ciò che questi due termini indicano ma li sovrappone; dopotutto, disegna linee orizzontali e verticali tra loro tessute (e ammaliate).

Per chi ha fatto sempre arte in modo che fosse una pratica sociale e una ricerca positiva per la totalità sociale, viene il momento in cui è giusto e necessario comunicare se stessi in quanto ancora separati da quella totalità, ma non più divisi nell’io, ciò che è una conquista tanto più importante quanto è stata più faticosa per una donna artista.

A Arte Studio Invernizzi, Milano, 22 maggio – 5 luglio 1997
[…]Accogliere tutte le passioni umane nell’azione di un minuscolo segno alternato da pause. Entro sequenze continue di tratti neri sospesi fra il trasparente e l’opaco.

Concentrare l’esperienza diretta delle passioni degli uomini – anzi, di una donna – nell’iterazione di quel segno di testimonianza che ne richiama un altro, assente. Un non-segno bianco, il secondo, che tuttavia ritma l’assenza, il silenzio, il vuoto.

E disporre che il segno e il non-segno proliferino in sciami cangianti con libertà, con metodo, in via armonica e non oppositiva. Non importa se a forma di sciami solari o di sabba lunari o di altre configurazioni. Purché fungano da clessidre, atte a filtrare il vero e il reale secondo i vari tempi e luoghi della loro proliferazione.

E poi lasciare che quel disegnarsi delle vicende umane viva come vuole, purché viva. Così che il segno e il non-segno diventino finalmente contiguità e respiro.
1974, Dadamaino al Salone Annunciata di Milano, arte expo cultura

Questo è ciò che l’opera di Dadamaino fa. Fa questo e non altro. O facendo altro.

Con segni, disegno, e scrittura, che respirano il mondo, trasparenti, da oltre vent’anni, per non dire dal ’58. Massima visibilità dei loro moti interiori, nella trepida consonanza di una pur minima scansione lineare con l’ottusa opacità degli eventi esteriori. Massima trasparenza della spirale sismografica che

per l’intera età della artista ha registrato, in vita come in arte, il suo esserci per il mondo e col mondo. […]

[…]Amo questa grande spira. L’arte di Dadamaino è la mia amante più enigmatica da oltre trent’anni. Le volte che la visito, mi accoglie nelle sue calde sabbie di segni, se ho qualche vigore percettivo. Se sono opaco, mi fluttua nelle sue fresche spire.

La grande spira ha cicli e mute. Una mattina, il suo linguaggio è la fondazione di un mondo. Una sera, lei disperde quel mondo fra scrosci e dune. Sposta la dimora dell’essere. Esserci per la superfcie. Martin Heidegger ne sarebbe sconcertato?

Appartiene a Dadamaino il disegnare senza confinarsi nel disegno. Non si deve pensare la sua attività di mettere in campo segni lineari come disegno preparatorio, abbozzo, sinopia, opera grafica o progetto. Lei disegna facendo altro dal disegno.

Tra i suoi quadri finiamo presto per parlare del disastro: sociale, politico, umano, e chi più ne ha più ne metta… Allora Dada smette di tirare di segno e tira di scimitarra. Siamo come due ragazzi incazzati anche perché da vecchi siamo stati troppo buoni. Non c’era solo la lezione di Fontana. A vent’anni, un artista esordiente dialoga coi propri coetanei, sfidandoli. Nel ’58, Dadamaino ha tagliato una tela con un cerchio ovale per sostituire la superficie con la percezione di un volume. Nel ’60, Giulio Paolini ha tirato su un foglio una crociera a matita per prepararlo a un disegno che non ha mai inteso fare. Sono state due esecuzioni diverse del re e della regina.

Quando lei si concentra sul lavoro, il disegnare si accorda presto col suo respirare. Lo ha già ben notato Elena Pontiggia: “in fondo tutte le opere della Maino, così immateriali e incorporee come sono, si possono considerare organismi mentali, tanto è presente in loro, sempre, un ritmo e un respiro”. Organismi mentali è ben detto. Implicano un principio fisico d’energia vitale oltre il concettuale. Penso alla rete neuronale del cortex. Dove niente pìù del cervello ha bisogno di ossigeno. […]

[…]Definire questi disegni come organismi mentali non è una metafora, credo. O non è solo questa. Essi instaurano realmente uno scambio metabolico sia con l’artista sia con lo spettatore nel corso degli esercizi di attenzione, scrutinio ed empatia, cui ci invita la loro visione. Metabolismo è respirare, nutrirsi, porsi in relazione. Prendere fiato nell’ondulazione dei fogli secondo natura, propria del poliestere su cui vanno incarnandosi i segni. Scambiare luminosità e ombra con le luci dell’ambiente, cui si affida la propria trasparenza mimetica. Annottare nel nero come ogni cosa vivente.

Organismi, manufatti, artefatti. Questi stadi evolutivi, il lavoro di Dadamaino riesce ad abbracciarli tutti e tre; non sono molti a farlo. Dopo avere fin qui valutato i suoi disegni come artefatti perfettamente dotati di autonomia linguistica, dovremmo ora imparare a considerarli come organismi visivi che risalgono l’autonomia dell’essere.

L’analogia tra un’opera e la respirazione è importante, in effetti. E anche diffusa. Respirano la lattuga e la spugna delle sculture di Anselmo, gli alambicchi alcolici e gli otri di Zorio; aprono i loro bronchi gli alberi di Penone e le sue pelli distese; si ossigenava l’allevamento di polvere di Duchamp; respira il calco di Manfredini e metabolizza col ferro e col fuoco – per ricordarne alcuni. E’ importante spostare le frontiere tra l’inanimato e il vivente per ridefinirne i paradigmi. Già, cos’è la vita?

Mi piacciono gli oggetti d’arte che sognano di respirare: non hanno un ego. Certi oggetti tra-spiranti e co-spiranti sono più vivi dei body artisti che respirano male. […]

[…]L’intero corso della sua arte sta rivelandosi binario, ciò avrà pure un senso. Ha senso universale la scelta di Dadamaino di evolvere nella complessità invece di trincerarsi nello scontro. E’ da opere come questa, affatto complessa, per nulla elementare, che impariamo a dire molto di ciò che è complesso – come l’essere e il divenire – e poco o nulla della beata semplicità che ne oppone le categorie.

Non sempre né ovunque si ergono paratie o frontiere armate. Essere e divenire non si toccano veramente, né sono mai separati. Se si scontrassero direttamente, consumandosi, il disegno di Dadamaino, invece di produrre quei respiri così chiari che tanto ci attirano dall’oscurità, franerebbe in una pozza d’inchiostro. Tra il suo essere e il divenire può interporsi un filtro, uno scambio, che li rende fluttuanti. […]

[…]Guardo il disegno di Dadamaino. Osservo lo zampillare di un segno dall’interno di un altro segno, come se uno solo di questi tratti lineari e bui fosse la fonte di tutti gli altri, per partenogenesi. Ciascuno di loro è la genesi degli altri? Non procedono in insiemi, tutti eguali, l’uno è diverso dall’altro per infinitesimi. Per ciascuno di loro, i segni precedenti e quelli seguenti sono davvero gli altri – diversi e speculari – con i quali mettersi al passo. Qui ciascun segno è un tratto di confine molto raggrinzito. […]