Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Manifesto del 16 settembre 2009

La mia arte sarà allergica ai diktat

di Daniele Perra


Intervista con Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice della prossima «Documenta 13» di Kassel, in occasione della tavola rotonda che si terrà al Castello di Rivoli il 18 e 19 settembre sulla manifestazione quadriennale. «Nell'esposizione del 2012 vorrei tornare ad indagare un concetto di storia. Perché il pensiero postmoderno e multiculturale, alla fine, è diventato un grande cliché»
Sin dal 1955, anno della prima edizione diretta con passione e grandi sforzi organizzativi - siamo nella Germania post-bellica e i segni della guerra sono ancora molto evidenti - dal pittore e accademico di Kassel Arnold Bode, Documenta è stata una piattaforma di riflessione, quasi sempre avulsa da fenomeni passeggeri e allergica ai diktat e alle speculazioni del mercato. Ogni cinque anni è stato scritto un capitolo importante, da un punto di vista di ricognizione della storia dell'arte e di revisione delle modalità espositive. Bode è infatti ricordato anche per le sue innovazioni nel display system museale. Documenta 13 è lontana (9 giugno - 16 settembre 2012) ma l'occasione per cominciare a tracciarne le linee guida si presenta con D-documenta - a conference towards Documenta 13, convegno aperto al pubblico, ospitato al Castello di Rivoli (18-19 settembre, posti esauriti) che vede la presenza di molti dei direttori e degli artisti delle passate edizioni. Alla guida Carolyn Christov-Bakargiev, non solo in veste di attuale responsabile del Castello di Rivoli ma in quanto direttrice della prossima edizione. La seconda donna dopo Catherine David nel 1997 a prendere il timone della mostra e a fare i conti con un periodo difficile per la cultura, minacciata da un diffuso imbarbarimento. «L'idea del convegno - racconta - nasce dal fatto che credo sia importante oggi partire da un'ecologia delle procedure del fare cultura. Volevo poter fare molte domande ai miei predecessori e condividere un viaggio verso Documenta con colleghi e persone, che io chiamo agenti, con cui intendo iniziare il processo del fare Documenta 13. Volevo mettere insieme posizioni diverse, alcune delle quali agli antipodi. Per me, è un'occasione di studio sia per celebrare quella che è stata Documenta che per mettere a fuoco cosa significhi oggi».
Quali sono state le argomentazioni che ha discusso con la commissione per la sua candidatura?
Ci sono molte persone che possono dedicarsi a Documenta e esiste una buona dose di fortuna in queste cose. Può darsi che essendo stata un lungo periodo senza una donna alla guida avessero quest'orientamento, o forse ha contato il fatto di aver lavorato in tutto il mondo, perché sono apolide. O ancora, aver sempre lavorato in una maniera che non vede distinzione tra contemporaneo e non contemporaneo, di possedere una visione un po' archeologica.
Come si sta preparando?
M'interessano diverse domande. Se è possibile che ci sia un cambiamento paradigmatico, e se sì in che maniera. Mi chiedo cosa possa essere un mondo che legge se stesso attraverso un'altra chiave. La cosa principale che mi preme adesso è la procedura - non è la metodologia - attraverso le quali certi avvenimenti accadono o si fanno. Sto leggendo molto Gertrude Stein. Un saggio importante è Composition as Explanation che lei scrisse nel 1926 su come si costruisce un testo. Documentum vuol dire lezione, documenta sono queste lezioni.
Quali saranno le linee guida di «Documenta 13» e quali i criteri con cui sta selezionando gli artisti?
Diciamo che è un sistema un po' ecologico, da un lato di ripetizione di certe figure con le quali lavoro da anni perché uno dei problemi nelle grandi mostre internazionali è la superficialità del rapporto tra curatore e chi presenta le opere, o il non rapporto. Ci vuole un equilibrio, bisogna essere abbastanza aperti per accogliere ciò che non si conosce e abbastanza umili e coerenti per restare fedeli ai propri campi d'interesse per approfondirli. Tornerò in diverse parti del mondo dove sono già stata per le ricerche per la Biennale di Sydney. Ad esempio, nello studio di un artista a Rio de Janeiro che mi sembrava interessantissimo ma non ero abbastanza sicura di conoscerlo per invitarlo. Voglio tornare in Africa, in America Latina. Ci sono dei luoghi nel mondo che hanno rappresentato un «posto altro», per esempio il Messico che negli anni Venti era un luogo dove l'artista e l'intellettuale potevano andare, scappare, e ha creato delle zone temporanee libere. Domandarsi quali possano essere questi posti adesso, non più necessariamente geografici ma mentali, certi tipi di comunità che si creano, trasversali attraverso i paesi. Un argomento che m'interessa è come si può ritornare a un concetto di storia. Il pensiero postmoderno multiculturale è diventato un grande cliché. Non voglio dire che bisogna chiudersi sull'arte europea o americana, quelle che sono state le conquiste degli anni '80 e '90 sono importanti e non si torna indietro, però si è fatto ciò a scapito di un pensiero diacronico della storia, come se un pensiero sincronico avesse soppiantato un altro modo di guardare le cose attraverso il tempo. Coniugare questi due punti di vista è necessario. E uno dei modi che m'interessa è quello di guardare a quelle conversazioni poco raccontate nei libri di storia dell'arte tradizionali che passano attraverso la storia delle forme, dei linguaggi come se l'opera non fosse fatta da un individuo. Invece le opere sono fatte da persone che conversano da migliaia di anni. È in quei luoghi di libertà che accadono le conversazioni. Sarà forse una Documenta che accoglierà cose che non ha ospitato in questi anni, perché c'è tutta una generazione di persone che non vi ha mai esposto. Ci sono opere che ritengo molto importanti degli anni 90 e dei primi del 2000 che non sono state presenti a Documenta.
Dopo la conferenza a Rivoli, prevede altri momenti di discussione?
È fondamentale evitare un sistema ordinato. Per cui non posso dichiarare ad esempio i cento giorni di Catherine David o le cinque piattaforme di Okwui Enwezor. Al convegno ci saranno degli agenti provenienti da tutto il mondo, dall'Asia, dall'Africa, con i quali mi sto incamminando verso Documenta 13. Perché questa rassegna non si fa da soli, ma è il frutto di un lavoro di collaborazione.