Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Repubblica del 19 agosto 2009

Le donne dimenticate di Kabul

di Chiara Saraceno

Si è persa la memoria dei motivi ufficiali per cui gli Stati Uniti e i loro alleati, tra cui l'Italia, sono intervenuti militarmente in Afghanistan. Il principale motivo ufficiale era vendicare l'attentato alle due torri di New York, catturandone il mandante, Bin Laden, che si riteneva si trovasse appunto, in Afghanistan protetto dal regime dei talebani. Quel Bin Laden e quei talebani i cui misfatti a danno della popolazione afgana e in particolare delle donne afgane erano stati tollerati fino a quel momento in funzione prima antisovietica e poi antirussa. Proprio la liberazione della popolazione civile da una dittatura insieme militare e religiosa feroce, e in particolare la liberazione delle donne afgane dallo stato di segregazione e subordinazione in cui erano state ridotte anche nelle città e nei ceti ove in precedenza avevano goduto di qualche libertà ha costituito il motivo retorico "positivo" dell'intervento. Ricordo Barbara Bush che si rivolse alla nazione, al posto del marito, chiedendo si intervenisse per liberare le donne afgane. E i giornali del mondo occidentale erano pieni di foto di donne con il burqua, sul cui destino di oppresse fin nei movimenti fisici e nei movimenti ci si commuoveva.
Naturalmente i motivi di qull'intervento erano più complessi (o meno dicibili). E naturalmente c'era molta ingenuità (o malafede) nel pensare che bastasse eliminare i talebani per introdurre un minimo di democrazia in un paese dìiviso in etnie oltre che provato da ricorrenti attacchi esterni. E ancora più ingenuità nel pensare che l'oppressione delle donne dipendesse solo dai talebani. Questi in realtà si erano limitati (si fa per dire) a imporre a tutti un comportamento diffuso in diverse tribù, specie nelle campagne, assecondando così anche i desideri di molti uomini che vedevano di malocchio e con timore la circolazione delle donne negli spazi pubblici, nelle università e nelle professioni. Infatti i burqua non sparirono, né subito, né dopo, anche se alle ragazze venne concesso di nuovo di andare a scuola, pur tra molte difficoltà e più nelle città che nelle campagne.
Nel frattempo, non solo Bin Laden non è stato catturato, ma i talebani non sono stati sconfitti. Anzi si sono rafforzati, anche in conseguenza della corruzione del governo sostenuto da governi e armi occidentali. Quello stesso governo che ha venduto anche la fragile libertà giuridica delle donne in cambio dell'appoggio sciita. Nonostante le proteste - formali e senza conseguenze - internazionali, la legge consente che ai mariti sciiti di punire le mogli che non si assoggettano ai loro voleri è entrata in vigore. Non vi è stata nessuna seria azione di contrasto alla chiusura delle scuole frequentate dalle ragazze e alle minacce rivolte a chi le frequenta. La fissazione sul burqua e la confusione tra questo e ogni altro tipo di velo islamico che ossessiona gli occidentali (quando ci si incomincerà a interrogare sull'obbligo per le donne che si recano in udienza dal Papa di portare il velo?) sembra distogliere dall'attenzione per le condizioni concrete di vita in cui si trovano le donne afgane dopo l'intervento "liberatorio" occidentale. Anzi, la loro "liberazione" è sparita tra gli obiettivi per cui questo intervento continuerà.
Ed ora, come denunciano le associazioni non governative, il governo afgano non si è attrezzato per consentire alle donne di votare alle, restrittive, condizioni poste dagli uomini: in seggi a parte, controllati solo da donne. Per di più, l'obbligo di indossare il burqua e il divieto di farsi fotografare il viso espone le donne ad una assenza di identità pubblica che può far molto comodo ai loro mariti e fratelli, che possono se vogliono votare al loro posto.
In queste condizioni, a chi potranno affidare le proprie speranze, in chi potranno riporre la propria fiducia le donne afgane? I liberatori le hanno vendute e vecchi e nuovi vincitori sono pronti a spartirsi le spoglie della loro libertà, a partire da quella minima, ma fondamentale, del controllo del proprio corpo.
Non è la prima volta nella storia che le libertà delle donne viene venduta in cambio del potere. E non sarà neppure l'ultima. Ma, almeno per decenza, i campioni dell'occidente dovrebbero smettere di proclamare la propria superiorità in questo come in altri aspetti. Mentre anche nei loro, nei nostri, paesi, la libertà femminile è sempre fragile, quando si tratta di altre donne, di altri paesi, sono pronti ad accettare qualsiasi compromesso dai governi di volta in volta "amici".