Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Corriere della Sera del 17 ottobre 2009

Vite a tu per tu con l'artista che martedì festeggia un secolo. E dice: "Non dipingo più, ma giuro che potrei"

100 anni di Felicita
"Dalla Praga di Cecco Beppe alla Milano dell'antipatico Montale"

di Carlotta Niccolini

È difficile cominciare un' intervista quando la persona che hai davanti ha attraversato un secolo di storia. Eppure. Felicita Frai, che martedì prossimo a Milano compirà 100 anni, è nata a Praga quando sulla Moldava dominava l' impero austro-ungarico di Cecco Beppe. «Il giorno della sua morte, il 21 novembre 1916, la maestra ci dettò un tema su "Il nostro amato imperatore... il giorno più triste della nostra vita"». E lei, che non era triste per niente, non aveva saputo cosa scrivere. Però una cosa in mente ce l' ha sempre avuta chiara: voleva dipingere. E così è stato, nonostante l' ostilità della famiglia borghese, le convenzioni dell' epoca e il fatto di essere donna.
«Come diceva Colette, le donne non hanno successo perché non hanno moglie», afferma la signora Felicita, costretta in ospedale per una frattura al femore che non ne ha minimamente incrinato lo spirito. «Io ho fatto quello che ho voluto e non mi sono mai sentita discriminata nonostante abbia sempre dipinto "da donna": nella scelta del soggetto, nei colori, nella tecnica, in tutto. Nei miei quadri non c' è niente che non sia femminile e se un giorno dovessi meritare qualcosa, mi piacerebbe che scrivessero che per me la donna è stato un soggetto necessario».
Le donne di Felicita, fanciulle in fiore, ora eteree e malinconiche, ora sensuali e vezzose, dai capelli di rame alla maniera di Klimt, hanno incantato negli anni osservatori illustri. Come Eugenio Montale, conosciuto alle tavolate del Bagutta («ma lui era antipaticissimo - ricorda la Frai - e una volta mi scrisse una prefazione per una mostra che era uguale a quella di un' altra pittrice, non l' ho mai perdonato!»). E come Dino Buzzati, incontrato negli anni 60 a Milano e subito sedotto dalle sue «diavolesse». «In quel periodo era interessato solo al sesso (ma non al mio). Ne parlava sempre, gli attribuiva dei significati, delle trascendenze che coglieva anche nelle donne dei miei quadri. Come pittore non mi piaceva mica tanto, ma come persona! Più di tutto mi affascinava la sua grande libertà». Le comprò qualcosa? «Forse una robetta, ma c' aveva mica soldi lui, né io li cercavo».
Amico e coetaneo della Frai, pure lui approdato a Milano da Trieste per lavorare nel mondo dell' arte, è il critico Gillo Dorfles. «Quando da ragazza lo vedevo a passeggio per la città lo trovavo così brutto, così brutto! Lui invece mi faceva un sacco di complimenti. Adesso, anche come bruttino, mi piace di più».
Nella sua lunga vita, Felicita Frai ha avuto due mariti (come li chiama lei, Piero I, sposato a 18 anni e padre dell' adorata figlia Piera, e Piero II) e un grande amore: Achille Funi. Come Frida Kahlo e Diego Rivera, anche loro si innamorarono sul trabattello: allieva e maestro alle prese con gli affreschi murali della Sala della Consulta di Ferrara. «Con lui ho iniziato veramente a dipingere», dice lei, che prima di specializzarsi nelle donne si è dedicata per anni a ritrarre i rampolli dell' aristocrazia e dell' industria lombarde. «Per un lunghissimo periodo poi ho fatto solo fiori perché avevo fatto una scoperta: i fiori vivono, hanno un loro carattere e le loro emozioni. Andavo dal fioraio a Porta Nuova e prendevo quelli che stavano per sfiorire oppure quelli che dovevano ancora sbocciare. I miei colleghi amano molto i fiori morenti perché hanno i colori del nostro tempo». Tra i fiori e le «jeunes filles» ogni tanto fa capolino un gatto. «Quelli mi sono sempre piaciuti, li potrei dipingere a memoria perché li osservo da una vita e li trovo meravigliosi. Mi piace metterli accanto alle persone, costruire delle scene vissute. E oggi, signora Frai, dipinge ancora? «Adesso no, ma giuro che potrei».

In un libriccino di qualche anno fa, Felicita Frai ha ripercorso le tappe e gli incontri più significativi della sua vita. Lo pubblicò Scheiwiller con il titolo «Mi racconto un po' da me» e vale la pena di andarlo a cercare, magari in qualche mercatino, perché è una lettura interessante quanto divertente, che rispecchia in pieno il carattere brioso e anticonformista della sua autrice. Aneddoti e pennellate di puro esprit, dal souvenir del primo bacio «come un ferro da stiro freddo sulla mia bocca chiusa» ai gossip sulla buona società del Cappuccio, affollata di «bruttone, quasi tutte grandi e grosse, con lo sterno esposto, ricche e spesso blasonate». Vi si narra anche di un gentiluomo sulla cui «virtù» potevano star seduti in fila 17 pappagallini: «l' ultimo però con una zampetta fuori». (c.ni.)