Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da Il Corriere della Sera del 31 maggio 2011

Da Artemisia Gentileschi a Marina Abramovic: perché la "quota rosa" comprende personalità considerate borderline

Finalmente famose. Ma sempre "maledette"

di Francesca Bonazzoli

Fu la Biennale del 2005, curata da due donne, María de Corral e Rosa Martínez che convocarono una imponente presenza femminile, a certificare quello che era ormai sotto gli occhi di tutti, cioè che, dopo millenni di emarginazione, la quota rosa si era imposta anche nel maschilissimo mondo dell' arte visiva, un club per soli uomini ancora più esclusivo di quello della letteratura. Nella storia dell' arte le donne che hanno osato forzare il confine proibito hanno pagato un caro prezzo, come Artemisia Gentileschi. Il padre, il celebre Orazio, la lasciò prima stuprare dal pittore Agostino Tassi e poi infamare attraverso un processo al solo scopo di regolare i suoi conti con l' ex collega. O come Properzia de Rossi, anche lei considerata una poco di buono perché dedita all' arte maschile della scultura. Altre dovettero sottomettersi alle rigide regole del decoro come Sofonisba Anguissola, che divenne pittrice della corte di Spagna facendo la dama di compagnia della regina o come Lavinia Fontana, prima figlia, poi moglie e madre esemplare. Ci fu anche chi, per poter dedicarsi al proprio talento, scelse la protezione delle mura di un convento come Maddalena Orsola Caccia o Isabella Piccini. Il Settecento libertino fu l' unico secolo generoso con figure come Rosalba Carriera, Elisabeth Vigée- Lebrun o Angelica Kauffmann ma ancora nell' Ottocento Suzanne Valadon o Jeanne Hébuterne dovettero passare attraverso la carriera di modelle-amanti prima di poter dipingere per conto proprio e sempre senza mettersi troppo in mostra. Il Novecento non è stato da meno, come dimostrò Lea Vergine nella mostra del 1980 «L' altra metà dell' avanguardia» che tirò fuori dall' oblio «le sconosciute» protagoniste delle avanguardie storiche: nomi come Varvara Stepanova o Frida Kahlo che per anni furono solo le mogli di Rodcenko e Diego Rivera. Altre come Carol Rama o Louise Bourgeois hanno dovuto superare i settant' anni per essere riconosciute in tutta la loro grandezza. Il vento è cominciato a cambiare solo alla fine degli anni Sessanta, con la Body art che ha visto subito protagonista l' intrepido autolesionismo di molte donne. In coincidenza con i movimenti femministi, la Body art è stata l' occasione per manifestare il disagio per una creatività e un eros repressi come è successo a Marina Abramovic, Gina Pane o Valie Export. Forse per questo le donne che ce l' hanno fatta a emergere sono state per lo più «cattive ragazze», perché per loro fare arte è stata una questione di sopravvivenza, di salvezza da patologie psichiche o da personalità considerate borderline dalla società. Per quasi nessuna di loro l' arte è stata decorazione e passatempo, bensì necessità, unica possibilità di resistere. Ancora oggi che l' arte è diventata un modo di sapersi muovere all' interno di un preciso mondo di relazioni fra gallerie, critici, fiere, collezionisti e musei; un lavoro come altri con una carriera da scalare attraverso master, partecipazioni alle manifestazioni giuste e concorsi; un modo di essere che prevede l' ossequio e uno stile di vita quasi monacale fra computer, moglie e figli modello, sono le donne a continuare a giocare la parte delle «maledette». Mai per posa ma sempre per necessità e loro malgrado. Ci sono le fragili come Nathalie Djurgberg, leone d' oro alla Biennale di Venezia, che affronta le interviste come un kamikaze confessandosi senza pensare a proteggere la propria immagine e raccontando di come dopo il successo non ce la fa più a uscire di casa paralizzata dalla paura. Ci sono lottatrici come Sukran Moral minacciata di morte in Turchia per i suoi lavori sulla sessualità; c' è la stregona Seni Camara, la «strana del villaggio» che si ritira in meditazione nella foresta prima di plasmare le sue statue di terracotta e che non ha mai voluto lasciare il Senegal. Ci sono le eccentriche come Nan Goldin, che vive fra travestiti, irregolari e sieropositivi. E fra loro c' è anche Tracey Emin che non ha ceduto al bon ton dominante nell' attuale mondo dell' arte. Continua a parlare di depressione, aborti, stupri, del degrado della sua infanzia e adolescenza alla sua maniera diretta e scioccante, mettendosi a piangere in diretta tv mentre chiede di andare a casa; non ha ingentilito il linguaggio sboccato; non ha messo su casa con marito, figli e station wagon. Ha solo ridotto la dose di alcol quotidiana scendendo a una bottiglia e mezzo per sera, a differenza del collega Damien Hirst che, dalle crude fotografie negli obitori, è passato ai preziosismi dei teschi tempestati di diamanti e dalla vita di alcool e droghea un regime da collegio sotto il controllo della moglie. La verità è che di uomini come Tracey e le sue colleghe, nell' arte contemporanea non ce ne sono più.