Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 


da La Repubblica del 26 ottobre 2009

La grammatica dei corpi secondo Francesca Woodman

di Elena Stancanelli

Sono piccole, le stampe delle fotografie di Francesca Woodman in mostra nello spazio sontuoso di Santa Maria della Scala, a Siena, sede vicaria del Centro per l' arte Contemporanea, sfrattato dal Palazzo delle Papesse. Alcune così piccole che decifrarle ti costringe a una vicinanza pericolosa. Marco Pierini, curatore dell' allestimento insieme a Isabel Tejeda, spiega che queste misure corrispondono al millimetro a quelle delle stampe originali realizzate da Woodman e con questa esattezza sono state riprodotte anche sul catalogo. Col naso attaccato a queste minuscole stanze quadrate, ai rari paesaggi, si è contagiati da un sentimento che contiene inquietudine e pace in quantità quasi identica. Il corpo nudo dell' artista abita ognuno di questi teatri silenziosi. Un corpo giovanee forte, muscoloso e florido come una statua greca. Autoritratti nei quali l' artista si rende irriconoscibile, negandoci il volto. Nascosto dai capelli nel primo commovente autoscatto a tredici anni, escluso dall' inquadratura, girato, coperto dalle mani, sfuocato. Confuso nei fondali scrostati dei muri, o tra le foglie e i rami, come sintomo iniziale di una metamorfosi che cita Ovidio ma fa pensare anche agli incubi di Lars Von Trier, nei quali la natura spaventosa assorbe e trasuda corpi di uomini e donne, in un cieco continuum tra bene e male, vita e morte. Francesca Woodman nel 1977 si trasferisce per un anno a Roma. Molte delle fotografie esposte sono state scattate in quella sede, a Palazzo Cenci, al Ghetto. Nelle cantine, contro pareti smozzicate, tra oggetti abbandonati e consunti. Altre negli appartamenti dell' ex Pastificio Cerere, dove hanno gli studi i pittori della cosiddetta scuola di San Lorenzo, alcuni dei quali divengono amici di Francesca. Nell' estate del 1978 lascia l' Italia. Tre anni dopo si uccide. Gli anni romani, secondo critici e amici, sono tra i più allegri e fertili della sua breve vita. Francesca, che amava Breton e i surrealisti, a Roma frequenta la libreria Maldoror, in via di Parione. Luogo mitico, tempio della religione del sogno e di sua maestà l' inconscio, dove l' impossibile straccia il reale proprio quando la politica, ovunque intorno, non smetteva di stuprare e ingravidare l' arte. Sappiamo che Paolo Missigoi e Giuseppe Casetti, proprietari e cerimonieri, oltre che alle meraviglie di Marinetti e Boccioni, Artaud e Bataille, iniziarono Woodman a certi particolari manuali fotografici di medicina criminale. L' artista ne fu turbata e sedotta. Quei corpi morti dalle membra disarticolate, che rivelano una grammatica del gesto del tutto svincolata dalla finalità e dalla ragione, quelle pure apparizioni si impongono nell' immaginario di Francesca. Qualche anno fa è uscito un saggio di Georges Didi-Huberman, che raccoglie le fotografie scattate alla Salpetriere, l' ospedale psichiatrico di Parigi, da Charcot, il medico che indagava i casi di isteria. E che era solito fare lezioni agli studenti mostrando appunto queste immagini di donne contorte o spalancate dall' involontarietà muscolare. Sono immagini stupefacenti, commoventi, bellissime. Come gli occhi di Neda che muore, colpita da un proiettile durante le manifestazioni in Iran. Come il corpo di Aldo Moro in via Caetani, le foto del cadavere di Pasolini. Pure apparizioni. Dove non è la morte a commuoverci, ma la potenza di quella resa, dell' assenza, il mistero di una soglia. In un saggio su Nuovi Argomenti, lo scrittore Sebaste parlava, a proposito di Woodman, di una vocazione a sparire. Revenant, angeli, fantasmi. Oggetti e persone sembrano colti da lei un istante prima dell' evanescenza, sull' orlo di qualcosa. Ci sono porte ovunque nelle sue fotografie, ma un solo spazio. L' altro, quello dal quale si arriva o dove si va, è buio. E molti specchi. Ma non vengono mai utilizzati come tali. Diventano scudi dietro cui ripararsi, tavole da premersi in grembo. Io sono vivo e voi siete morti, scriveva Philip Dick. Qual è la realtà, quella di noi col naso appiccicato a quelle epifanie in miniatura, o quella ritratta? Le fotografie di Francesca Woodman sono illuminazioni che non ammettono troppe spiegazioni, sintomi di un contagio tra ora e chissà quando. Ci commuovono perché svegliano una nostalgia di qualcosa che neanche noi riusciamo a definire. Un altrove, un altro noi più giovane e più vecchio, un senso perduto. Piccoli indizi di eternità.