Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da Il Sole 24 ore del 16 luglio 2010

 

I tormenti identitari di Francesca Woodman

di Giovanna Canzi

 

E' in piedi. Nuda. Si lava con ostinazione. Poi si sdraia a terra in una stanza vuota. Così Francesca Woodman - artista americana che soggiornò a lungo in Italia - si presenta al pubblico milanese in uno dei cinque video che accompagnano le 116 fotografie ospitate fino al 24 ottobre a Palazzo della Ragione. E in questi pochi gesti ripetitivi ed enigmatici svela la sua poetica intrisa di magia e illusione. Una poetica il cui filo conduttore è senza dubbio un'indagine introspettiva che elegge il proprio corpo a materia da esplorare fino allo sfinimento. Lo dimostrano gli scatti presenti in questa mostra (mostrawoodman.it) curata da Marco Pierini e da Isabel Tejeda e realizzata dal Comune di Milano in collaborazione con SMS Contemporanea di Siena, l'Espacio AV di Murcia (Spagna) e l'Estate di Francesca Woodman di New York.

Da quando, infatti, le fu regalata la prima macchina fotografica a 13 anni fino all'età di 22 anni, quando decise di togliersi la vita, la Woodman - come sottolinea Marco Pierini nel catalogo edito da Silvana Editoriale (www.silvanaeditoriale.it) - «ha sempre dichiarato che a fondamento di ogni azione, di ogni immagine prodotta, di ogni pensiero espresso attraverso le immagini, non c'è niente altro che sé stessa». In bilico, dunque, fra una tensione adolescenziale verso il medium fotografico a cui si abbandona senza pudori, né riserve, e una ricerca espressiva che si muove sul solco della tradizione occidentale dell'autoritratto, l'artista si studia, si indaga, si scruta senza sosta. Ecco dunque un volto quasi sempre tagliato dall'inquadratura, nascosto dai capelli o da maschere e un corpo che spesso si sposa al mondo circostante (un mondo che è «fatto della medesima stoffa del corpo», come diceva Maurice Merleau-Ponty), giocando con gli spazi che la circondano. La comunione di sé con gli oggetti, gli abiti, gli intonaci delle pareti, le porte e le finestre delle case rivela un desiderio di immergersi completamente nell'universo, da cui poter poi riemergere con un'identità rinnovata. Una fuga continua da sé, a cui segue un immancabile ritorno. Così si confonde sia con gli spazi chiusi, sia con la natura: lo vediamo negli scatti realizzati ad Andover (nel primo periodo), poi a Boulder, nella campagna fiorentina e, soprattutto, in quelle più tarde realizzate alla MacDowell Colony, nel New Hampshire.

I mmagini delicate, sofferte, a tratti misteriose: quelle di un'artista geniale e precoce attraversata, come recita il titolo del suo primo e ultimo libro, da «disordinate geometrie interiori».