Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da Artribune del 27 febbraio 2014

Estoy aquì. Intervista con Regina José Galindo

Il 25 marzo, al PAC di Milano, Regina José Galindo realizzerà una nuova performance, concepita e ideata appositamente per gli spazi di via Palestro. Artribune l’ha intervistata per approfondire le novità della mostra antologica

di Ginevra Bria

Regina José Galindo (Guatemala City, 1974) nel 2005 vince il Leone d’Oro alla 51. Biennale di Venezia. Tre video e una performance sulla condizione femminile le valgono il riconoscimento di miglior giovane artista, per aver saputo dare vita a un’azione coraggiosa contro il potere”. Uno dei due video è Himenoplastia (2004), durante il quale viene documentata la ricostruzione di una parte del corpo e sul corpo dell’artista: “Un’operazione chirurgica con la quale viene ricostruito il mio imene per ritornare vergine. Il lavoro che colpisce maggiormente è Golpes, “performance sonora. Rinchiusa in un cubo, nel quale nessuno può vedermi, mi infliggo un colpo per ogni donna assassinata (279!) in Guatemala dal primo gennaio 2005. Amplifico il suono, in modo che esso possa essere udito al di fuori del cubo”. A distanza di nove anni, al PAC di Milano – a partire dal 25 marzo, in una mostra promossa dal Comune di Milano Cultura, prodotta dal PAC e Civita e curata da Diego Sileo ed Eugenio Viola -, il corpo della Galindo riletto in chiave politica e polemica ribadisce l’impegno dell’artista a materializzare attraverso la violenza e il dolore le criticità del presente ed esplicita un senso di profonda impotenza, chiamando in causa simultaneamente i ruoli ancipiti di partecipante e spettatore. Con il titolo Estoy viva, Regina José Galindo localizza la propria presenza e si porta al di qua della morte, mostrandosi così com’è e come si vuole.

Quale esperienza, nel tuo passato, ha definitivamente cambiato la tua vita e il tuo modo di guardare alla realtà?
Devo premettere che non ho vissuto alcuna esperienza traumatica nel mio passato, nulla che mi abbia fatto cambiare radicalmente la mia forma di vedere o vivere la vita. La sensibilità, la ribellione, la coscienza politica sono nati con me fin dal momento in cui mia madre, 39 anni fa, mi ha partorito all’Ospedare Roosevelt a Città del Guatemala. Alcuni episodi, se rivisti oggi, alla luce del mio percorso, ovvio, restano fondamentali, come il momento in cui in Guatemala si è firmata la pace, nel 1996, e sono cominciati a essere di pubblico dominio, a circolare, i racconti, la storia di quel che era successo realmente. Leggendo il libro di Rigoberta Menchù, credo, è nata in me la coscienza, mentre i testimoni del rapporto Rehmi (Proyecto lnterdiocesano de Recuperación de la Memoria Histórica) sono stati fondamentali per il mio continuo disperarmi della indolenza, dell’indifferenza della gioventù. Ho un ricordo di una domenica mattina durante la quale era stato inserito nel quotidiano locale un riassunto del progeto Rehmi e leggere le atrocità che sono state commesse dall’esercito è stato come ricevere una vera secchiata d’acqua fredda. Io sapevo che c’era stata una guerra nel mio Paese, sapevo che l’esercito aveva assassinato gli indigeni, però leggere le testimonianze, una a una, è stata un’esperienza lacerante. Mi ci è voluto molto tempo per riavermi dall’immagine di queste tragedie. All’epoca io ero già adulta, e questo mi causa una certa vergogna. Ma essere informata della verità proprio durante i tuoi 20-22 anni è comunque un colpo duro. Ho sentito molta colpa, molta rabbia, molta impotenza.

Quali origini ha la tua formazione culturale?
È grazioso (per usare un aggettivo, nonostante io creda non sia corretto) il fatto che ogni volta mi pongano la stessa domanda. Da parte mia infatti non ho alcuna preparazione artistica, non ho nessun grado accademico e non sono mai passata attraverso alcuna scuola d’arte. Sono una semplice segretaria, molto ribelle, che si è rifiutata di scrivere dettati e servir caffè bollente a un capoufficio.

Che cosa hai imparato dal mondo pubblicitario nel quale hai lavorato fino al 2005?
È un mondo che ho abbandonato completamente nel 2005. Nel campo pubblicitario apprendi lezioni importantissime che mi hanno accompagnato e mi sono servite lungo tutta la mia pratica, tanto come poeta quanto come artista visuale. Prima di tutto ho imparato a essere precisa, a chiarirmi in fretta le idee. Ho imparato a essere disciplinata e a lavorare con tempi ristretti, con molta pressione. L’insegnamento più importante, però, ha confermato quel che già sapevo, come mia intuizione personale: che l’emozione può molto di più rispetto alla ragione. E questo lo ho imparato in un’agenzia molto poco tradizionale, attorno alla quale gravitavano molti artisti.

Una volta hai affermato che tu non sei solo un’artista ma sei anche un’attivista: qual è la causa attuale che stai portando avanti?
Io mi considero un’artista, non un’attivista. Un’artista con una chiara convinzione politica, ma non per questo un’attivista. Il mio scopo è fare arte senza cercare di cambiare alcuna situazione nello specifico. Un’attivista, in Guatemala è una persona che spende, che si gioca la propria vita difendendo i propri ideali. Io non metto in gioco la mia vita. Io semplicemente faccio arte. L’etichetta di attivista credo mi stia decisamente grande.

Potresti descrivere brevemente il tuo prossimo percorso milanese al PAC, e la scelta del titolo Estoy viva? Esporrai permanentemente foto, video o mostrerai anche media differenti?
Estoy viva è il titolo di un lavoro scultoreo che presenterò e che i curatori hanno scelto perché a loro è sembrato che la frase contenesse una sorta di visione sul futuro. Mi hanno chiesto di mostrare un lavoro in movimento, che fluisse. Per me Estoy viva è una frase che incarna molto bene il sentito dell’umanità, il sentito veritiero della vita. Credo sia la valorizzazione massima della vita. Il mondo può essere in crisi, tutto attorno a noi può distruggersi, ma mentre si è vivi, se lo si riconosce, si ha una possibilità in più. Tutti i problemi hanno una soluzione, eccetto la morte. Di solito espongo documenti dei miei progetti performativi, sotto forma di video o di fotografia. In Estoy viva mostreremo altri lavori, altre opere, altri media e altre forme.

Realizzerai una performance in particolare, durante la mostra a te dedicata al PAC?
Sì, certo terrò una performance, però non parlo mai in anticipo di quel che andrò a realizzare in futuro. Così facendo mi sembra sempre che non sia di buon auspicio e che il lavoro perda forza.

Quanti lavori installerai a Milano e quale messaggio ti piacerebbe trasmettere? Moltissimi. Estoy viva è una revisione, è un’ampia retrospettiva sul mio lavoro e per la prima volta presenteremo anche alcuni dipinti, disegni e sculture accanto ai documenti delle performance che hanno caratterizzato il mio percorso.

Quale tipo di performance hai attuato durante la XV edizione della Biennale Donna di Ferrara, la tua ultima apparizione italiana? Questa performance mantiene un fil rouge con Estoy viva?
Non ho realizzato nessuna nuova performance in quell’occasione. In quella Biennale ho partecipato mostrando documenti di opere già realizzate.

Tierra, e la sua celebrazione di una sorta di tomba di massa, può ritenersi la tua ultima performance? Potresti brevemente descriverla?
Tierra è un lavoro che tiene in sé molteplici letture sul proprio significato. L’idea che l’ha originata fa riferimento a un testimone ascoltato nel processo per genocidio contro Rios Montt, successo in Guatemala nell’anno passato. La testimonianza raccontava come sempre arrivasse la macchina scavatrice sui luoghi nei quali succedevano i massacri e su come questo dispositivo predisponesse le enormi fosse che a posteriori avrebbero ricoperto i corpi. In Tierra una macchina scavatrice costituisce una fossa tutta attorno a me, arrivando sempre più vicina. Durante tutta la performance io rimango in piedi, come in atto di resistenza.

Qual è il tuo legame interiore con l’Italia (a parte il fatto di lavorare con la Prometeogallery)? Qui hai trovato un pubblico maggiormente recettivo o proattivo durante le tue performance pubbliche?
Sì, ho un’ottima relazione con il vostro Paese che, ritengo, sia stata influenzata dal fatto che lavoro con Ida Pisani.

Secondo te, quale tipo di ruolo riveste il corpo femminile nella scena dell’arte contemporanea europea? Com’è affrontata la tua idea critica sulla bellezza (Recorte por la línea, 2005)?
Recorte por la línea era una critica all’idea di bellezza trasmessa a livello occidentale. La persona che ha disegnato il mio corpo nudo era un chirurgo plastico molto conosciuto, che aveva operato molte aspiranti a Miss Venezuela. La performance è consistita nella registrazione dei momenti in cui lui marcava e disegnava sul mio corpo tutti i cambiamenti che avrebbe dovuto operare affinché io potessi accedere ai codici di bellezza nelle mani del sistema di giudizio estetico.

Potresti, per favore, descrivere brevemente i tuoi programmi futuri, artistici o meno? In questo momento sto facendo una residenza alla Kuntlerhause Bethanien (Berlino), mi è stata offerta una residenza di un anno, ma sfortunatamente non mi è stato concesso il visto per rimanere fuori dal Guatemala per un anno, così ho dovuto ridurre la mia residenza a soli tre mesi. Ad aprile tornerò a casa e lì proseguirò i miei progetti. Per adesso sono stata invitata alla Biennale del Québec, in Georgia e a Boston.

Potresti formulare un pensiero che accompagni Estoy Viva?
Sono viva
Inspiro
Espiro
Creo
Distruggo
Amo
Odio
Mastico
Defeco
Dormo
Sono sveglia
Alla fine di ogni oscurità
Resto sempre sveglia