Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da LetterateMagazine del 26 maggio 2015

I corpi sono fragili solo in apparenza

di Mariella Pasinati

Questa volta, diversamente dal solito, è un’energia positiva che ci restituisce Raìces (radici), la performance appositamente concepita per Palermo da Regina Josè Galindo (1974), l’artista guatemalteca e figura rappresentativa del contemporaneo (Leone d’Oro come “artista under 35” alla Biennale di Venezia del 2005) nota per le sue azioni radicali ed estreme che disturbano nel profondo e sconvolgono, spesso lasciandoci senza fiato.

L’ha sottolineato la stessa Galindo a conclusione delle iniziative che hanno accompagnato la sua ultima azione realizzata il 23 aprile scorso negli spazi dell’Orto Botanico come parte di un progetto più vasto -promosso da Arcigay e sostenuto dal Comune di Palermo- che ha incluso la presentazione del video Descensión (2013) e la mostra Estoy viva, a cura di Eugenio Viola e Diego Sileo, già allestita nel 2014 al PAC di Milano (si visita fino al 28 giugno nel padiglione ZAC dei Cantieri culturali alla Zisa).

Galindo ha, infatti, sentito Raìces come la chiusura perfetta del percorso di Estoy viva iniziato lo scorso anno a Milano con una nota aspra e dura1, come sempre nelle azioni ad alta intensità emozionale proposte dall’artista guatemalteca, ma germogliato come un seme a Palermo. Perché Raìces parla di s/radicamento e rapporto con la terra, di diversità etniche e comune umanità, partendo dal sentimento della separazione, dal senso della perdita, dal male dello sradicamento, una delle ferite più laceranti del nostro tempo.

Con sorprendente convergenza temporale, in una momento così pesantemente segnato dalle morti nel Mediterraneo rispetto alle quali sempre più inadeguate appaiono le parole e risibili le iniziative della politica ufficiale, Raìces ha mostrato una prospettiva diversa, quasi una traduzione in chiave visiva dell’idea weiliana della necessità di soddisfare il radicamento “il più importante e misconosciuto bisogno dell’anima umana”. Così, le braccia profondamente conficcate nella terra ad assorbirne la linfa, Regina è rimasta bocconi, nuda e immobile per due ore ai piedi di un grande albero mentre, sparsi per tutto il giardino, donne e uomini di diverse etnie che oggi vivono a Palermo riproponevano il suo gesto, anch’essi con le braccia piantate nella terra ma vestiti, ognuna/o sotto un albero diverso, in rapporto alle rispettive origini, in una stretta vitale con la natura, quasi un rituale che porta rigenerazione. Lo spazio, l’orto botanico, con le sue piante che provengono da tutto il mondo ne ha costituito la cornice simbolica perfetta in quanto luogo emblematico tanto di una forzata deportazione/migrazione -vegetale ed umana-, quanto del possibile risarcimento, della possibilità di ricongiungersi con la fonte, l’origine delle proprie, diverse identità culturali e insieme rigenerarsi in un nuovo luogo di accoglienza.

La mostra palermitana ripropone, ulteriormente arricchite, le cinque sezioni tematiche che hanno caratterizzato l’esposizione di Milano: DONNA – ORGANICO – VIOLENZA – POLITICA – MORTE, restituendo una visione ricca ed accurata del lavoro dell’artista.

Non si tratta, tuttavia, di una separazione statica, le opere esposte travalicano infatti in maniera evidente le singole sezioni: certamente per l’intreccio dei temi e per il fatto che Galindo rende il suo corpo teatro di un conflitto interminabile agito sulla sua stessa carne; ma soprattutto perché si tratta di un corpo sessuato, di un’artista che non dimentica il suo essere donna. DONNA, infatti, non è una categoria, un contenuto della sua ricerca poetica bensì la posizione da cui Regina guarda la realtà, riferimento imprescindibile per il suo lavoro, insieme al suo paese, il Guatemala martoriato ed insanguinato per trentasei anni da una dittatura ed un potere opprimenti.

Al centro del suo discorso, infatti, c’è l’esperienza non mediata che l’artista vive e patisce in prima persona fino a sottomettersi a un continuo rischio fisico e psicologico che si spinge, a volte, ai limiti del tollerabile. Non si tratta però -ed è questa la sua forza- di una rappresentazione della violenza, del dolore, del trauma, piuttosto di renderli presenti nella concretezza del suo patire. Opportunamente Eugenio Viola ha parlato di estetica sacrificale; assunto intenzionalmente su di sé tutto il dolore del mondo il suo corpo si fa luogo di purificazione che attiva la memoria e la coscienza, lanciando una sfida anche alla vittimizzazione, così il silenzio diventa parola, la passività azione, la vulnerabilità forza.

Messe in visione nel corpo dell’artista, le violenze sferrate sui corpi delle donne e sul mondo -la violenza patriarcale, quella politica e militare, la violenza perpetrata da un potere pervasivo che esercita controllo ed abusi- restituiscono esistenza a ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere senza testimonianza e di essere colpevolmente cancellato.

E’ così che esplorando le proprie paure e i propri limiti fisici, il rapporto personale-politico acquista, nelle azioni di Galindo, senso e spessore nuovi ed imprevisti; le sofferenze di un corpo singolare di donna assumono valenza universale e, nella determinazione e temeraria visceralità delle sue azioni, incarnano la costrizione globale che affligge oggi la stessa condizione umana.

Eccola allora buttare il suo corpo in discarica come un rifiuto (No perdemos nada con nacer, 2000), privarlo della propria libertà, ora immobilizzato (Peso, 2006; Cepo, 2007), ora imprigionato (Libertad condicional, 2009), ora bloccato in una camicia di forza, a farci prendere coscienza dell’inevitabile condizione di dipendenza umana (Camisa de fuerza, 2006) e della necessità della relazione con l’altra/o, come ha mostrato in Rompiendo el hielo nel 2008 ad Oslo dove l’intervento compassionevole del pubblico ha vestito il suo corpo, impedendole di congelare.

La violenza sessista è poi indagata inscrivendo un insulto nella propria carne con la lama affilata di un coltello (Perra, 2005), sottoponendosi alla forzata ricostruzione dell’imene (Himenoplastia, 2004), infliggendosi tanti colpi di frusta quanti sono i femminicidi dell’anno 2005 in Guatemala, in una performance sonora di straordinaria potenza espressiva (279 Golpes, 2005).

Violenza, politica e corpo femminile si intersecano poi in lavori di grande forza e suggestione come Mientras, ellos siguen libres (2007) in cui, incinta e nuda, si costringe a giacere su un letto con le mani e i piedi legati da veri cordoni ombelicali, a ricordare il ricorso alla violenza sessuale da parte dell’esercito nel conflitto armato in Guatemala e, drammaticamente, in tante altre guerre; o ancora in Saqueo (2010), una performance in due tempi durante i quali Galindo prima si assoggetta, in Guatemala, alla perforazione dei molari con otturazioni in oro e quindi se le fa rimuovere in Germania per esporle come opere d’arte: un autentico saccheggio coloniale ai danni del sud del mondo; mentre a distanza di dieci anni da ¿Quién puede borrar las huellas? 2 torna ad affrontare con La verdad (2013) il tema della giustizia negata e della necessità della parola per affermare una verità che, nonostante tutto, non può esser messa a tacere: sebbene si faccia ripetutamente anestetizzare la bocca, Regina continuerà a leggere sia pure con sempre maggiore difficoltà, le testimonianze delle violenze subite rese al processo da chi è sopravvissuto/a ma che, ancora, non ha trovato giustizia.

Per Galindo, infatti, “i corpi sono fragili solo in apparenza”; ne è ulteriore conferma Piedra, la performance realizzata a San Paulo nel 2013 che ha visto tre volontari orinare sul corpo dell’artista, totalmente ricoperto di carbone e “fattosi” pietra: una violenza che è profanazione del corpo femminile ma che allude anche all’offesa inflitta alla terra (l’estrazione del carbone è causa di devastazione ambientale) e allo sfruttamento delle lavoratrici delle miniere del Brasile, ancora corpi a disposizione. Questa volta, però, dei tre volontari una è donna.

Non c’è mai nulla di scontato, infatti, in queste azioni sempre scomode, spiazzanti, eticamente impegnative; così mentre da un lato Regina mostra la straordinaria capacità del corpo femminile, come della pietra, di resistere e sopravvivere agli abusi, dall’altro segnala il pericolo della complicità con il maschile, richiamandoci a un esercizio di responsabilità, come lei stessa ci ricorda: “piuttosto che educare uomini mi interessa educare noi stesse. E’ una questione di riflessione, capire che … siamo state anche noi donne che abbiamo costruito questi uomini con questi principi e con questi valori. Non è una questione di colpa è una questione di responsabilità: cambiare i modelli di società non è facile, ci vorranno molte generazioni, ma è incoraggiante pensare che molto di quel cambiamento è nelle nostre mani, … possiamo cambiare questi paradigmi, promuovere altri valori … e creare nuove generazioni più equilibrate”.

1. La performance milanese Exhalación (estoy viva) consisteva nella presentazione del corpo dell’artista, completamente sedato grazie alla somministrazione controllata di un farmaco, davanti al pubblico che poteva avvicinarsi a lei e catturarne il respiro accostando al naso uno piccolo specchio, segno evidente della vita che continua, nonostante la morte apparente. La performance, tuttavia, non è del tutto riuscita poiché il fisico dell’artista si rifiutava di abbandonarsi completamente al sedativo, così ancora una volta Regina José Galindo si è esposta ad un rischio sfidando i limiti fisici e psicologici del proprio corpo.

2. nella coraggiosa performance realizzata nel 2003, la memoria del sangue versato e l’opposizione alla ricandidatura alla presidenza del golpista Ríos Montt si legano nelle tracce insanguinate dei piedi dell’artista che, bagnati ripetutamente nel sangue umano che Regina porta con sé in un catino, percorrono il tragitto dalla Corte costituzionale al Palazzo nazionale della capitale.