Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da la Repubblica del 3 luglio 2016

Giosetta Fioroni
La ragazza d'argento del secolo scorso

di Fabrizio D'Amico

I volti d'argento di Giosetta Fioroni hanno lasciato un'impronta negli anni di una magica stagione dell'arte a Roma nel secolo scorso: quel decennio terminato nel 1968 con la morte prematura di Pino Pascali, in motocicletta, su una curva del Muro Torto. A quel tempo, della Fioroni – una ragazza dal sorriso dolce, trattenuto, malinconico – è dedicata oggi una mostra aperta al Marca di Catanzaro (promossa da Piero Mascitti, e curata da Elettra Bottazzi e Marco Meneguzzo, fino al 31 agosto), accompagnata da un bel catalogo edito da Silvana che ripercorre giorno dopo giorno quegli anni, attraverso fotografie, documenti, stralci della coeva bibliografia che, numerosa e calda, accompagnò la vita nascente di quella che sarà battezzata la "Scuola di piazza del Popolo". Una scuola che non ebbe proclami e manifesti, non innalzò bandiere, ma fu stretta da un sentimento condiviso: di solidarietà, in qualche caso d'amicizia. Nell'illusione – che fu allora di molti – di fare di Roma, dopo Parigi e New York, la terza capitale dell'arte nuova. Fu dunque un comune sentire che incanalò l'agire di quei giovani sulle strade della pittura d'oltreoceano (il neodada di Rauschenberg, e poco dopo la Pop di Warhol e Lichtenstein), che sospingeva verso una subitanea consacrazione museale l'action painting di Pollock e Kline. Ma, nei giovani romani, con memorie vive di quelle che erano state le avanguardie italiane degli anni Dieci, il futurismo e la metafisica.

La Fioroni è stata al cuore di quella koiné, cui diedero vita assieme a lei Schifano, Festa, Angeli, Bignardi, e altri con loro. La sua pittura è debitrice, all'inizio, delle indicazioni d'una precedente generazione (da Scialoja, maestro di Giosetta all'Accademia, a Burri; da Rauschenberg a Conrad Marca-Relli, fino a Cy Twombly, stabilitosi allora a Roma, ove esponeva alla Tartaruga di Plinio de' Martiis, che sarà il gallerista della Fioroni); e quelle suggestioni, per lo più orientate dalla pittura newyorchese, governano la mostra che Giosetta tenne a Milano nel '57, e ancora quella che ebbe nel '63 a Parigi, dove aveva studio in una stanza datale da Tristan Tzara. Poi, al rientro a Roma, ecco giungere la definitiva maturità. Con essa, viene l'abbandono di quel colore ricco, variato, a tratti cespitoso che la collegava ancora alla vicenda di un declinante informale; e l'adozione in suo luogo d'un unico colore (anzi d'un "non colore", come disse in seguito) dato dallo smalto alluminio che si depositava rado sulle grandi carte, sulle tele, sulle quali apparivano adesso un volto, una sagoma di donna, uno sguardo, un sorriso… Immagini, sono, memorie – o relitti – di una realtà lontana e imperfetta, quelle che Giosetta mette adesso in figura: che non è più la figura capace d'alte grida, strappata, lacerata dal gesto violento dell'espressionismo astratto che pure ha molto amato (de Kooning su tutti), ma una figura accompagnata fin sulla soglia della riconoscibilità da un sentimento di malinconia, di solitudine, quasi d'assenza. Sono davvero, le sue pitture d'argento, "diapositive di sentimenti", come le chiamò Goffredo Parise: ricordando il debito che la Fioroni non ha mai rinnegato d'aver contratto con la fotografia, ma insieme la distanza che la teneva al riparo da un'immagine troppo immanente.

E vengono così, avvolti in una luminosità lenta e desolata, i poveri simboli d'una realtà che si ritrae dalla propria flagranza, che arretra fin quasi a scomparire, o a sussurrare di sé; lasciando sul bianco della tela solo il ricordo della pienezza di vita che l'ha un tempo segnata. Figure – prese in prestito dalla città, dalla strada, dal cinema, o anche solo dall'angolo dimenticato d'una stanza – che certo risentono della nuova urgenza d'immagine di un tempo che per la prima volta dubita del dogma dell'astratto, che ha dalla guerra in avanti guidato ogni passo della nuova avanguardia.

Ma non è una polemica scelta di campo fra riconoscibilità delle forme della realtà e sua trasfigurazione a condurre la Fioroni alla nuova immagine: è invece il groppo di ricordi, di memorie che l'assalgono e di cui non sa liberarsi, a farsi d'improvviso non più accantonabile. Lo spazio che l'accoglie è il medesimo di quello che ne aveva circondato di vuoto e d'assenza i suoi primi dipinti "informali": quello nel quale Cy Twombly disperdeva radi i suoi segni, le sue macchie di poco colore. Così, spesso, su un angolo della pagina pittorica, sopra una sua minima porzione, prendono vita le figure di Giosetta: sempre disinteressate a un posizionamento in una corretta, esperibile profondità; sempre prigioniere della superficie della tela, sono spesso analoghe o eguali. E la loro stessa ripetizione scema il tasso di curiosità verso la mutevolezza dell'esistente, e concentra lo sguardo sulla loro malinconia, sul loro malessere di vivere: quello d'una lampadina che pende nuda nel vuoto della stanza, d'un bambino che chiede, d'una lacrima su di un volto di donna, d'un ultimo abbraccio prima del distacco.