Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da d.repubblica.it del 5 ttobre 2013

Chiamala girl art

di Margherita Laera

"Here come the girls", cantava Ernie K. Doe nel 1970. Non era un inno femminista, ma il titolo rendeva bene l’idea: arrivano le ragazze. Oggi più che mai, questo ritornello torna opportuno, quantomeno a Londra, dove ogni autunno si svolge la fiera d’arte contemporanea più prestigiosa dopo Art Basel: la Frieze Art Fair, nonché la neonata Frieze Masters, dedicata ai “maestri” dell’arte moderna (entrambe dal 14 al 20 ottobre). Arrivano le artiste, dunque: 45 anni dopo il Sessantotto e la “seconda ondata” di femminismo, galleristi e curatori prendono nota del persistente squilibrio di opportunità, prezzi e reputazione tra artisti e artiste. Quest’anno, dunque, uno dei trend più significativi dell’autunno londinese è proprio la massiccia presenza di donne, che colonizzano i luoghi di pellegrinaggio artistico della capitale. La Hayward Gallery, per esempio, presenta una retrospettiva di Ana Mendieta (fino al 15/12), mitica artista cubano-americana dalla brevissima vita, nota per le sue performance viscerali. Le morbide sculture di arti, falli e seni dell’inglese Sarah Lucas sono nell’East End, alla Whitechapel Gallery (fino al 15/12), mentre la giovane afroamericana Kara Walker è al Camden Arts Centre (dall’11/10 al 5/1) con una personale che esplora le tensioni razziali e sessuali ancora presenti in America. Il Barbican Curve propone un’installazione della turca Asye Erkman (dal 24/9 al 5/1) e alla Tate Modern si celebra la carriera della brasiliana Mira Schendel con la più completa retrospettiva dei suoi lavori (dal 25/9 al 19/1).

Soprattutto a Frieze Art Fair gli omaggi alle “ragazze” abbondano: uno tra tutti, quello della galleria Salon 94 di New York, che dedica il suo stand all’arte femminista con opere di Lorna Simpson, Laurie Simmonds, Sylvie Fleury e Marilyn Minter. Ma non finisce qui: nella sezione intitolata Spotlight, curata da Adriano Pedrosa per Frieze Masters, quasi il 50% delle gallerie riscoprono artiste del XX secolo per reintegrarle nella storia dell’arte che le aveva escluse. Si tratta di una percentuale che fa ben sperare, se la confrontiamo con l’attuale numero di parlamentari donne in Italia (21%) e Inghilterra (22%). Perché questo trend proprio adesso? «Non sono sicuro che il mondo dell’arte possa vantarsi di essere più equo di quello della politica», dice Pedrosa. «Ma certamente dal 1985, l’anno in cui le Guerrilla Girls denunciarono gli scandali del sessismo artistico, sono cambiate molte cose. Inoltre la mia generazione, quella nata negli anni Sessanta, è cresciuta con il femminismo e lo ha interiorizzato. Nell’ultimo decennio molti di noi hanno raggiunto posizioni di potere e hanno potuto sviluppare progetti più equi e aperti alle diversità. Il mio lavoro per Spotlight riflette la mia volontà, da buon brasiliano, di contribuire alla cosiddetta “decolonizzazione del XX secolo”, in modo tale che la storia dell’arte non sia più dominata da artisti maschi e bianchi, ma anche dalle donne e dai rappresentanti del sud del mondo».

Tra le sorprese londinesi, collezionisti e visitatori di Frieze Masters non si lasceranno scappare i dipinti e le sculture della brasiliana Lygia Clark (galleria Alison Jacques), le reliquie delle performance dell’inglese Rose English (Karsten Schubert), i dipinti ispirati all’era spaziale dell’austriaca Kiki Kogelnik (Johann König), le tele della War Series dell’americana Nancy Spero (Galerie Lelong) e le coloratissime sculture di Judy Chicago (Riflemaker), mitica fondatrice dei primi corsi d’arte femminista in California. E come si sente una come la Chicago, a esser chiamata “Master” (“maestro” ma anche “padrone”), un termine rigorosamente maschile? «Non è certo la mia parola preferita, ma mi dovrò accontentare. Anche se sono sicura che miei colleghi uomini non acconsentirebbero mai a esser chiamati “Mistress”!»(che in inglese vuol dire maestra, padrona, ma anche amante, concubina, ndr). Comunque, non mi lamento: l’anno prossimo, in occasione del mio 75esimo compleanno, ci saranno eventi e mostre in giro per gli Stati Uniti. Quale modo migliore per commemorare la mia lunga carriera?». In attesa della fondazione di un “Frieze Mistresses” in un futuro non lontano, accontentiamoci anche noi. E godiamoci lo spettacolo dell’autunno londinese.
A LONDRA SI PUNTA SU QUESTE
Marian Goodman è solo l’ultima tra le galleriste newyorkesi ad aver aperto pure a Londra: al 20 di Golden Square, nei pressi di Piccadilly Circus, nell’ex magazzino dei sarti Holland & Sherry. È in ottima compagnia: da un lato c’è Jane Hamlyn della galleria Frith Street, dall’altro Sadie Coles, cioè un potente triumvirato di donne e mercanti nel nuovo distretto artistico di Regent Street. «L’arte è l’unico mercato al mondo in cui lavorano più donne che uomini», dice Laura Garbarino, senior specialist d’arte contemporanea della casa d’aste Philips. Anche se è vero che, sul piano economico, c’è divario netto tra il numero di artisti arrivati a quotazioni di un certo livello rispetto a quello delle artiste. Ma le cose stanno certamente cambiando. Quali sono, allora, tra le affermate, gli investimenti sicuri? «Louise Bourgeois, Agnes Martin, le italiane Carol Rama e Dadamaino ancora sottovalutate. Nella generazione successiva, Cindy Sherman (una sua foto è stata battuta per 3 milioni e 800 mila dollari), Francesca Woodman, Rosemarie Trockel, Ana Mendieta» spiega Garbarino. E poi Birgit Yurgenssen, Catherine Opie, Pipilotti Rist. Gli astri nascenti? «La svedese Klara Liden, Trisha Donnely, l’italiana Vanessa Safavi e Tauba Auerbach e i suoi Fold Paintings (uno dei quali è stato venduto da Philips per 386 mila sterline). E infine due altre italiane, Lara Favaretto e Rosa Barba». Carlo Prada