Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 


da la Repubblica del 22 dicembre 2009

Diventare famosi a novant'anni gli USA scoprono l'arte di Carmen la nonna pittrice

di Angelo Aquaro

Ma che bello sentire parlare un' artista come una persona normale. Se lo può permettere Carmen Herrera: ha aspettato il successo per 89 anni e adesso, a 94 suonati, cosa volete che le importi delle definizioni dei critici? Dicono, per esempio, che in quel vecchio quadro del ' 66, Blanco Y Verde, si intraveda un sensuale profilo di donna... «Guardate» sbotta lei «per me qui c' era un bianco, un bellissimo bianco, e quel bianco a un certo punto reclamava un bel verde, e il piccolo triangolo ha formato un campo di forza». E allora? «E allora la gente ci vede tutte queste cose sexy - sporcaccioni! - mentre per me il sesso è sesso, e i triangoli sono triangoli». Carmen è una forza della natura. E dell' arte. Il New York Times, che alla sua lunghissima esperienza artistica aveva finora dedicato, quattro anni fa, solo una calda ma striminzitissima recensione, domenica scorsa le ha regalato un articolone in prima pagina che è subito balzato nella top ten degli articoli più letti. Del resto la sua storia sembra un romanzo. Una vita in incognito fino al trionfo degli ultimi anni. E la consacrazione dell' altro giorno con il premio alla carriera del Walker Art Center di Minneapolis, una delle istituzioni più prestigiose dell' arte contemporanea, dopo che già il MoMa di New York e la Tate Gallery di Londra ne avevano esalto la grandezza. Ma se è così brava com' è possibile che sia rimasta sconosciuta per così tanto tempo? «Come abbiamo potuto perderci tutte queste brillanti composizioni?»: se l' è chiesto anche la critica d' arte dell' inglese Observer, Laura Cumming, che ha definito Herrera «la scoperta dell' anno, anzi del decennio». Eppure è successo. Il mondo dell' arte, si sa, è impazzito come una maionese e l' uovo, naturalmente, è born in the Usa: Richard Polsky lo spiega bene nel suo Ho venduto Andy Warhol (troppo presto), piccolo grande successo editoriale di settore, analisi spietata della trasformazione del "mondo dell' arte" in "mercato dell' arte". Secondo queste regole del gioco, la señora Herrera sarebbe dovuta restare sconosciuta a lungo. Non c' è scandalo nella sua arte, solo tanta geometria. E neppure risponde, la signora, all' identikit che ti aspetteresti da una pittrice che arriva dal sud del mondo: più che fiori e paesaggi, astrazioni alla de Kooning. Un paio di mostre in vent' anni, neppure un quadro venduto. Un record, per un' artista che aveva cominciato a dipingere negli anni ' 30. Un record che rischiava di somigliare a una maledizione, malgrado per promuoverla avesse fatto salti mortali il suo maritino, Jesse Loewenthal. E qui, come in una matriosca, la storia si schiude in un' altra storia: perché chi era il miglior amico del marito di Carmen? Frank McCourt, insegnante di inglese come lui, anche lui rimasto un professore felice e sconosciuto fino alla veneranda età di 66 anni, quando pubblicò Le Ceneri di Angela... Ora gli amici dicono che è Jesse, che è morto nel 2000, che dalla sua nuvoletta lassù ha orchestrato tutto questo ambaradan. Ma la storia, più terra terra, è un' altra. È il 2004 e Frederico Sève, proprietario della Latin Collector Gallery di Manhattan, sta contrattando l' acquisto delle opere di un' artista, donna, specializzata in arte astratta e pubblicizzatissima. «Una signora che tratta arte astratta? Dovresti conoscere Carmen Herrera», gli fa a cena Tony Bechara, un altro pittore amico da una vita della signora. È la svolta, come in un film: il collezionista si appassiona all' artista, altri lo seguono, i pezzi rimasti invenduti vengono affissi ai muri dei musei più prestigiosi e la storia dell' arte iscrive Carmen nell' albo d' oro dei pittori dell' America Latina, accanto a Diego Rivera e Frida Khalo. La cosa più bella è che lei, Carmen, adesso se la ride. Nata a Cuba, svezzata a Parigi, poi approdata a New York, nella sua casa di Midtown, Manhattan, continua a ricevere gli amici di sempre con in mano un calice di champagne. Perfino la riconoscenza nei confronti di Tony Bechara è intrisa di ironia. «Noi a Porto Rico abbiamo un modo di dire» suggerisce il pittore al New York Times: «La guaga, cioè l' autobus, arriva sempre per chi ha la pazienza di aspettare». E lei, la Carmen: «Beh, Tony, io sono stata a quella fermata per 94 anni!». Un secolo di attesa. E, ora, gratitudine