Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica del 1 ottobre 2014

L'opera d'arte totale di Joan Jonas pioniera dei video e delle performance

di Cristiana Campanini

Figure femminili mascherate e travestite in modi bizzarri popolano l'universo di Joan Jonas, come sacerdotesse che fanno da ponte tra natura e spirito. Appaiono nel suo complesso ingranaggio visivo che unisce, video, scultura, performance e suono, in una narrazione a frammenti che emerge dal vasto ritratto che Hangar Bicocca dedica a questa pioniera della performance e della videoarte, tra le prime a inserire il video nelle sue azioni sperimentali a fine anni Sessanta. Americana, 78 anni, dall'aspetto tanto fragile e minuto quanto volitivo, esordiva in Europa con le sue primissime mostre proprio in Italia, organizzate da galleristi pionieri come Toselli a Milano e Sargentini a Roma. Già invitata sei volte alla prestigiosa rassegna quinquennale Documenta a Kassel, a giugno prossimo sarà la regina del Padiglione Usa alla Biennale di Venezia sul tema dell'oceano. E la mostra che inaugura questa sera alle 19 arriva tempestiva, in un momento di grande visibilità internazionale e di intenso lavoro, a fare il punto sulla sua opera un attimo prima della consacrazione. Curata da Andrea Lissoni, ci conduce attraverso grandi installazioni realizzate dal 1968 a oggi, disposte come isole nell'oscurità monumentale di Hangar. E il titolo Light Time Tales svela tre temi principali della sua opera, luce tempo e narrazione.
«È la prima volta che mi trovo a far dialogare le mie installazioni con uno spazio così imponente e ruvido», spiega Joan Jonas. «È stata una sfida eccitante far danzare i video su quelle pareti sospese fino a trovarne la giusta collocazione». Sono opere d'arte totali da attraversare e da ascoltare, immersive e teatrali, che l'artista invita a sperimentare aprendo la mente e lasciandosi andare alle emozioni. Ciascuna contiene in sé più opere, concepite in un arco temporale ampio che a volte abbraccia perfino 30 anni di carriera. Ci sono piccoli oggetti quotidiani e grandi sculture, pareti sospese per accogliere i video e schermi tv rovesciati. E poi schizzi e foto accanto a vasti disegni a gessetto bianco su fondo nero. Alcune precedono la performance originaria oppure ne sono ispirate. Oltre a costruire oggetti e ambienti, Jonas scrive un vero e proprio copione. E infine compone una doppia partitura, di suoni e gesti. L'artista, che fa della multimedialità l'oggetto stesso della sua sperimentazione, spazia dalla pellicola 16 mm degli anni Settanta alla videocamera GoPro, di gran moda oggi tra gli sportivi. L'opera è nutrita anche di complessi rimandi alla storia dell'arte antica e moderna («Adoro Michelangelo e la sua Pietà Rondanini», confida parlando di Milano). Un'opera è dedicata allo storico dell'arte Aby Warburg e al suo atlante di immagini. E poi c'è la scultura minimalista in cui è immersa la scena newyorchese di quegli anni (un video del 1971 è realizzato a quattro mani con lo scultore Richard Serra). C'è la danza, studiata con Trisha Brown, madrina della postmodern dance che le trasferisce la poesia dei gesti quotidiani. E infine si ritrova la grande pittura, da De Chirico a Matisse alla pittura gestuale giapponese. Oltre alle sue classiche figure femminili nel lavoro emerge una natura potente, cassa di risonanza di quei suoi personaggi metaforici e letterari. Un pugno di neve o un fiore accostati a una distesa di ghiaccio perenne, a un vulcano attivo con il sobbollire delle sue viscere o a una spiaggia deserta battuta dal vento, come nel video Wind (1968) dove la Jonas vestita di specchi cammina contro vento.