Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

da La Repubblica del 19 marzo 2014

La rappresentazione di sé è il centro di tutta una poetica

Quando Picasso disse "Nessuno dipinge volti come i suoi"

di Lea Mattarella

«Né tu, né Derain, né io sappiamo dipingere volti come quelli di Frida Kahlo». Così scriveva Pablo Picasso a Diego Rivera dopo aver visto una mostra parigina della pittrice messicana. Quando l’artista spagnolo parla di volti è molto probabile che ne abbia in mente soprattutto uno: quello della stessa Frida. Perché per lei dipingere è, in primo luogo, uno strumento di indagine psicologica che ha come centro propulsore la sua faccia. Frida Kahlo è l’interprete di un protagonismo maniacale capace di vivisezionare la propria vita, il suo dolore, ma anche di dimostrare al mondo una fiera resistenza a qualsiasi avversità. Mentre il Messico si copre di pittura murale destinata al popolo, lei, sempre controcorrente, si concentra su se stessa.

Frida si ritrae di tre quarti con il suo sguardo scuro rivolto verso lo spettatore. Ti inchioda, ti spia mentre guardi le gocce del sangue che fuoriesce dalla collana di spine dipinta sul suo collo in un evidente riferimento alla sofferenza di Cristo, destinata a essere redenta. E per lei l’unica possibilità di riscatto è la pittura. Che diventa un costante esercizio di sopravvivenza, un esorcismo giornaliero, capace di lenire, di curare. A maggio per Electa uscirà la ristampa del suo diario, ma anche i suoi quadri non sono altro che le pagine di un racconto per immagini intimo e sfacciato. Un diario tutt’altro che segreto. Come quando Frida ci mette di fronte al suo aborto del 1932: ci guarda dal foglio in cui disegna il suo corpo nudo che pare un involucro svuotato da un mondo in frantumi. Sembra che all’ospedale avesse chiesto un manuale di medicina, di quelli illustrati, per poter mostrare, con la solita minuzia, quello che le era accaduto, trasfigurandolo. Si ritrae con un feto nella pancia e un altro, molto più grande, quasi come il suo malessere, espulso fuori di lei. E in mano tiene una tavolozza, rivelando come la sua arte nasca da una sincera, quasi spudorata, indagine interiore. Sul volto compaiono alcune lacrime, le stesse che ritroviamo nella luna che assiste impotente alle vicissitudini di questa tragica eroina. Anche il cocco delle nature morte che dipinge negli anni Quaranta lacrima. Come se la natura non potesse fare a meno di partecipare alla sua disperazione. Tre lacrime, sempre le stesse, appaiono anche nell’Autoritratto del 1948 che la ritrae nella veste tradizionale delle spose messicane. Frida è quasi sempre vestita con gli abiti della sua terra, ornata da ricche e bizzarre acconciature. Propone di sé un’immagine regale in cui, però, si autoritrae con durezza, accentuando la peluria sulle labbra e, a volte, mostrando con baldanza il suo lato primitivo, animalesco. Nell’Autoritratto con scimmia c’è una chiara identificazione tra lei e l’animale, una vera fratellanza: il suo volto è diventato un muso, i peli della testa della bestiola sono decorati con un nastro come i suoi. Così il personaggio Kahlo dimostra non soltanto il suo rapporto con qualcosa di primordiale, ma anche la conoscenza dell’antica iconografia della storia dell’arte che riconosce nella scimmia l’immagine stessa della pittura perché entrambe compiono un processo di imitazione. E lei dice spesso di non essere surrealista, ma di dipingere quello che le capita. Le mille immagini di Frida sono anche quelle lasciate dagli altri, le foto che le hanno scattato. In mostra ce ne sono di bellissime, opera di Leo Matitz e di Nickolas Muray. Quest’ultimo la ritrae con amore, come un idolo in una foto che fu la copertina di Vogue del 1939, come una donna di Vermeer quando la fa sedere su una sedia gialla. Frida, neanche per lui, era soltanto una.

Frida Khalo a Roma