Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 


da D La Repubblica delle donne del 28 luglio 2007

I pensieri pericolosi di Kara Walker

di Barbara Casavecchia

Incoronando Kara E. Walker come una tra "Le cento persone che cambianao il mondo" sul Time, la decana dell'arte femminista Barbara Kruger ha scritto: "Pochi sono riusciti a cogliere la collisione tra passato e presente, storie e orrore, sessualità e vergogna, pelle e carne, con altrettanta forza e provocarietà. Kara gioca con gli stereotipi, li dispiega, li ribalta. Fa baldoria con crudeltà e risate. Le banalità la disgustano. E' coraggiosa".
A soli 37 anni, Walker ha conquistato una posizione di prestigio atipica per una'artista afroamericana, nonostante decenni di political correctness. Nel '97 è stata la più giovane vincitrice del Genius Award della MacArthur Foundation. Insegna alla Columbia University, ha esposto al MoMa di New York, al Museum of Contemporary Art di Chicago, al Guggenheim di Berlino oltre che alle biennali del Whitney Museum, di Istanbul, São Paulo, Venezia.
E c'è riuscita raccontando favole corrosive su razzismo e sopraffazione, ambientate nel Sud schiavista prima della Guerra di secessione. Storie che fanno di tutto per sovvertire l'atmosfera zuccherosa di classici popolari come La Capanna dello Zio Tom e Via col vento. Usa una forma d'arte volutamente näif: la silouette, un'antenata del ritratto fotografico che furoreggiava tra le dame dell'Ottocento, popolandone gli album di ombre ritagliate nel cartoncino. Le stesse figure nere su bianco che ora Walker trasforma in collage, disegni e gouache dai tratti fluidi, caricaturali come certe incisioni di Goya o Daumier. Le ingigantisce fino a costruire fregi a parete, le trasforma in scene da lanterna magica con proiezioni multicolori, o in pupazzi da teatro delle ombre. Da un paio d'anni, ha imparato a muoverle in brevi film d'animazione. A catturare il pubblico è l'eleganza seducente e al tempo stesso l'ambiguità delle sue immagini (e parole): usa senza falsi pudori il vocabolario ostile degli oppressori - mammies, sambo, pickaninnes, che evocano l'italiano "sì, badrone" - restando però sempre in bilico tra realtà e finzione, senza assegnare ruoli definitivi a buoni e cattivi, bianchi e neri. Dal gioco non esclude neppure se stessa: firma sarcasticamente alcune opere The Negress ("la negra"), di volta in volta "emancipata", "di una qualche notorietà", "oppressa dalle buone intenzioni", mentre in ... the angry surface of some grey and threatening sea, il video che presenta a Venezia quest'anno, intona il coretto Vorrei essere bianca insieme alla figlia Octavia (9 anni, nata dal matrimonio con il designer tedesco Klaus Burgel). Non che Walker piaccia proprio a tutti. Contro di lei si è scagliata Betye Saar, un'artista afroamericana che, negli anni '70, aveva bersagliato le immagini razziste. Accusò Aunt Jemina, la corpacciuta domestica con il fazzolettone bianco e rosso riprodotta su milioni di etichette di sciroppo, di propagare a uso e consumo dei Wasp "immagini nere negative". Acqua passata. Il 2007 ha segnato una tappa fondamentale per Walker. La sua prima retrospettiva, dopo il debutto al Walker Art Center di Minneapolis la scorsa primavera e in attesa di proseguire per il Whitney Museum di New York e lo Hammer di Los Angeles, fino al 9 settembre è in corso al Musée d'Art Moderne de la Ville di Parigi.
Perché ha intitolato questa mostra Mon Ennemi, Mon Frère, Mon Bourreau, Mon Amour ("Mio nemico, mio fratello, mio oppresore, amore mio")?
"E' una citazione da un mio vecchio testo, Letter of a Black Girl".
Ha raccontato di essere "diventata nera" quando dalla California, dove è nata, si è trasferita con la famiglia ad Atlanta: a suo padre è stata offerta una cattedra di pittura alla Georgia State University. Il suo senso di rivolta è nato allora, come reazione a uno shock culturale?
"Sono cresciuta a dosi massicce di orgoglio nero. Fantastico, ma totalmente sbilanciato. Da teenager ho iniziato a chiedermi perché fosse così smisurato, cosa stesse cercando di compensare. In Georgia, dove gli steccati erano ancora assurdamente alti, l'ho capito: serviva a coprire gli enormi misteri e le mitologie del razzismo. A un certo punto della mia adolescenza, è esplosa una gran voglia di ribellione, insieme al bisogno di espormi in prima persona contro certi pregiudizi, proiezioni e associazioni legati alla "negritudine". Così ho giocato a diventare esotica, animale, sexy, selvaggia, forte...Forse anche per questo amo scandagliare il disagio, la vergogna, e usare termini "intollerabili"".
C'è molto humour nero nelle sue caricature di certi cliché sociali o erotici, come la relazione tra padrone e schiava. Per di più, lei rimescola tutti i ruoli attraverso il sesso, che nei suoi lavori è brutale, senza barriere di genere o età, attirando una valanga di critiche moraliste. Che reazione ha avuto di fronte alla levata di scudi contro le "vignette sataniche"? Le immagini sono più tabù delle parole?
"Non so se ho una risposta. Credo che in Europa questo problema sia sentito di più, mentre negli Usa le immagini proibite sono diventate altre. La reazione migliore è stata di Art Spiegelman, l'autore di Maus. Questo grandissimo cartoonist ha esaminato sul New Yorker le vignette incriminate, e ne ha catalogatae una decina di varianti, occidentali e non. Le migliori, cui ha dato quattro stelle, sono semplicemente quelle che lo hanno fatto ridere. Le immagini restano uno strumento di comunicazione fortissimo; si fissano indelebilmente e provocano una reazione urgente, istintiva".
Uno dei suoi miti era Andy Warhol. E' per questo che ha scelto di fare un'arte "popolare"?
Se si tratta di arte , io divento populista. Oggi molti che non hanno ricevuto una formazione in questo campo sentono di avere l'accesso sbarrato. Invece, io voglio arrivare a strati diversi. Le radici del mio lavoro affondano nel Black Art Movement, nel suo bisogno di mettere in discussione gli ideali estetici dell'arte contemporanea, per esempio i diktat del Modernismo. Penso ad artisti come Robert Colescott, David Hammons e sì, beh, Betye Saar, e a tanti murales anonimi. Per ciò che significavano: riportare l'arte all'interno delle comunità nere e della loro agenda sociale".
C'è chi l'ha definita un'attivista. E'd'accordo?
"E' giusto che gli artisti prendano posizione, ma non credo che fare arte "politica" sia sempre la cosa artisticamente più "corretta". A volte una posizione militante produce opere che non sono granché, perché si rischia di diventare didascalici. Dopo la tragedia dell'uragano Kathrina a New Orleans e il fiasco totale degli aiuti, mi sono chiesta come molti: che fare? Una donazione, ok. Un contributo per riedificare le case, ok.. E poi? Ho cercato di usare i miei strumenti. Così è nata After the Deluge ("Dopo il diluvio"), la mostra che ho curato al MoMa di New York l'anno scorso. I miei lavori erano accostati a opere storiche delle collezioni del museo. Era il mio modo per andare al di là della contingenza, del fatto risaputo che l'amministrazione Bush è, a voler essere buoni, una massa di dementi. Per dire: ehi, cercate di non dimenticare da dove viene tutto questo. Ha precedenti precisi, radici nel passato, e molto probabilmente avrà conseguenze sul futuro".
I suoi lavori sono seducenti: che relazione ha con la bellezza?
"Non mi fido della bellezza, non ci credo. E' solo un incidente, una specie di caso. Però mi piacciono le opere che attirano lo spettatore attraverso una specie di avance: ecco c'è qualcosa da guardare, fermati un attimo".
Pensa di suscitare reazioni diverse in Europa?
"Faccio del mio meglio per raccontare le cose in modo che la narrazione sia destabilizzante. Certo, la mia è un'arena molto americana: le scene sono sempre ambientate nel Sud, in quel buco nero che precede il 1863, quando Lincoln firmò l'Emancipation Proclamation. Un mondo feudale, fatto di ricchi e poveri, bianchi e neri, uomini e animali. Quando si comincia a raccontare la storia del razzismo la si rivive, creando un mostro che ci divora. Ma fin che ci sarà un Darfur, finché la gente dirà: "Ehi, tu qui non ci devi stare", sarà il caso di continuare a esplorare questo terreno. Dove, non importa".

vedi info su Mon Ennemi, Mon Frère, Mon Bourreau , Mon Amour a Parigi