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(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da Il Manifesto del 26 marzo 2011

Kara Walker, la storia in ombra
Un incontro alla Fondazione Merz di Torino con l'artista african american, protagonista della mostra «A Negress of noteworthy talent». Silhouette, disegni e teatrini per raccontare l'epica dei neri e la tratta degli schiavi

di Arianna Di Genova


Ha un sorriso timido eppure contagioso Kara Walker, figura-silhouette lei stessa. Alla Fondazione Merz di Torino che ospita il suo A negress of noteworthy talent (fino al 3 luglio prossimo, mostra a cura di Olga Gambari), si materializza d'improvviso, in mezzo alle sue ombre ritagliate, quasi fosse stata sbalzata fuori dalla «passeggiata» dei suoi personaggi che, camminando di profilo, curvi o altezzosi, affrontano il mondo (spesso ostile). Dietro di lei, incollati a parete, ci sono donne, uomini e bambini che raccontano la nascita della comunità african american, mentre i secoli di schiavitù e soprusi vengono rivissuti nelle marionette, nei wall drawing e nei teatrini dei cut papers.
Kara Walker, californiana di nascita (ha 42 anni) ma è cresciuta in Georgia, srotola la sua lanterna magica, il suo pre-cinema che indaga gli stereotipi razziali sviluppando drammi che virano nel grottesco e nonostante la tecnica scelta - a volte viene ingiustamente accusata di essere «decorativa» - non risparmia allo spettatore storie feroci di stupri, sgozzamenti, uccisioni. Le stesse che hanno accompagnato il viaggio degli schiavi neri dall'Africa all'America.
«Non voglio spiegare la mia arte - dice in piedi di fronte alle sue sagome black - perché è un'esperienza visiva immediata; preferisco che ognuno faccia i conti con le proprie emozioni... Con le silhouettes cerco di abbattere il confine fra arti maggiori e minori. Non le considero di seconda classe e mi piace che appartengano a una dimensione artigianale, a una pratica femminile e domestica (i teatrini delle ombre che si realizzavano in casa per intrattenere i bambini). Certo, i miei riferimenti sono letterari e pittorici, dentro quelle storie ci sono i ciclorami e i panorami del Settecento e Ottocento, oppure i cliché dei romanzi con cui veniva rappresentata la comunità nera. Le vere storie sugli orrori della schiavitù venivano manipolate, trasformate in racconti e autenticate a vantaggio dei lettori bianchi. E i dettagli più ripugnanti venivano cancellati per non offendere i buoni cristiani...». Walker, che appunto ama i ciclorami del XVIII secolo e le loro scenette populiste, ricrea una drammaturgia suggestiva pescando a piene mani sia dalla letteratura pornografica che da quella classica: il risultato finale è una collisione tra fatti reali ed elementi di finzione su un argomento scottante che tocca le relazioni interrazziali tout court. «Sono partita da una appartenenza biografica, ma ho creato immagini collettive», avverte.
All'artista non manca una buona dose di coraggio: gioca con i «luoghi comuni» e li rovescia. Anche il suo linguaggio - quel Negress dell'ultimo progetto qui presentato - affonda le radici in visioni precostituite e atteggiamenti neocoloniali. Kara, però, abbatte tutto quel passato in un colpo solo, con l'humor e insieme con la profondità delle sue «icone». Bidimensionali sì, ma solo materialmente. Dal punto di vista concettuale, le sue sagome volano alto, galleggiano tra fiaba, mito e storia. «Il pregiudizio razziale è qualcosa di universale, non l'ha sperimentato solo la comunità dei neri negli Stati uniti. Quando lavoro, anche inconsapevolmente parto da me stessa, ho il mio corpo e la mia figura come modello, ma poi vince l'idea del rispecchiamento in un gruppo o una famiglia. Io sono una parte per il tutto».
A Torino, Walker ha accettato anche di confrontarsi con Mario Merz e ha scelto due sue opere. Una - la scritta al neon Pittore in Africa - le ha aperto un mondo intero. «Per lui l'Africa era una terra pulsante, piena di energie e risorse, un luogo di luci e desideri. Naturalmente, è un'idea un po' semplicistica che impacchetta un continente molto più fluido...». Così, ha deciso di mettere lì, proprio sotto la scritta che campeggia in Fondazione, un suo specialissimo story-board (mai presentato prima d'ora). In un mix di disegni, silhouette - bianche su nero questa volta - e appunti letterari, Kara Walker riabilita la memoria rimossa con un approccio tutto sensoriale. Racconta una storia d'amore e violenza che nasce su una nave della tratta degli schiavi fra il capitano dell'imbarcazione e una donna nera. In una impressionante serie di disegni dove la figura femminile muta sempre identità, incarnando archetipi e simboli, si consumano abusi terrificanti e momenti di passione. Ad agire, oltre al dato reale, c'è anche lo stereotipo della «coppia», set per oliare un continuo gioco di potere.
In un altro lavoro, il teatro della crudeltà si fa ancora più sconvolgente. Pullulano teste, visi, corpi sempre in sagome o disegni acquerellati. Sono i ritratti dei cadaveri di molti uomini e donne neri «without sanctuary», linciati in riti collettivi da una folla capace di sfoggiare il vestito elegante della domenica e intanto appiccare il fuoco.