Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

La Lettura de Il Corriere della Sera del 27 gennaio 2013

Le allucinazioni di Yayoi Kusama sposano quelle quelle di Lewis Carroll

ALICE NEL PAESE A POIS
Riscritture nel capolavoro illustrato della grande artista giapponese trionfano fiori, frutti, animali, pallini e reticolati mentre i personaggi scompaiono tra le righe

di Cristina Taglietti

«Io, Kusama, sono la moderna Alice nel Paese delle meraviglie. Come Alice, che è passata attraverso uno specchio, ho aperto un mondo di fantasia e libertà… Anche voi potete unirvi alla mia danza avventurosa di vita». È forse proprio per questa identificazione quasi naturale che nessunmatrimonio tra immagine e parole sembra più riuscito di quello tra Yayoi Kusama, artista giapponese nata nel 1929, e Lewis Carroll, autore di un capolavoro che nel corso degli anni ha sfidato pittori immaginifici e artisti geniali, da Dante Gabriel Rossetti ai surrealisti inglesi (non a caso denominati «i figli di Alice»), da Salvador Dalì a Max Ernst e René Magritte (che nel 1957 girò un film), dal primo illustratore vittoriano del volume, John Tenniel a Leonard Weisgard con le sue silhouette anni Quaranta, giù giù fino alle declinazioni contemporanee della coreana Suzy Lee, con le sue combinazioni in bianco e nero, passando attraverso il gotico tecnologico di Tim Burton.
Il 4 febbraio Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie, illustrato da Yayoi Kusama, esce da Fandango offrendo l’occasione per fare il punto su quella che può forse essere considerata l’ultima grande artista giapponese vivente, da cinquant’anni sulla scena internazionale (le sue opere sono esposte al Moma di New York, alla Tate Modern di Londra, al NationalMuseum of Modern Art di Tokyo e in altri importanti musei del mondo). Un’artista che ha percorso strade diverse (la pittura, la scultura, ma anche la scrittura, il design e la moda) rimanendo fedele a un’ossessione: l’infinito a pois, le reti, i simboli sessuali ripetuti. Puntini, cerchi colorati, linee che fin da piccola vede nelle sue allucinazioni e che ha dipinto anche sui corpi nudi dei partecipanti alle sue performance, soprattutto negli anni Sessanta, ma anche su accessori, borse e sciarpe firmate Louis Vuitton grazie alla collaborazione intrecciata la scorsa estate con la casa di moda diretta da Marc Jacobs.
Sono bastati una quindicina d’anni a New York (dal 1957 al 1973) dove è stata una delle animatrici della scena Pop perché l’America la adottasse artisticamente, tanto che l’estate scorsa il Whitney Museum le ha dedicato una retrospettiva che ha riunito opere dagli anni Quaranta ai giorni nostri. Da quasi quarant’anni Kusama è tornata a Tokyo dove si divide tra il suo atelier e la struttura psichiatrica in cui ha scelto di vivere, anche se c’è chi ha voluto leggere in questa malattia rivendicata continuamente con orgoglio un tratto di furbesca autocostruzione di un mito.
"Il mio lavoro artistico è espressione della mia vita, in particolare della mia malattia mentale», ha ripetuto spesso l’artista che da bambina disegnava i fiori della campagna di Matsumoto, nella prefettura di Naga, a nord di Tokyo, dove è nata, e ritratti della madre con cui aveva un rapporto complicato, sempre in quella forma puntinata che è la sua personale visione del mondo prima ancora che una scelta stilistica. Una visione da trip psichedelico che sembra attagliarsi di più alla sospensione delle leggi della natura e della realtà operata da Carroll rispetto a certe interpretazioni pur suggestive ma più strettamente legate al testo. Non è un caso che alcuni studiosi, tra cui Oliver Sacks che allo scrittore inglese ha dedicato un capitolo del suo nuovo libro, Hallucinations, siano convinti che le visioni di Alice nel Paese delle meraviglie siano state ispirate a Carroll dalle allucinazioni prodotte dagli attacchi di emicrania di cui soffriva (o dal laudano che assumeva per curarli). La straordinaria libertà di cui gode questa eroina ottocentesca (il matematico Lewis Carroll pubblicò il romanzo nel 1865), impensabile per i canoni, anche narrativi, dell’epoca, si è trasmessa alle possibili interpretazioni (psicoanalitica, esoterica, femminista e via dicendo) e quella psichedelica è naturalmente una delle più amate, almeno da alcune generazioni. «Alice è stata la nonna degli hippie. Quando era piccola, è stata la prima a prendere pillole per diventare più grande» ha detto nel 1968, quando a Central Park mise in scena l’happening Alice in Wonderland. Quante Alici nel Paese delle meraviglie ci sono in giro, intimamente sostenute dalla stessa «candida, simpatica, puerile fiducia» che porta la creatura di Lewis Carroll a considerare come vera quella inversione paradossale del reale che è semplicemente la sua vita onirica, ben sapendo però che per tornare alla sbiadita realtà degli adulti non ha che da aprire gli occhi?
L’Alice annoiata che sbircia il triste libro senza figure né dialoghi che la sorella sta leggendo non trova troppo stravagante che le sfrecci accanto un coniglio bianco dagli occhi rosa e neppure che questo mormori tra sé «Ohimè! Ohimè! Farò tardi, troppo tardi!», riscuotendosi soltanto quando lo vede estrarre un orologio dal taschino del panciotto e riprendere di gran lena il passo. È così che la bambina decide, senza alcuna esitazione, di seguirlo attraverso il prato nella tana dove si è infilato. La scelta dell’artista è controcorrente e dice subito che cosa conta: il viaggio più di chi lo fa. Infatti l’immagine di Alice compare soltanto due volte: quando, dopo essere diventata piccolissima, diventa altissima (Kusama ne rappresenta soltanto la testa con il lungo collo) e nell’ultima illustrazione, così classica nell’abitino rosso a pois bianchi che riprende la fantasia della collezione disegnata dall’artista per Louis Vuitton, affacciata alla finestra di quella grande zucca gialla a pallini neri diventata un simbolo della sua produzione artistica, ispirata all’infanzia trascorsa in campagna. La visione che Kusama presta al lettore è totalmente quella di Alice, i suoi occhi vedono quello che vede lei: il prato verde con i fiori di tarassaco e poi il pozzo profondo in cui precipita, nel centro della terra, lungo un vortice di pallini, fino alla tana del Coniglio Bianco, nel salone, e poi nel mare di lacrime (una distesa grigia di bolle), nel campo di croquet della Regina di cuori e via di seguito.
Kusama rifugge le immagini più scontate, i personaggi su cui si sono dilettati schiere di illustratori, sollecitati dalle invenzioni di Carroll, come se volesse lasciare al lettore un ulteriore spazio di fantasia all’interno del quale scegliere le sembianze più adatte e forse più congruenti con la sua ambientazione. Il Coniglio Bianco non c’è mai, come se sfuggisse alla visione reticolata e puntinata dell’artista; del gatto del Cheshire resta come al solito il sorriso (ma è umano, troppo umano); del Cappellaio Matto c’è soltanto il cappello e non ci sono tracce dei suoi commensali, il Leprotto Marzolino e il Ghiro, mentre abbondano fiori, farfalle, fette di anguria, grappoli d’uva, e funghi (allucinogeni?) compreso quello enorme su cui sta seduto il Bruco azzurro (anche lui senza volto né corpo) che fuma immobile il suo narghilè. La natura morta prende vita, i fiori sembrano pericolosi carnivori con petali e foglie orlati di spine, mentre le figure umane si ritirano tra le pagine, confinate alle righe di Carroll, o diventano volti seriali con un’unica fisionomia. Del testo di Carroll Kusama preferisce illustrare i protagonisti di poesie, canzoni e indovinelli, come il coccodrillo e la lumaca, rifuggendo gli effetti speciali e le scene clou. Come dire, è soltanto questione di fantasia, lasciamo che ognuno ci metta la propria.

 


da La Repubblica del 3 febbraio 2013

Kusama, l'artista che diventò Alice nel paese delle meraviglie

di Benedetta Marietti

"A cosa serve un libro senza figure né dialoghi?". A pensarla così è la piccola Alice, nata dalla penna di Lewis Carroll nel 1865 e protagonista di innumerevoli trasposizioni. E non è un caso che proprio Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie (che nasce come libro illustrato, prima dallo stesso Carroll poi da John Tenniel) abbia attirato da sempre l'attenzione di artisti interessati a esplorare il rapporto tra realtà e percezione, come dimostrano due edizioni del 1969 e del 1970 da Salvator Dalì e Max Ernst. Ora è la volta di Yayoi Kusam, la più grande artista giapponese contemporanea, oggi ottantatreenne, che ha riletto il classico attraverso la sua arte allucinatoria, surreale e coloratissima, in un "meraviglioso" libro pubblicato l'anno scorso da Penguin e uscito adesso in Italia da Orecchio Acerbo. L'aderenza fra contenuto e immagini è totale: grandi pois di tutti i colori che sembrano muoversi sulla pagina e quasi oscurano le parole; animali, piante, oggetti formati dall'accostamento di piccoli pois a flash; mosaici in technicolor che creano un effetto vosionario e ipnotico. Ed è la stessa Kusama a rivelare, a fine libro: "Io sono la moderna Alice nel paese delle meraviglie".
Come l'eroina di Carroll, anche Yayoi Kusama ha abitato fin da piccola in un mondo magico e straniante: "La mia arte ha origini da illucinazioni che solo io posso vedere", ha dichiarato anni fa in una delle poche interviste rilasciate. I suoi lavori spaziano dalla pittura ai disegni (famosi gli Infinits Nets), dalle sculture al cinema fino a installazioni e performance (i corpi nudi dei partecipanti dipinti con i caratteristici pois) che nella New York degli anni Sessanta influenzarono - a suo dire - perfino Andy Warhol. Eche si svolsero anche davanti alla statua di Alice a Central Park. E' lì infatti, nella Big Apple, che Kusama si trasferisce nel 1958, lasciando il Giappone rurale per sfuggire a una madre violenta e intransigente che le impediva di dipingere. Supportata all'inizio da Georgia O'Keffee, si conquista ben presto un posto sulla scena dell'avanguardia artistica con i suoi pattern ripetitivi. Poi nel 1973 il ritorno in Giappone per problemi di salute mentale ("La tua malattia dipende dal fatto che dipingi troppo", le disse il dottore) e il ricovero nell'ospedale psichiatrico di Shinjuku, Tokio, dove vive. E dove continua a lavorare , dipingendo le sue ossessioni in uno studio poco lontano dall'ospedale.
"Sii ciò che vorresti sembrare di essere", dice a un certo punto la Duchessa, nel libro di Carroll, rivolgendosi ad Alice.
Yayoi Kusama ci è riuscita , abbandonandosi al sogno, entrando in un mondo incantato e seguendo fedelmente le proprie visioni. Ma, a differenza di Alice, senza svegliarsi mai.