Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Stampa dell'11 gennaio 2010

Kusama, la follia è un universo a pois

di Manuela Gandini

«But is Art?», ma è Arte?, si chiedeva il Daily News, il 25 agosto del 1969, recensendo una performance dell’artista giapponese Yayoi Kusama (1929) che faceva immergere, nella fontana del Moma di New York, un gruppo di uomini e donne completamente nudi, come un groviglio scultoreo di corpi in movimento. «È Arte!» le ha risposto la Storia. E la storia è quella dell'ossessiva, grandiosa, vitalissima ottantenne dai capelli porpora o turchini che ha inaugurato la sua personale al Pac di Milano intitolata «I want to live for ever», voglio vivere per sempre.

All’improvviso - dopo la folgorante carriera degli Anni Sessanta in America (per un periodo è stata più celebrata di Warhol), la decadenza, la depressione e la malattia mentale - il mondo dell’arte, negli ultimi tempi, si è ricordato di lei e Larry Gagosian se ne è innamorato. Così Kusama, una delle più importanti artiste viventi, è riuscita ad attrarre il mercato nei suoi universi in espansione, a puntini, moltiplicati e proteiformi. Le sue installazioni sono mondi paralleli, spiazzanti, esagerati, che tendono verso l’illimitato e il saturo.

Ma non è così al Pac dove, come site-specific viene presentata solo la facciata bianca a puntini rossi. In mostra ci sono per lo più quadri e installazioni piccole, eccetto il Narcisus Garden (1966), fatto di un gran numero di sfere specchianti, e la Aftermath of Obliteration of Eternity (2009), una stanza nella quale si viene chiusi per un paio di minuti. Dopo il buio iniziale, si accendono dispositivi ottici che si riflettono e si moltiplicano negli specchi insieme allo spettatore che viene lanciato in un cielo stellato simmetrico e regolare. L’artista - che dal 1977 vive in un ospedale psichiatrico a Tokyo per un disturbo ossessivo-compulsivo - traduce sempre le sue visioni in opera e non separa realtà da allucinazione.

«Mentre ero intenta a dipingere mi accorsi che la rete stava invadendo la scrivania. - ha raccontato - Esclamai “Oh mio Dio!” e così alla fine mi ritrovai a dipingere sul pavimento. E poi un giorno, al mio risveglio, trovai la finestra ricoperta da una rete rossa. Dissi “E questa che cos’è?”, e andai alla finestra, e la rete mi coprì la mano. La rete era dappertutto, arrivava sino al soffitto. Quando guardai i mobili, vidi che erano tutti coperti dalla rete. L’intera stanza era coperta da una rete rossa». Nella vita dell’artista tutto si è predisposto affinché potesse esprimere e espandere la propria mente illimitata. Non a caso i suoi primi amici e angeli sono stati Lucio Fontana, Yves Klein e Piero Manzoni: i tagli, il vuoto, la Linea dell’Infinito.