Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Repubblica del 24 agosto 2009

Leonor Fini: la pittrice venerata dai Surrealisti

di Giuseppe Dierna

TRIESTE
La pittrice Leonor Fini è sempre stata un' artista di difficile collocazione. Nata nel 1907 in Argentina da una famiglia metà italiana e metà dalmata (con ascendenze tedesche), l' anno successivo è già coi genitori a Trieste (Impero austro-ungarico), città nella quale rimarrà fino al definitivo trasferimento, all' inizio degli anni Trenta, a Parigi dove morirà nel 1995. Ed è a Parigi che conoscerà lo scrittore André Pieyre de Mandiargues, col quale darà vita ad un duraturo sodalizio, maè lì che soprattutto avverrà la sua più completa maturazione artistica. Dopo una lunga assenza espositiva in Italia, la sua molteplice attività (pittura, disegni, illustrazioni) è ricostruita oggi in una bella mostra - aperta fino al 27 settembre - organizzata al Museo Revoltella di Trieste da Maria Masau Dan: "Leonor Fini. L' italienne de Paris", con un ricco catalogo, curato dalla stessa Masau Dan (pagg. 304, euro 40) e corredato da una quindicina di saggi che illustrano le tappe di quel percorso dagli inizi tutti triestini: la collaborazione con gli artisti parigini legati a "Novecento", le assonanze con l' attività del gruppo surrealista, gli incontri importanti (de Pisis, de Chirico, Paul Éluard, Max Ernst), i vagabondaggi. Leonor Fini («pittrice gotica» come la definì Mario Praz) è un personaggio nel quale l' ostentazione biografica ha spesso messo in ombra l' attività pittorica stessa. L' ampio materiale fotografico su di lei, in parte presente anche nella mostra triestina, suggerisce bene questa sua continua metamorfosi: dalla ventenne riccioli biondi alla cupa sacerdotessa degli anni Sessanta-Settanta; dalle foto di Henri Cartier-Bresson (dentro uno scenario para-metafisico, in compagnia di manichini e bambole snodabili, o poi durante una vacanza italiana, insieme a Mandiargues in audaci istantanee acquatiche) agli scatti raffinati di Veno Pilon, con sfiziosi cappellini e velette, in pose teatralissime. Per arrivare alla foto di Dora Maar del ' 36, che mostra una Leonor Fini provocatoriamente sensuale, con una doppia smagliatura alle calze e lo sguardo altero, più sensuale ancora, forse, del corpo ostentatamente nudo, tagliato in alto da un violento fascio di luce, nella foto che in quello stesso anno le scatta Georges Platt Lynes. Ma sono ovviamente i quadri qui esposti a restituirci il giusto profilo della Fini. Dall' aura metafisica che avvolge le sue prime figure, e che ritroveremo sullo sfondo del robusto Ritratto di Italo Svevo (1928), dove lo scrittore ormai anziano è proiettato su un paesaggio industriale ridotto quasi a una successione di giocattoli, fino alle composizioni manieristiche e baroccheggianti dagli anni Quaranta in poi: i tasselli di quella che l' autrice stessa definì un' «autobiografia incantatoria». Certo, colpisce lo strano mondo infantile che affolla la pittura di Leonor Fini, a partire dal Ladro di bambini (rivisitazione del trauma mancato dei primissimi anni, quando - dopo la separazione dei genitori - il padre aveva per due volte cercato di rapirla), passando poi per il crudele Maternità, dove - con sguardo apatico - una donna sta strangolando la ragazzina che tiene fra le braccia, per giungere infine alla Stanza dei bambini (1970, purtroppo assente qui in mostra), dove nel quadrilatero idilliaco, guardato a vista da una tranquillizzante poltrona biedermaier, una bambina seminuda e inquadrata di spalle, quasi uscita dalle tele di Balthus, incombe - con le sue sottili gambe allargate - su una bambino (un fratellino?) più piccolo, inginocchiato ai suoi piedi, il tutto sotto lo sguardo terrorizzato di un' anziana parvenza femminile che accorre. Non meno inquietante appare però il destino che attende questi bambini quando entreranno nel mondo dell' adolescenza, questi giovinetti che ora - nell' Alcova (1942) - vediamo addormentati accanto a donne sempre ben deste, protettive ma allo stesso tempo conturbanti, come la Divinità ctonia che ispira il sonno di un giovane, o le due Streghe Amauri (1947) qui esposte: una esplicitamente animalesca, l' altra modellata evidentemente sulla Fini stessa. Femmes fatales di derivazione cinematografica, rappresentazione figurata di quell' idea di dominio e controllo che era già in un quadro tutto al femminile come La pastorella delle sfingi (1941), dove un' avvenente fanciulla, appoggiata blasfema al suo pastorale come un autentico pastore di anime, vegliava su quel suo gregge di sensuali sfingi miniaturizzate, in un paesaggio di fiori recisi e ossa spolpate. E non diversamente, anche lo splendido Angelo dell' anatomia (1949), femmineo scheletro farcito di panno rosso, inerme nella sua consunzione estrema, sembra ugualmente rimandare - per la potenza dello sguardo e la rigogliosa capigliatura - ai bellicosi seicenteschi arcangeli armati di archibugi della tradizione sudamericana. Presentando a Londra nel ' 60 una mostra di Leonor Fini, scrisse Max Ernst: «nella sua pittura trovi abissi che, a tutta prima, paiono funesti, perniciosi, pieni di cadaveri in decomposizione. (...) Ma dopo un attimo di smarrimento, il coraggioso esploratore si lascia risucchiare da quel vuoto e - oh ineguagliabile ricompensa! - scopre che quell' abisso che sembrava così cupo e lugubre è popolato da uno stupefacente campionario di creature fantastiche». -

info su "Leonor Fini. L'italienne de Paris"