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(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 

 

da la 27esima ora de Il Corriere della Sera del 7 marzo 2014

Lina Bo Bardi, l'architetta che saldava l'etica con la politica

di Roberta Scorranese

Vivace, sguardo profondo, lunghi capelli bruni. Un’energia che venne rapidamente assorbita nel Brasile del secondo dopoguerra, dove Achillina Bo, nata a Roma cento anni fa, si trasferì insieme al marito, Pietro Maria Bardi.
Prendeva vita così una delle figure più luminose dell’architettura italiana del Novecento, Lina Bo Bardi: sua la Casa do Benin di Salvador; suoi il Museo d’arte Moderna di San Paolo, così come la Casa di Vetro a Morumby, sempre in Brasile. Una che contribuì a trasformare un Paese attraversato da una linfa eccezionale in un piccolo laboratorio del Modernismo. In terra brasiliana, l’architetto italiana è considerata un “faro” da decine di designer, giovani e non.
Per esempio i fratelli Fernando e Humberto Campana hanno confessato al Corriere della Sera che da Bo Bardi hanno «appreso il senso della modernità»). E in Italia?

Non se ne parla molto. Ma ci sono delle eccezioni: per esempio, la seconda edizione dell’arcVision Prize – Women and Architecture, il premio internazionale d’architettura istituito da Italcementi Group e rivolto a progettiste che si sono distinte per opere che sanno mettere insieme innovazione e valori sociali.

Il 7 marzo (nella struttura i.lab, il centro ricerca e innovazione di Italcementi, progettato da Richard Meier) verrà deciso il nome della vincitrice di quest’anno e un premio speciale dedicato alla memoria di Bo Bardi verrà arricchito dai contributi di una giuria al femminile (dalla giapponese Kazuyo Sejima alla statunitense Martha Thorne, direttore del Pritzker Prize). Il tutto, nel segno di una donna che ha saputo coniugare ricerca e rispetto delle tradizioni.

Bo Bardi, appunto. Che vuol dire, in architettura, saldare l’etica, la politica e la bellezza? Vuol dire costruire edifici riconoscibili, spesso robusti (come quelli di Lina, che si distinguono per una certa intensità spartana) che mettono al centro la persona e le sue interrelazioni.

Come nella Casa di vetro, dove l’intenzione è quella di fondere natura (il giardino) e residenza, uomini, donne e radici. Lina diceva: «Non sono nata qui, ma ho scelto questo Paese per viverci. Ecco perché il Brasile è due volte il mio Paese». Affiora qui la decisione di recuperare una forte identità non cercando nel proprio vissuto, ma assorbendo l’immaginario di un altro mondo.

Così, a ridosso dell’8 marzo, l’umanesimo di Bo Bardi ci ricorda che sul lavoro le politiche sociali contano eccome, così come conta uno sguardo diverso, uno sguardo «accogliente».

Perché quando giunse in Brasile, alla fine degli anni Quaranta (e fino alla morte, avvenuta nel 1992), l’architetto mise nella sua professione tutto l’impegno sociale e le tensioni visionarie che avevano innervato la Resistenza in Italia. Di qui la vocazione civile (ha all’attivo anche una ricca pubblicistica) e un tocco aggraziato nel raccontare la libertà. Anche nella sedia Bowl, emblema di una comodità anticonformistica.

Per Stefano Casciani, direttore scientifico di arcVision Prize, «il Premio Speciale a Lina Bo Bardi rappresenta un riconoscimento a tutte le progettiste che nell’epoca della modernità hanno lottato e lottano per affermare il ruolo paritario della donna nell’impegno civile e nello sviluppo di una cultura del progetto egualitaria, progressista e solidale».