Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La nuova Sardegna

L’ultima scultura di Maria Lai dedicata ad Antonio Gramsci


Ispirato alle opere del filosofo e uomo politico di Ales, il monumento sarà inaugurato domenica 28 ottobre
Maria Lai, eterna bambina con la serenità degli 88 anni (li festeggerà in famiglia, giovedì 27 settembre) continua a giocare e parlare con le favole, anzi “con le fiabe”, come precisa passeggiando tra querce e ginepri, sotto le montagne del paese dov’è nata, davanti allo spiazzo della “Bottega del ferro” con vista sulla vallata del rio Pardu e il mare blu della costa orientale. Fiabe del passato per testimoniare il presente, fiabe del passato per educare oggi. Fiabe nel nome di Antonio Gramsci, a settant’anni dalla morte del più grande pensatore che abbia mai avuto la Sardegna, dell’autore più letto e più tradotto al mondo. Una sola fiaba, questa volta, interpretata con un inno alla natura e alla libertà. È la fiaba del topo e della montagna, scritta da Gramsci in cella per il figlio Delio. «Il topo sono io, la montagna è Ulassai, a cui voglio essere legata, in un tutt’uno con tutti quelli che amano la libertà, pensando proprio a Gramsci» spiega l’artista con un filo di voce. «L’isola ha dimenticato per troppo tempo l’ideologo di Ales», dice Alberto Cannas, presidente della “ Stazione dell’arte” di Ulassai, fondazione culturale sorta tre anni fa attorno al genio di una pittrice-scultrice-poetessa che continua a lavorare giorno e notte (ieri era a Villacidro a rendere omaggio a Giuseppe Dessì), a far mostre e a tener conferenze in Italia e all’estero, a portare nel mondo il nome della Sardegna.
Questa volta il mondo è quello di casa perché, proprio qui, sotto questi torrioni grigioverdi dei Tacchi di calcare, sta nascendo l’u ltima opera dedicata all’inventore dell’Ordine Nuovo, all’autore dei Quaderni dal carcere. Ci sono i bozzetti ma sono top secret per tutti. La scultura - ormai alle ultime rifiniture da cesello - è stata affidata a un artigiano per la zincatura, rientrerà qui fra una settimana. Verrà assemblata in questa stessa officina. E poi trasferita e sistemata nello spiazzo della vecchia stazione del trenino. Con taglio di nastri. Forse con ministri e il presidente della Regione. Per rendere omaggio, insieme, a Gramsci e Maria Lai, all’ideologia di ieri e all’arte di oggi. E mettere in rete il nome di Ulassai per il mondo, fargli varcare Monte Coròngiu e Punta Trìcoli e farlo navigare nei cinque Continenti dove - da Tokyo a Cuba, da Princeton a Oxford, da Sidney a Bombay - continuano a proliferare gli studi sul ragazzo-filosofo-politico vissuto a Ghilarza nella “casa di pietra lavica rossastra” oggi trasformata in museo.
Maria Lai è schiva come sempre ma è altrettanto raggiante di felicità. Più che a ragion veduta. Stando in un’officina di fabbri-ferrai del 2207 si va col pensiero al David di Donatello, al Laocoonte della scuola di Rodi, alle sculture di Michelangelo o del Canova o, per stare ai giorni nostri, ai capolavori di Henry Moore o a quelli familiari di Pinuccio Sciola, lo scultore che da San Sperate ha dato anima e voce alle pietre. Nessuno cita i maestri del tempo che fu ma vengono evocati con una riflessione che disegna quasi la speranza di un Nuovo Rinascimento. Sentiamola: «Con questo lavoro stiamo tornando, anzi siamo già tornati al Medioevo quando l’ opera d’arte la facevano le maestranze a contatto di gomito con gli autori. L’arte nasce col saper fare artigianale. Questa statua-pannello è certo mia, l’ho ideata io. Ma è allo stesso modo anche di questi eccellenti fabbri-tornitori. E sono orgogliosa che l’opera sia tutta made in Ulassai, sì, pensata a realizzata nell’Ogliastra di Ulassai, è un segno delle potenzialità, della vitalità creativa della Sardegna che comincia a credere più di prima in se stessa».
Maria Lai esce un attimo dall’officina e accarezza due bastardini, uno si chiama “Arrubieddu” per via del suo manto rossiccio, l’altro è l’incrocio con uno spinone, pelliccia a chiazze bianconere. All’artista viene un pensiero. «A Milano, la basilica di sant’Ambrogio non ha un autore, non c’è stato un progetto né un progettista. Quella splendida chiesa inizialmente è stata fatta per intero da maestranze lombarde ed è quella l’opera che ha dato la svolta alla storia dell’architettura, non solo di quella religiosa». Guardando i suoi fabbri all’opera si chiede. «Gli esecutori di sant’Ambrogio erano artigiani o artisti? E quelli che hanno eretto san Nicola di Ottana o san Pietro di Sorres? Tutt’e due le cose, perché non c’è distinzione. L’uno non esiste senza l’altro. Io non avrei potuto realizzare da sola questo monumento per Antonio Gramsci, non avrei avuto una manualità così duttile. L’ho potuta fare con i miei amici-fabbri-paesani. E questo è il senso corale, coinvolgente, collettivo dell’arte. A Ulassai è avvenuto, si è ripetuto il miracolo medioevale dell’homo faber». E da qui un’altra osservazione: «Molti artigiani sardi sono di questo stesso livello. È necessario fare di tutto perché emergano, perché possano lavorare, perché si impongano anche fuori dalla Sardegna come stanno riuscendo a fare i titolari di questa Bottega del Ferro. E che bottega».
L’officina d’arte è su una collina davanti alla vecchia stazione ferroviaria che - con trenini a carbone e carrozze in legno - garantiva i collegamenti fra Ulassai, Lanusei, Arbatax e Cagliari. È stata questa “stazione” - più di un secolo fa - il primo segnale di lotta all’isolamento di una delle regioni più remote, più dimenticate dell’Isola. «Ed è da questa stazione che - nel secolo di internet e della banda larga - vuol partire il Rinascimento, il collegamento col mondo, mettendo la cultura al centro dei nostri interessi», insiste Alberto Cannas, insegnante nato a Ulassai 77 anni fa, un’altra delle anime di questa riscoperta di un paese che con la “Stazione dell’arte” ha ripreso a vivere, a essere presente nelle cronache culturali italiane. La zona è quella chiamata “ Ispanalài”, al bivio della provinciale dei panorami e degli spazi africani, la strada per Jerzu e Perdasdefogu con vista sul mar Tirreno. Bottega gestita da tredici anni da due fratelli, Emilio e Vito Chessa, 44 anni il primo, 38 il secondo. Fabbri quasi autodidatti, anche se papà Egidio era meccanico in Aeronautica e poi bidello e “ringhierista”. Per Emilio e Vito un po’ di lavoro in imprese edili ogliastrine a fare i saldatori. Poi passione e voglia di fare.
Officina moderna, senza mantici e senza incudini. È l’artigianato che qui è saputo diventare piccola impresa. Ci lavorano Salvatore Puddu (noto Peddòni) e Giovanni Pilia (Giovanneddu, vista la sua modesta statura). Clientela in tutta l’Ogliastra, nel Sarrabus e nel Campidano di Cagliari. «Rispettiamo i tempi di consegna e facciamo di tutto per essere accurati nei dettagli», dice Emilio Chessa. Tutti armeggiano fra stringenti e trapani a colonna, seghe a nastro e calandre, presse per tagliare le lamiere e saldatrici, molte operazioni sono computerizzate. Stanno lavorando al monumento della fiaba di Gramsci ma anche al telaio di un portale da mettere davanti alla “casa del treno”. I fili, l’intreccio delle trame in tessuto qui sono di ferro, di acciaio, lamiere piegate e lastre ad angolo, nello stile dell’artista che - con un filo - ha voluto prendere per mano prima il sole e la luna, poi con un filo-nastro colorato ha legato le case alla loro montagna.
Il portale è pressoché ultimato. Da domani riprenderà il lavoro attorno al più impegnativo monumento della fiaba. Con un sovrintendente d’eccezione, Egidio Chillotti, 62 anni, ulassese vissuto a Roma, al policlinico Gemelli, con la passione della saldatura dei metalli. Un racconto scritto in tante virtuali pagine di un nuovo libro d’acciaio inossidabile con tante scene, come tante sono le immagini stesse della fiaba di Gramsci. Fu scritta - in una stanza fra le sbarre, lontano dalla libertà - dopo la traduzione delle opere dei fratelli Grimm. Maria Lai - camminando per le stradine dov’è stata da bambina - racconta così quella lettera scritta per il piccolo Delio. Nel gioco educativo delle fiabe scritte da tutti in tutto il mondo. Lo erano quelle di Esopo. Lo sono oggi quelle di Bruno Tognolini, «Un topo ha bevuto il latte dalla ciotola del bambino. Il bambino ha fame e piange. Corre dalla capra. Che non ha latte perché non può mangiare l’erba. Il topo va dal prato e gli chiede l’erba. Il prato gli dice che non può, perché la sorgente è in secca. E la sorgente ripete: non posso, la terra è arida, l’uomo ha tagliato tutti gli alberi. Allora il topo promette alla montagna che quando il bambino diventerà grande pianterà un albero, tanti alberi per liberare il mondo dalla sete». Questa fiaba sarà “scritta” nel monumento di acciaio inox. Sarà alto cinque metri e mezzo, quattro di base. La parola all’artista: «Nei punti più alti vedrete l’immagine di un bambino che pianta un albero e più sotto lo stesso bambino che con un lungo nastro celeste invoca la pace e la libertà e lega le case alla montagna».
Un monumento di stringente attualità visto il dibattito di questi anni e di mesi sui cambiamenti climatici, da Kyoto in poi, fino alla contestata conferenza romana di qualche giorno fa. Attuale per Maria Lai, profetico per Antonio Gramsci che - senza essere né geologo né climatologo - forse immaginava il surriscaldamento del pianeta, l’effetto serra e lo scioglimento dei ghiacciai, l’i nnalzamento delle acque dei mari, il rischio desertificazione, l’e rosione costiera. Non sarà quello dell’acqua uno dei temi scottanti di questi anni Duemila? Lo aveva previsto anche Gramsci nei momenti liberi dalle sue riflessioni politiche. Le stesse cose certifica oggi Maria Lai col suo messaggio che avrà per sfondo solo il mare e il cielo. È anche una denuncia e un invito a riflettere. Tonino Mameli, docente di Pedagogia all’università di Cagliari, dice: «Con le sue fiabe, come per tutte le fiabe, Gramsci voleva stimolare la riflessione e la fantasia, inducendo i bambini a leggere, a interrogarsi sull’oggi e sul domani perché possano diventare cittadini coscienti dei propri diritti e dei propri doveri. È davvero molto importante che un’artista della cifra di Maria Lai gli abbia voluto rendere omaggio proprio con l’interpretazione di una fiaba fra le più belle».
Se non è ancora possibile conoscere l’opera, si sa già che domenica 28 ottobre verrà mostrata al pubblico con una cerimonia ufficiale presenti i principali sostenitori della Fondazione (fra gli altri la stessa Fondazione del Banco di Sardegna che ha promosso l’edizione nazionale di tutti gli scritti di Gramsci dopo la partecipazione a Ghilarza - lo scorso 30 aprile - del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). Il monumento-fiaba peserà alcuni quintali. La vecchia stazione del treno diventerà sempre più una stazione dell’arte. E diventerà soprattutto un potente attrattore di visitatori nell’Ogliastra circondata dai tachi calcarei, nel paese delle grotte che sanno diventare teatro di prosa e auditorium di musica, nel paese dove nove donne animano la cooperativa tessile “Su marmuri”, una delle più quotate in Sardegna. «Ma con questa opera su Gramsci - insiste Alberto Cannas - ci proponiamo di favorire e riproporre lo studio di un autore che stimola il pensiero. Cominciando proprio dalle favole, quelle di Gramsci».
(17 settembre 2007)