Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Manifesto del 20 ottobre 2009

EXTRA Il film di Clarita di Giovanni sull'artista sarda, classe 1919
Maria Lai, fili intrisi di memoria

«Stiamo vivendo un momento pericoloso oggi. Rischiamo la Babilonia, dobbiamo cercare un linguaggio comune per tutti nel mondo, ma siamo nel pieno di una frana, come le frane di Ulassai». Maria Lai, classe 1919, parla con una voce esile che rispecchia il suo corpo, guarda in macchina e lo spettatore sente, dall'altra parte, una presenza granitica. Lei, tessitrice di storie antiche con fili, pane e formelle di animali che rincorrono leggende e ricordi di bambina, è la protagonista del poetico documentario Maria Lai: ansia d'infinito, di Clarita di Giovanni (al festival di Roma stasera, ore 22.30, Auditorium Teatro Studio, sezione L'altro cinema-Extra) e dell'incontro pubblico che affronterà domani, presso la galleria di Stefania Miscetti (ore 18.30) quando nel corso della serata verrà proposta la testimonianza filmata della performance Legarsi alla montagna (1981), che coinvolse una intera comunità riconsegnandole la propria memoria. L'incontro con la «me stessa sconosciuta» attraversa le varie fasi della biografia dell'artista sarda con un unico tema conduttore: quelo della felicità dell'arte. Non solo per chi la fa, ma anche per chi la fruisce, come «dono pubblico». Perché, come diceva Antonio Gramsci - di cui Maria Lai ha scolpito un filiforme monumento quasi un aquilone «cucito» con l'aiuto di operosi topini - «è chi cammina per strada che deve conquistare la cultura». Un'esistenza in viaggio quella di Maria, eppure sempre radicata nella sua terra («la prima accademia d'arte furono le donne di casa che facevano il pane con quelle loro mani svelte», in una Sardegna insieme moderna e antica, capace di aprirsi all'universo grazie alle inesauribili interpretazioni di un'eccentrica intelligenza come quella della sua instancabile «filatrice».