Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

rassegna stampa dal 2009

 


da La Repubblica del 21 maggio 2012

La "Signora" dell'Arte Povera
La Fondazione Merz racconta per la prima volta la carriera della grande artista che nel 2001 ha ricevuto il premio alla carriera alla Biennale di Venezia. Dagli anni '60 fino alle ultime opere inedite, sfila la creatività intima e poetica di una vita

di Laura Larcan

"Disegnare disegnare ridisegnare il pensiero immagine che cammina". Il titolo della grande mostra antologica, dedicata per la prima volta a Marisa Merz dalla Fondazione Merz, fino al 16 settembre, è un fluire prolungato di parole, che sembra evocare il delicato e morbido linguaggio espressivo dell'artista. Perfetto per condensare la ricerca intima ed allo stesso tempo visionaria e onirica di questa straordinaria "signora dell'Arte Povera", torinese, classe '31, che ha condotto la sua creatività su sentieri originali e poeticamente seducenti, capaci di indagare con grazia leggera e sopraffina il genuino affair tra l'arte e la vita.
Marisa Merz è la pitto-scultrice che plasma creature leggere, fatte quasi di anima senza carne, apparentemente fragili ma potenti nella loro carica introspettiva, figurine di materiali molli come l'argilla e la cera, oppure impercettibili superfici di metallo e fili intrecciati di rame, che dialogano candidamente con tele di grandi dimensioni che sembrano portare in primo piano da un limbo amniotico esangui volti femminili che comunicano in un silenzio assordante.
Marisa Merz è la moglie del grande Mario ma con una sua somma personalità, che ha conquistato fior di celebrazioni in manifestazioni di prestigio, da Documenta di Kassel al Centre Pompidou di Parigi, alla Tate Modern di Londra, fino al premio speciale alla carriera della Biennale di Venezia nel 2001, e al recente omaggio che le ha dedicato il Centre Internationale d'Art et du Paysage, Ile de Vassivière.
E la sua mostra ora ripercorre una produzione di donna profondamente ispirata alla dimensione femminile. Protagonista, un repertorio variegato di opere, sia storiche, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, sia recenti e spesso inedite, che la stessa artista ha voluto installare nel percorso di visita con cura certosina e meticolosa. Ne viene fuori un crogiuolo di opere che sembrano rincorrere una dimensione intima, l'essenza di una realtà fatta di un suo vivere quotidiano. Disegni che si inanellano in serie, con eterei volti femminili che appaiono lentamente con un'infinita delicatezza, e dialogano con fili di rame intrecciati formando sulle pareti muti spartiti musicali. Sculture in terra cruda o in bronzo che dalla loro minimale plasticità lasciano posto all'improvviso alla complessità dei grandi volti eseguiti attraverso la sovrapposizione di segni e materie.
L'effetto di grovigli di linee ondulate e sottili, di segni evanescenti, aleggia su tutto il percorso, come a voler dare forma e peso al pensiero che non si arresta mai, sempre sospeso tra nuovi e stimolanti interrogativi. E' quasi l'emotività di questa mostra: il modo di Marisa Merz di creare connessioni e relazioni di senso sempre nuove e imprevedibili tra le proprie opere. Non altro che l'universo creativo in cui si ritrova sprofondato il visitatore. "Ci vuole pochissimo per arrivare ad uno stato di concentrazione molto prolungato nel tempo. In questo lungo intervallo si scoprono varie cose sul proprio sistema nervoso, e si finisce per trascendere il tempo! E finalmente ci si sente felici. Sono riuscita a sperimentare questo stato per brevi momenti. Era come arrivare alla struttura portante della vita".